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L’incredibile storia di Rita Atria, una contro tutti (parte 1)

1 dicembre 2011 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 dicembre 2011



I testimoni di giustizia: un mondo dimenticato dalla legge, dalle istituzioni e dalla società. Gente che “testimonia” i crimini di cui è a conoscenza, ma che spesso, per colpa dell’ignoranza dei mass media, dell’immaginario collettivo e, spesso, delle stesse aule dei tribunali viene confusa con i pentiti.

Sottoposti a programmi di protezione fallimentari, i Testimoni di giustizia sperimentano sulla loro pelle l’indifferenza dello Stato, tra l’incudine della ritorsione dei criminali e il martello dell’inefficienza burocratica.

Un mondo che ho raccontato nel mio ultimo libro “Tra l’incudine e il martello” (Pellegrini Ed., 2010), di cui pubblichiamo qui, in due puntate, per gentile concessione della Casa Editrice, l’intero capitolo dedicato alla storia – incredibile – di Rita Atria.

Per chiedere una copia del libro: www.tralincudineeilmartello.com

1. Quattro mesi dopo le rivelazioni di Piera Aiello, al commissariato bussa anche sua cognata, Rita Atria, sorella di Nicola.

È il novembre del 1991. In autunno le giornate hanno le ore contate ed il vento è uno spazzino di giornali abbandonati, di buste di plastica, di polvere ai margini delle strade. Pochi minuti dopo il tramonto, la temperatura cala senza concedere preavvisi.

La picciridda di don Vito ha solo diciassette anni, ma il coraggio di un leone e la sensibilità di una farfalla. Bruna e allegra. Gli occhi neri pieni di vita e di passione. Per il resto, testarda come ogni meridionale, volitiva da brava donna siciliana. Neppure suo padre e suo fratello, con tutta la loro autorità di maschi, le fanno paura [1]. Quel padre e quel fratello che non ci sono più, ora che la maledetta mafia glieli ha portati via. Persino il fidanzato l’ha abbandonata dopo le rivelazioni della cognata: perché, ad essere imparentati con una pentita, si rischia di macchiarsi per sempre l’onore.

E adesso la sua vita [2], in quell’angolo di Sicilia ad uno sputo da Trapani, non ha più senso. Sola, con la madre con cui litiga sempre e l’adorata Piera che è stata portata via, nascosta in chissà quale parte d’Italia.

Succede mercoledì 5 novembre 1991. Rita prende la corriera che ogni mattina la porta all’istituto alberghiero di Sciacca. Ma questa volta ha deciso di non andare a scuola.

Nei giorni precedenti ha tempestato i carabinieri di telefonate. Voleva parlare col brigadiere Francesco Custode, della caserma di Montevago, a metà tra Partanna e Sciacca, lo stesso che l’agosto precedente aveva accompagnato la cognata davanti ai giudici. Vuol farsi ricevere a tutti i costi e raccontare un po’ di cose che solo lei sa. Ma nessuno la prende sul serio, forse per la sua giovane età, forse perché è figlia di un boss – pace all’anima sua –, forse perché si è diffusa la voce che le donne di Partanna si sono messe in testa strane cose. Ma Rita è cocciuta. Offesa dall’indifferenza, diventa sempre più

insistente. Finché, ancora una volta, è lei che la spunta.

Quella mattina, dietro la scrivania della Procura di Sciacca, a raccogliere le dichiarazioni della ragazza, c’è Morena Plazzi, sostituto procuratore che già aveva sentito le prime rilevazioni di Piera.

Hanno scelto apposta un ufficio lontano da Partanna, per tenere la cosa segreta. Ma le precauzioni sono tutte inutili. La notizia è già filtrata, come da buona tradizione mafiosa. È una regola che vale ovunque in Sicilia, specie nelle piccole realtà, dove anche i muri hanno le orecchie [3].

La dottoressa Plazzi ci va cauta. Si tratta di una minorenne ed è la prima volta che un caso così delicato si presenta alla sua attenzione.

Decide allora di mettersi in contatto con il titolare dell’inchiesta, la collega Alessandra Camassa, sostituto procuratore di Marsala, l’ufficio guidato da Paolo Borsellino.

Rita inizia la sua dichiarazione. «Sono la sorella di Atria Nicolò, ucciso a Montevago il 24 giugno 1991. Mi presento alla signoria vostra per fornire notizie che riguardano episodi e circostanze legate alla morte di mio fratello e alla uccisione di mio padre, avvenuta a Partanna nel 1985, ma più in generale per fornire notizie sull’ambiente in cui tali episodi vennero a maturare [4]».

La picciridda vomita tutte le confidenze ricevute dal fratello.

In dieci minuti, il verbale è già ricco di informazioni utilissime agli inquirenti. Tant’è che il giudice invita la ragazza a presentarsi anche l’11 novembre e il 3 dicembre successivo, di nuovo a Sciacca, per completare le dichiarazioni. Una serie di incontri che si protraggono sino a primavera, alla presenza della Camassa e di Borsellino.

Rita è animata dalle stesse motivazioni del fratello Nicola: riabilitare l’onore della famiglia Atria. Ma mentre il primo “interpreta il bisogno urgente di vendetta nel segno della continuità con la cultura paterna”, scegliendo “la via delle armi, la metodologia criminale, la tradizione mafiosa”, Rita invece è mossa dal “desiderio di trovare un’altra strada rispetto a quella del fratello Nicola [5]”.

La giovane parla a 360 gradi. Nelle sue dichiarazioni finiscono i sicari del padre, le persone che frequentava il fratello, compaesani giovani e meno giovani. Persino il suo ex fidanzato. E quel che lei dice coincide perfettamente con i fatti già narrati dalla cognata. C’è attendibilità: la Testimone non sta inventando nulla.

Lo stesso sindaco democristiano, Vincenzo Culicchia, che per venticinque anni ha tenuto le redini di Partanna, viene chiamato in ballo dalla ‘piccola pentita’, come ormai la chiamano nel suo paese. Culicchia, deputato all’Assemblea regionale siciliana dal ’76 al ’91 e parlamentare dall’aprile del ’92, definito un assassino, un mafioso, da una ragazzina che non sapeva nulla della mafia. Lui avrebbe ordinato la morte del vicesindaco Stefano Nastasi, “colpevole di aver preso più voti di lui alle amministrative del 1983 [6]”.

Nei suoi confronti, la corte di appello di Palermo, il 7 gennaio 2000, confermerà l’assoluzione, già emessa in primo grado, dall’accusa di associazione mafiosa.

È la fine di quel piccolo mondo. Tra le retate si consumano scene da film: lacrime e sceneggiate delle madri. Le immaginette dei santini in bella mostra, perché la benedizione celeste è prova di buona fede. In manette ci finiscono oltre venticinque persone, molti dei quali già noti alle forze dell’ordine. Tutti devono rispondere di associazione mafiosa, omicidio, spaccio di stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi. Altri si danno alla macchia. Dopo il rinvio a giudizio firmato dal G.U.P. Sergio Gullotta, la prima udienza del dibattimento alla famosa mafia di Partanna si tiene a Marsala il 26 gennaio 1993.

Da quel momento, per Rita inizia un’odissea di paura e minacce.

Non può più uscire di casa. Tutti, anche i suoi amici, la guardano di sbieco. Gli stessi parenti non la salutano più. È pedinata. C’è chi bussa alla porta di casa nelle ore notturne. Chiede di essere aperto, ma lei e la madre si barricano dentro, ormai sole e abbandonate.

Quella stessa notte, Rita appunta sul diario: “Stasera, alle 11.35 circa, ho sentito bussare alla porta, io e mia madre eravamo sveglie ma le luci erano spente. Mia madre dopo che hanno continuato a bussare insistentemente ha chiesto chi era […]. Mia madre gli ha chiesto di andare via, ma lui insisteva, io ho riconosciuto subito la voce […]. Sono sicura

che è venuto per ucciderci [7]”.

Finché qualcuno capisce che è meglio portare Rita via da là. Ma è minorenne e serve l’autorizzazione della madre. Alla disgraziata vedova nessuno ha detto che la figlia è diventata una persona importante per la giustizia. E forse per il momento è meglio che non sappia nulla. Giovanna Cannova all’inizio si rifiuta, non comprende la necessità. Rita è l’unica persona della famiglia che le è rimasta e non permetterà che gliela portino via. Sarà necessaria tutta l’autorità di Borsellino a strapparle infine il consenso.

Il 21 novembre, i militari di Castelvetrano prelevano Rita all’uscita da scuola, quando sta per prendere la corriera da Sciacca a Partanna.

Ha solo 17 anni e 4 mesi compiuti. Non c’è tempo neanche per tornare a casa a raccimolare i vestiti. L’accompagnano d’urgenza all’aeroporto di Palermo dove la mettono di peso sul volo per Roma. Atterra quella stessa sera ed una scorta la conduce a casa della cognata.

È un sospiro di sollievo. Di nuovo con Piera, lontane dal sangue e dal terrore. Lontane da una terra meschina che le ha ripudiate. La vita torna ad essere frizzante e spensierata. Su di loro, inoltre, veglia sempre lo zio Paolo Borsellino. Che vede in Piera e Rita le sue due figlie, Fiammetta e Lucia, che hanno la loro stessa età. Le chiama al telefono, le incontra una volta al mese in gran segreto negli uffici dell’alto Commissariato: una riunione di famiglia, anche con la piccola Vita Maria, che sta crescendo con un padre tanto importante.

Il sostituto procuratore Camassa ricorda così il giudice Borsellino:

«Se non stavi attenta, se mostravi un minimo di ansia o di preoccupazione, lui ti adottava: con le sue premure, col suo affetto, riusciva a farti sentire immediatamente sotto la sua protezione [8]».

Borsellino era fatto di questa pasta con tutti. Lo amavano finanche le famiglie di quei ragazzi rimasti gravemente feriti dall’auto della sua scorta che li ha travolti alla fermata dell’autobus di via della Libertà, proprio di fronte al liceo classico ‘Meli’.

(prosegue a questo indirizzo…)

 

 


note

[1] S. Rizza, op. cit., p. 11

[2] S. Rizza, op. cit.

[3] S. Rizza, op. cit., p. 75.

[4] Anche questo documento è riportato nel volume di S. Rizza, op. cit.

[5] Secondo quanto chiarito dallo stesso magistrato, Alessandra Camassa, e riportato

da S. Rizza, op. cit., p. 77.

[6] S. Rizza, op. cit., p. 27.

[7] Così riportato sul sito www.ritaatria.it.

[8] S. Rizza, op. cit., p. 140.

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