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Come fa un avvocato a difendere un colpevole o un criminale?

18 Luglio 2019 | Autore:
Come fa un avvocato a difendere un colpevole o un criminale?

La difesa dell’avvocato e le ragioni morali che lo spingono a sostenere tesi di persone che non hanno ragione.

È la domanda che ogni legale, prima o poi, per scherzo o sul serio, si sente fare: come fa un avvocato a difendere un colpevole o un criminale? Se sai che il tuo cliente ha torto marcio e ciò nonostante non solo lo difendi, ma fai in modo di vincere la causa, sfruttando gli errori dell’avversario, come fai a dormire sereno e con la coscienza a posto?

Sono avvocato da circa 20 anni e – giuro – ho sentito questa domanda in tutte le salse. Qualche volta era per puro spirito di curiosità, qualche altra volta era animata da benevola invidia (per la capacità degli oratori di cambiare la realtà dei fatti); in altri casi, era un’accusa – neanche tanto indiretta – alla mia moralità. Un’accusa ovviamente – per dirla al modo degli avvocati – senza possibilità di fornire la prova contraria.

Ora  invece voglio provare a dare la prova contraria in questo articolo (almeno nessuno mi interromperà) e cercherò di spiegare come fa un avvocato a difendere un colpevole o un criminale.

Non lo farò, però, sulla base della mia sola esperienza – che è peraltro limitata soprattutto al settore civile e fiscale – ma anche di quella di molti colleghi a cui io stesso ho posto lo stesso quesito sui social. Sono stato fortunato: ho avuto decine di risposte e tutti mi hanno dato ottimi spunti di riflessione, alcuni dei quali non avevo mai considerato sino ad oggi.

Una cosa, però, è certa e dobbiamo dirla a supporto di quanti ritengono che l’avvocato faccia a patti con la propria coscienza. Ci sono due modi per difendere una persona: la prima è sul campo della “sostanza”, ossia mettendo in luce le ragioni nel merito che portano a considerare come giusta o in parte giustificabile la condotta del proprio assistito. In questo caso, si guarda più che altro alla legge e all’interpretazione della stessa che accorda i diritti e i doveri ai vari cittadini e, chiaramente, si sposa l’interpretazione più favorevole all’assistito.

Mario invade la seconda casa di proprietà di Luca durante una notte d’inverno. Lo fa per mettersi al riparo dalla burrasca che si sta scatenando. Con lui c’è la sua figlia piccola. Entrambi sono rimasti senza un tetto a seguito dello sfratto. Mario riesce a rompere la serratura della proprietà di Luca e vi si insedia per ben un mese, finché nel frattempo non trova un’altra sistemazione. L’avvocato di Mario farà in modo di sottolineare lo stato di necessità che ha spinto il proprio cliente a commettere un reato, dettato dall’esigenza di salvare la vita propria e, ancor prima, della propria bambina.

Il secondo modo per difendere un cliente – che non è alternativo al primo ma di solito tende a raggiungere l’obiettivo quando l’assistito non ha molte frecce al proprio arco – è quello di appigliarsi a errori di forma della controparte, del giudice o del personale che ruota attorno alla giustizia (ad esempio l’ufficiale giudiziario). In questo caso, si può vincere un processo per un errore di forma o per il decorso dei termini di prescrizione.

Andrea scrive ad Alessandro per intimargli un pagamento. Alessandro non risponde, ma quando Andrea passa alle vie di fatto, avviando un decreto ingiuntivo, Alessandro sostiene che, nel frattempo, il credito si è prescritto. Andrea presenta la ricevuta di ritorno della raccomandata di diffida, ma lo fa con una fotocopia perché ha perso l’originale. Alessandro contesta la fotocopia e vince il processo per difetto di prova dell’avversario che, nel frattempo, non è stato così solerte da farsi rilasciare dalle Poste un’attestazione conforme all’originale.

L’avvocato di Riccardo, che è stato truffato dalla ditta Volpicelli & Furbacchiotti Srl, deposita in ritardo in tribunale la lista dei testimoni. Le prove sono dichiarate tardive e il suo cliente, per quanto abbia ragione, perde la causa.

Ci sono, insomma, due modi per far vincere la causa a un cliente: far leva sui suoi diritti e magari suggerire un’interpretazione della legge a lui favorevole oppure sfruttare dei vizi di procedura che potrebbero invalidare il processo nei confronti di una persona palesemente colpevole (si pensi ai numerosi processi per mafia annullati proprio per ragioni di forma).

In entrambi i casi, la domanda resta sempre la stessa: quali sono le ragioni che portano un avvocato, consapevole delle colpe del proprio cliente, a difenderlo? Una voce in disparte ha appena gridato «…la parcella!» ma faccio finta di non sentirla e provo a dare ragioni più confacenti al diritto (e anche alla storia).

Il diritto alla difesa

Partiamo dalla fonte massima delle nostre leggi: la Costituzione. L’articolo 24 dice che ogni persona ha diritto ad essere difesa. La norma non dice che solo le persone oneste vanno assistite, il che vuol dire che si riferisce a tutti i cittadini, giusti e ingiusti.

Del resto, questa previsione è conforme a un’altra contenuta nella stessa Costituzione all’articolo 27: ogni imputato non può essere considerato colpevole fino alla condanna definitiva. È la cosiddetta presunzione di innocenza per cui solo un giudice può dire se una persona è responsabile o meno. Il che porta anche l’avvocato a dover quantomeno “dubitare” e a ottenere proprio quella sentenza che serve a stabilire la verità.

La verità non è mai oggettiva

La verità è sempre soggettiva, mai oggettiva. Lo diceva Pirandello, ma è un caposaldo della filosofia greca. L’uomo è misura di tutte le cose, di ciò che è e di ciò che non è, diceva Protagora. Il che può essere anche sintetizzato con una massima che mi piace molto: alla corda della ragione non si dà mai un taglio netto da una sola parte.

Rocco non paga la ditta che gli ha eseguito i lavori in casa. Da un punto di vista civilistico, ha torto. In realtà, Rocco è animato da un’altra ragione che, però, non può dimostrare: mentre gli operai erano in casa sono scomparsi dei gioielli. Non può dimostrare che siano stati loro a rubarli, ma ne è sicuro al cento per cento. L’eventuale processo penale contro gli operai porterà alla loro assoluzione, ma l’avvocato di Rocco farà di tutto per sfruttare ogni singolo errore di controparte per consentirgli quantomeno di recuperare quanto perso dai lavori ricevuti.

Insomma, ci sono tante ragioni che possono spingere una persona a commettere un illecito: alcune di queste ragioni possono risiedere in torti ricevuti e mai puniti o punibili.

Matilde fa causa alla sorella perché si è appropriata di tutta l’eredità della madre. Ma quest’ultima se n’è presa cura negli ultimi giorni di vita della donna, non badando a spese e dilapidando tutto il proprio patrimonio. Matilde, probabilmente, vincerà il processo, ma l’avvocato della sorella, forte del racconto ricevuto da questa, farà di tutto per “limitare i danni”.

Lo stesso avvocato non sa se il proprio cliente è innocente o colpevole e deve farsi un’idea propria perché spesso i clienti mentono anche all’avvocato.

In un commento postato da Angelo, leggo una motivazione molto umana: «Dietro ogni crimine e dietro ogni presunto colpevole, c’è una storia umana da far emergere perché da giudicare non è solamente il fatto, ma anche la persona. E l’avvocato questo deve anche fare. Scavare oltre il fatto per trovare la persona da giudicare».

Alessandro gli fa eco: «Il difensore, al di là della mera difesa, deve sentire il dolore e le emozioni del suo assistito al fine di riportarne i fatti sul giusto filo del diritto, garantire che quest’ultimo sia sempre rispettato e non arbitrario, porre le giuste condizioni affinché sia rispettata sempre la condizione umana».

L’aspetto formale

L’avvocato è un garante non solo delle ragioni del proprio cliente, ma anche della stessa giustizia. Egli deve far in modo di verificare che ogni processo si svolga nel rispetto delle leggi, sia di procedura che di sostanza. Ecco perché un avvocato può essere disposto a difendere un criminale (il quale, comunque, sarebbe tale solo dopo il processo). Nel momento stesso in cui si dice che il processo non serve (e nel processo si mette anche l’avvocato), finisce anche lo Stato di diritto. Questa è l’opinione di Gianluca che ha risposto al mio post.

L’avvocato deve avere pur sempre una sua morale

Mirella mette l’accento sul fatto che, fermo restando il diritto di difesa che spetta a tutti, l’avvocato onesto è quello che non specula sul processo, non allunga i tempi, non mette in difficoltà l’avversario ma anzi collabora con lui a una pronta soluzione della vertenza nella ricerca della verità. È immorale solo l’avvocato che bara e non rispetta lui stesso le regole del processo (purtroppo ce ne sono molti).

Anche il criminale ha diritto a una pena giusta

Dinanzi alla domanda perché un avvocato difende un criminale molti rispondono così: «Anche i criminali hanno diritto a che venga applicata loro la giusta pena e non una più grave del dovuto».

Ed allora perché avvalersi di eccezioni formali e di procedura? Michele risponde così: «Purtroppo il rispetto di un preliminare o l’eccezione di difetto di notifica, mirano proprio a tutelare il diritto al contraddittorio ed alla difesa. Quindi è dovere dell’avvocato, anche morale, rilevarle».

Walter ricorda che l’avvocato non fa il giudice: il suo compito è alleggerire la posizione del reo.

Se ci approcciamo al diritto penale caricandolo di giudizi morali, commetteremo un errore, perché tutti noi ricordiamo che la pena ha una funzione rieducativa più che punitiva.

L’avvocato, in quanto consulente di parte deve “comprendere” le ragioni del suo assistito e farle comprendere al giudice.

Il pregiudizio morale o la lente della morale non può appartenere all’avvocato nell’esercizio della sua funzione sociale.

Ivan ricorda che quella dell’avvocato non è una difesa morale, ma tecnica. «Tutti hanno diritto alla difesa tecnica. Per “tecnica” s’intende che il cliente è, per l’appunto, tecnicamente, non colpevole fino a prova contraria».

La deontologia forense

Il Codice deontologico impone all’avvocato di difendere il proprio cliente anche quando sa che è colpevole, sfruttando tutti i mezzi per ottenere la sentenza più conforme al diritto. E Fabio mette in rilievo proprio questo: «Basterebbe analizzare attentamente la formula utilizzata per giurare dopo l’abilitazione. Svolgiamo una “funzione sociale” e dobbiamo lavorare “per i fini della giustizia “, ma “a tutela dell’assistito”».

L’avvocato è un sarto

Suggestivo il paragone che fa Luca: «La pena è un abito su misura e l’avvocato è come un sarto: serve a garantire la giustizia facendo assolvere, quando possibile, oppure facendo condannare ad una pena davvero giusta, su misura per il reo».

Di solito vengo incalzato, a questo punto, con la solita domanda: “ma quando si sente di persone certamente colpevoli rilasciate per errori formali…”, io dico che – a parte che sono scene da film più che da professione reale – tutte quelle garanzie che magari, in quella ipotetica specifica occasione, hanno permesso il rilascio di un condannato, sono in astratto a presidio della garanzia di un giusto processo per un innocente.

La versione dell’uomo comune

Mi ha colpito molto il commento di Alessia: «Secondo la mia opinione, se una persona pone un tale quesito, non sarà certo soddisfatto dal sentirsi rispondere “… la difesa è un diritto garantito a tutti dalla Costituzione!”. Chi fa queste domande non è un giurista, né uno che conosce il valore dei diritti costituzionali È l’uomo comune che vuole una risposta tangibile, pratica. Come se lo chiedesse un bambino di 5 anni: a lui non faremmo la lezione dei diritti costituzionali o dei principi dello Stato di diritto. Io racconterei una specie di storia: l’imputato, dentro un’aula di tribunale, è come uno straniero in terra straniera, dove nessuno parla la sua lingua. E soprattutto lui non parla la lingua del tribunale. L’unica sua speranza per farsi almeno ascoltare, per intraprendere un dialogo è l’avvocato. Il quale non fa che da interprete, mettendo in bocca all’imputato la sua esperienza, professionalità e competenza; gli dà gli strumenti per farsi capire, che solo un giurista, un addetto ai lavori, possiede. E questo è ciò che un avvocato fa con qualsiasi cliente, colpevole o innocente. Perché può decidere di farlo anche con un colpevole? Perché anche il colpevole deve avere la possibilità di spiegarsi; e poiché potrebbero esistere attenuanti che, non conoscendo i meccanismi giuridici potrebbe non riuscire a far valere, l’avvocato non fa altro che ….. parlare per lui».

L’avvocato è solo un lavoro

La tesi di Monica è disarmante e diretta. Mi ha colpito e voglio riportarne le parole: «Per me quello dell’avvocato è un lavoro. Non mi pongo il problema morale se il cliente è o non è colpevole. Io devo fare un lavoro bene e cerco di farlo. Indipendentemente dalla sua innocenza».

Del resto, aggiunge Andrea, come fa un medico a curare un delinquente in fin di vita?

Come a dire… è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo!

Ma la giustizia esiste davvero?

Ho costruito tre gradi di giustizia, due immanenti ed una trascendente. Partendo dal livello più basso, la prima è la giustizia del popolo, quella di senso comune; la seconda è la giustizia delle leggi, che si applica nelle aule dei tribunali; ed infine la giustizia divina, per fortuna sottratta agli uomini. Ebbene, cosa è giusto e cosa è sbagliato dipende da quale tipo di giustizia si applica, poiché le tre dimensioni di giustizia non sono spesso coincidenti, anzi per lo più si fanno guerra tra loro.

Prendiamo un’ipotetica lite tra Gennaro e Ciro… Gennaro (nipote italiano del noto latino Tizio) ha un’automobile che Ciro (a sua volta, nipote di Sempronio) gli sfascia, perché animato da un antico rancore. Ciro, che crede di agire secondo giustizia, si trova convenuto in una causa per risarcimento danni. Ma Gennaro, prima di trovare un buon avvocato che lo difenda, ha fatto trascorrere cinque anni. L’azione di Gennaro si è dunque prescritta e Ciro vince la causa (con buona pace per il suo quartiere dove si farà festa, con botti e tric trac, …ma questa è un’altra storia).

Noi, invece, che conosciamo i fatti, potremmo considerare Gennaro nel giusto, secondo un’ottica di giustizia sostanziale, quella di senso comune che intuisce il popolo (il primo gradino). Egli è stato vittima di un’ingiustizia e, pertanto, avrebbe diritto al risarcimento. Ma la sua pretesa nei confronti di Ciro è stata disattesa per un banale equivoco di tempi. Ecco dunque che, già al secondo gradino, la giustizia si atteggia in modo diverso ed opposto rispetto a quella del primo. Per colui che non è un tecnico del diritto sarà difficile giustificare (per non dire comprendere) il concetto di prescrizione, che è un’invenzione della scienza giuridica e che, pertanto, non sta nella natura.

Ma è probabile, a questo punto, che Ciro, vincitore secondo il tribunale, nutra un acre risentimento contro Gennaro, che lo ha chiamato davanti ad un giudice, facendogli spendere tempo e denaro; perciò, ritenendo di aver agito a compensazione di una vecchia ferita, egli comincia ad odiare così fortemente Gennaro da andare contro il fondamentale comandamento del terzo ordine di giustizia: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Ecco che le sorti della vicenda si rovesciano nuovamente. Chiamato a giudizio dinanzi a Dio, Ciro sarà di nuovo in torto nei riguardi di Gennaro, perché ha odiato, perché ha contravvenuto ad un precetto che non sta né nella morale popolare (spesso incline agli odi ed alle invidie), né tra le leggi dei tribunali (che non considerano affatto il livore, nel giudizio di colpevolezza).

Potremmo andare avanti e supporre anche diverse giustizie divine per quante sono le religioni ed, ammesso che vi siano, per quanti popoli esistono o sono esistiti nelle varie galassie. Quale tra queste è la Giustizia?

È la totale assenza di punti di riferimento. Un’ombra è l’area dilatata di un corpo che subisce il fascino di un terzo punto fisso, la luce, la quale crea la proiezione del corpo stesso. Ma se manca il terzo punto fisso, non può esistere neanche l’ombra.

E’ un sospetto orribilis, ma potrebbe essere davvero così. La giustizia su questa terra, che è fin troppo spesso diversa da quella divina, non è che una pura invenzione dell’uomo, l’ambizione di poter eguagliare in questo mondo l’ordine e l’equilibrio dell’aldilà, del quale l’uomo stesso nutre già nostalgia prima ancora di averlo raggiunto.

In definitiva, la giustizia potrebbe essere solo una presunzione dell’uomo, un’altra delle sue vanità: credere di poter raggiungere una Giustizia, in assenza di punti di riferimento, anzi – il che è peggio – avendo come riferimento una giustizia fatta da uomini, e quindi un prodotto imperfetto, creato da un autore imperfetto. C’è qualcosa di giacobino: la giustizia, mantide pagana che ha perso la sua religiosità, giustizia coloro che l’hanno sposata.

note

Autore immagine: 123rf com


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