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Prendere un cellulare smarrito: rischi

21 Luglio 2019
Prendere un cellulare smarrito: rischi

Impossessarsi di uno smartphone che il proprietario ha perso: il rischio di essere rintracciato dalla polizia e dai carabinieri. 

Hai trovato un cellulare abbandonato o disperso dal legittimo proprietario e, anziché restituirglielo, ti stai facendo vincere dalla tentazione di tenerlo per te. A questo punto, ti chiedi se i carabinieri possono rintracciarti e a cosa vai incontro se dovessero scoprire che te ne sei impossessato. A spiegare i rischi di prendere un cellulare smarrito è una recente sentenza della Cassazione [1]. Vediamo quali sono gli ammonimenti della giurisprudenza e le conseguenze penali a cui si va incontro.

Prendere un oggetto smarrito è reato?

Chi trova un oggetto smarrito non può appropriarsene. Una cosa è, infatti, un oggetto volontariamente abbandonato dal proprietario (nel qual caso chiunque se ne può impossessare divenendone così proprietario), un’altra è, invece, un oggetto disperso. In quest’ultima ipotesi, non c’è alcuna intenzione, da parte del titolare, di spogliarsi del diritto di proprietà sul bene. Tant’è che il Codice civile stabilisce una precisa procedura a carico di chi rinviene una cosa smarrita: questi ha l’obbligo di portarla all’ufficio «oggetti smarriti» del Comune. Verrà a quel punto pubblicato, sull’albo comunale, la notizia del relativo ritrovamento e se nessuno, entro un anno, lo reclama, il ritrovatore ne diventa proprietario. Se, invece, spunta fuori il titolare, questi deve ricompensare il ritrovatore pagandogli il 10% del valore del bene.

Chi viola questa procedura è stato a lungo punito penalmente per il reato di appropriazione di cose smarrite. Ora, però, questo illecito è stato depenalizzato; è prevista però una sanzione amministrativa fino a 8mila euro.

Cellulare smarrito: cosa bisogna fare?

Anche per lo smartphone valgono le stesse regole. Chi trova un cellulare abbandonato su un tavolo o su una panchina non ne diventa proprietario. Anzi, deve usare l’ordinaria diligenza per rintracciare il legittimo titolare, ad esempio dall’archivio delle ultime telefonate o dalla rubrica telefonica (c’è sempre il nome di qualche familiare: “mamma”, “amore”, “papà”, ecc.). Leggi Chi trova un cellulare deve restituirlo?

Già questo sarà più che sufficiente a scoprire di chi è il telefonino e a restituirglielo. Ma se le indagini non dovessero sortire risultati bisogna seguire la procedura che abbiamo appena illustrato: consegna all’ufficio oggetti smarriti del Comune.

Si può rintracciare chi prende un cellulare smarrito?

Chi trova un cellulare smarrito e non lo consegna rischia di essere intercettato coi sistemi di geolocalizzazione attivi sul telefonino stesso. Ma non solo: c’è anche il codice Imei. Si tratta di un codice composto da 15 cifre che consente di identificare in maniera univoca i telefoni cellulari. In caso di furto, l’Imei può essere usato per denunciare il furto dello smartphone e, in seguito, richiedere al proprio gestore di telefonia mobile di bloccare l’accesso alla rete da parte di quest’ultimo.

Attraverso il codice Imei è possibile risalire agli estremi della scheda utilizzata in qualsivoglia cellulare.

Acquisto di smartphone rubato: quali rischi?

Chi compra uno smartphone rubato rischia di essere incriminato per ricettazione se consapevole della provenienza illecita dell’oggetto. Se, invece, è in buonafede commette ugualmente reato: quello di incauto acquisto. Leggi sul punto Acquistare un oggetto rubato: quali rischi?

E se c’è una denuncia per furto?

Chi viene trovato con un cellulare in mano per il quale il proprietario ha fatto denuncia di furto (e non di smarrimento) viene incriminato per furto se non sa dare una valida spiegazione del possesso dell’oggetto. In questo caso, spiega la Cassazione, non basta dichiarare di aver trovato il cellulare abbandonato su una panchina.

Se anche il ladro, a seguito di un ripensamento, decidesse dopo il furto di sbarazzarsi dell’oggetto, il cellulare non potrebbe considerarsi come una “cosa abbandonata” (circostanza – come detto in apertura di questo articolo – che consente a chiunque di impossessarsi dell’oggetto); lo smartphone resta sempre di proprietà del legittimo titolare che ha sporto la denuncia di furto. E, quindi, anche un terzo che si appropria del dispositivo lasciato dal ladro in un posto pubblico risponde anch’egli – insieme al ladro – di furto.


note

[1] Cass. sent. n. 32419/19 del 19.07.2019

[2] Art. 1, co. 1, lett. d) d.lgs. n. 7 del 15.01.2016.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 8 aprile – 19 luglio 2019, n. 32419

Presidente Vessichelli – Relatore Riccardi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa il 10.01.2018 la Corte di Appello di Palermo, in parziale riforma della sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, del Tribunale di Palermo che aveva dichiarato Un. Se. responsabile del reato di ricettazione del telefono cellulare LG T500 oggetto di denuncia di furto presentata da An. Vi., ha riqualificato il fatto nella fattispecie di cui all’art. 624, comma 1, c.p., confermando nel resto l’affermazione di responsabilità e la pena inflitta di mesi 2 e giorni 20 di reclusione ed Euro 80,00 di multa.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di Un. Se., Avv. Fr. Od., deducendo due motivi di ricorso:

2.1. Con un primo motivo denuncia violazione di legge e vizio di motivazione, deducendo la carenza di elementi probatori a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputato; il semplice possesso dell’apparecchio telefonico non può integrare il reato di ricettazione o di furto, essendo stato rinvenuto su una panchina in stato di abbandono; la condotta avrebbe quindi avuto ad oggetto una res derelicta.

2.2. Con un secondo motivo denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata pronuncia di non punibilità ex art. 131 bis, non essendo emerso alcun elemento che possa far ritenere il comportamento dell’imputato come abituale, né tantomeno come grave.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è manifestamente infondato, in quanto, pur prescindendo dalla verosimiglianza della versione resa dall’imputato, relativa al preteso rinvenimento del telefono su una panchina – trattandosi di profilo che, in assenza di impugnazione dell’organo di accusa, è insuscettibile di sindacato logico in sede di legittimità -, la condotta ha riguardato un bene che non poteva ritenersi abbandonato, in quanto oggetto di furto.

Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare il principio secondo cui integra il delitto di furto semplice, la condotta di colui che sottragga una cosa rubata, perché essa, ancorché abbandonata dal ladro, non costituisce “res derelicta” appropriabile da chiunque, considerato che non vi è abbandono senza una volontà in tal senso dell’avente diritto, che nella specie é il proprietario (Sez. 5, n. 30321 del 15/05/2012, Messina, Rv. 253314); integra il delitto di furto (art. 624 cod. pen.) la sottrazione di beni già rubati dal terzo, in quanto la cosa rubata e successivamente abbandonata dal ladro non costituisce “res derelicta” appropriabile, in quanto tale, da chiunque, posto che non vi è abbandono senza una volontà in tal senso dell’avente diritto e tale non può essere considerato il ladro; ne deriva che la cosa rubata, una volta abbandonata dal ladro, deve considerarsi nuovamente in possesso del proprietario (Sez. 5, n. 24330 del 18/05/2005, Merola, Rv. 232211; Sez. 6, n. 5454 del 26/02/1986, Di Benedetto, Rv. 173099).

Peraltro, è stato altresì affermato che integra il reato di furto – e non quello di appropriazione di cosa smarrita, depenalizzato dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7 – la condotta di chi si impossessi di un telefono cellulare altrui oggetto di smarrimento, trattandosi di bene che conserva anche in tal caso chiari segni del legittimo possessore altrui e, in particolare, il codice IMEI stampato nel vano batteria dell’apparecchio (Sez. 5, n. 1710 del 06/10/2016, dep. 2017, Corti, Rv. 268910).

2. Il secondo motivo, con cui si lamenta l’omesso riconoscimento della causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p., è inammissibile.

Premesso che, in tema di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto, la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, ostandovi il disposto di cui all’art. 606, comma 3, cod. proc. pen., se il predetto articolo era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza impugnata, né sul giudice di merito grava, in difetto di una specifica richiesta, alcun obbligo di pronunciare comunque sulla relativa causa di esclusione della punibilità (Sez. 3, n. 19207 del 16/03/2017, Celentano, Rv. 269913), nel caso in esame la richiesta non è stata proposta con l’atto di appello, né tanto meno in sede di udienza di appello; sicché alcun obbligo di motivazione incombeva al riguardo alla Corte territoriale.

3. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e alla corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.


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