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Diffondere foto intime: reato

22 Luglio 2019
Diffondere foto intime: reato

Legge sul Codice rosso: sanzioni per chi pubblica, diffonde o inoltra immagini a contenuto sessuale.

Una ragazza con cui hai stretto di recente un’intesa ti ha inviato sul telefonino delle foto intime per stimolare la tua attenzione. Per far vedere agli amici quanto sia apprezzabile, da un punto di vista fisico, la tua ultima frequentazione hai girato le immagini a un paio di loro con cui condividi i tuoi segreti. I tuoi amici però ti hanno tradito e, a loro volta, hanno inoltrato il materiale ad altri contatti della loro rubrica. Ora però l’interessata è venuta a saperlo e intende denunciarti. Può farlo? Diffondere foto intime è reato? Quali conseguenze scattano per chi pubblica o fa circolare immagini hot?

La normativa, sul punto, è recentemente cambiata. Con l’approvazione della cosiddetta legge sul Codice rosso, infatti, sono stati introdotti nel Codice penale due reati che inaspriscono le precedenti sanzioni. La riforma è stata dettata dalle recenti cronache giudiziarie che, purtroppo, hanno registrato numerosi casi di suicidio da parte delle vittime di tali condotte.

Vediamo dunque in quali conseguenze legali incorre chi diffonde foto intime.

La legge sul Codice rosso

La nuova legge sul Codice rosso ha introdotto l’articolo 612-ter del Codice penale che istituisce il delitto di «diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti». In particolare la norma punisce «chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate». Per far scattare il reato basta che il colpevole compia consapevolmente una delle condotte punite, a prescindere poi dal suo effettivo intento.

Sanzione per chi diffonde foto intime

La sanzione prevista per chi diffonde foto intime è la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

La stessa pena si applica non solo a chi si procura le immagini o le riceve dal diretto interessato/a, ma anche a chi, a sua volta, le ricondivide, le pubblica o le diffonde senza il consenso delle persone rappresentate. Nel tuo caso, quindi, a rischiare il procedimento penale non sei solo tu ma anche i tuoi amici che hanno girato la foto ad altre persone. Anche se, per questi casi, è necessaria la volontà di arrecare danno alla persona offesa, tale danno è intrinseco alla condotta incriminata ed è rafforzato dal fatto della mancanza di consenso della vittima.

La pena è aumentata se il reato è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è, o è stata, legata da relazione affettiva alla persona offesa o ancora se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

La riforma prevede che il condannato possa ottenere i benefici penitenziari (misure alternative alla detenzione, permessi premio e lavoro fuori dal carcere) solo dopo avere partecipato positivamente a un periodo collegiale di osservazione in carcere di almeno un anno.

Come si difende il responsabile

L’unica difesa per il responsabile della diffusione di foto intime è fornire la prova del consenso della vittima alla diffusione delle immagini. Chiaramente, si tratta di una prova molto difficile da fornire, almeno in gran parte dei casi.

Cosa fare in caso di diffusione di foto intime

La vittima che si accorge di essere stata fotografata, a propria insaputa, in atteggiamenti “intimi” o “espliciti” o che si accorge che il materiale da essa stessa prodotto è stato diffuso dal suo primo destinatario, può sporgere querela ai carabinieri o alla polizia postale. La querela va sporta entro sei mesi dalla scoperta dell’illecito. Dopodiché, si aprirà il procedimento penale nel corso del quale la vittima può, facendosi rappresentare da un avvocato, costituirsi «parte civile» per ottenere il risarcimento del danno.

Una volta avviato il procedimento, è possibile rimettere la querela, tuttavia, solo in forma processuale.

Senza la querela della parte lesa, quindi, il reato non può essere perseguito autonomamente dalle autorità (non è cioè – detto in termini tecnici – un reato perseguibile d’ufficio) salvo solo due casi: quando la condotta è commessa in danno di una persona incapace di intendere e di volere o in stato di gravidanza.



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