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Gelosia morbosa: è reato?

22 Luglio 2019
Gelosia morbosa: è reato?

Fidanzato o marito ossessionato: controlli maniacali, ispezioni continue, verifiche sul cellulare. La possessività non è una scriminante ma può essere violenza.

Ti è mai capitato un fidanzato ossessionato dalla gelosia? Non quello che ti chiede cento volte dove sei stata, con chi hai parlato, chi ti ha guardato, ma quello che, dalle parole passa ai fatti: che controlla ciò che hai in borsa, che spulcia nella tua rubrica telefonica o tra i messaggi ricevuti, che ti chiede sul più bello di fargli una videochiamata per sapere dove ti trovi, che arriva a chiamare le tue amiche per avere conferme. Se sei vittima di tali comportamenti devi sapere che puoi sporgere querela. Stando, infatti, a una recente sentenza della Cassazione [1], sopra una determinata soglia la possessività diventa un illecito penale.

Ai giudici supremi è stato chiesto, in particolare, se la gelosia morbosa è reato e la risposta è stata chiaramente «dipende»: dipende dalle modalità concrete con cui viene attuata la condotta e dall’atteggiamento del responsabile. Ma la sorpresa è che, secondo la pronuncia, non c’è bisogno di diventare maniaci o stalker per commettere l’illecito penale: anche l’amore, quando diventa patologico e prevaricante, costituisce una sorta di violenza (seppur a bassa intensità). Insomma, la Cassazione apre le porte del carcere non solo al delitto passionale ma anche alla passione delittuosa, quella che diventa cioè reato di maltrattamento.

Per comprendere quando la gelosia morbosa è reato bisogna spiegare meglio i dettagli della vicenda portata all’attenzione dei giudici. Sono infatti le modalità concrete del comportamento a trasformare quella che è una venialità in un illecito penale.

Gelosia eccessiva: quando è reato?

La gelosia non ha genere. Al contrario dei luoghi comuni che vedono nell’uomo il soggetto della coppia più debole ai raptus di gelosia, le recenti cronache giudiziarie ci hanno mostrato come anche le donne possano arrivare a comportamenti maniacali. Tant’è che la recente approvazione della legge sul cosiddetto codice rosso – ispirata dagli svariati episodi di violenze tra le coppie – punisce (con la reclusione da 8 a 14 anni) chi causa lesioni personali da cui derivano la deformazione o lo sfregio permanente del viso (il riferimento è chiaramente all’acido sulla pelle).

Senza arrivare a comportamenti criminali di questo tipo, secondo la Cassazione la gelosia ossessiva del partner integra il reato di «maltrattamenti in famiglia» [2]. Affinché però possa parlarsi di una responsabilità penale è necessario che la condotta maniacale si sostanzi in controlli continui, pedinamenti, verifiche sugli oggetti di proprietà del/della compagno/a (cellulare, borse, email, archivio del computer) e perfino in ispezioni corporali. Così anche con riferimento all’insistente contestazione di tradimenti inesistenti, alla ricerca incessante di tracce di relazioni extra-coniugali. Tutto ciò denota una grave lesione della privacy e la volontà di prevaricare la persona offesa fino a mortificarla e a svilirne la persona.

Nel caso di specie, un uomo era arrivato a pretende continue videochiamate dalla convivente per avere la certezza che non stesse con un (fantomatico) amante: la tampinava perfino col Gps spiandola con telecamere nascoste. E sottoponeva la donna a interrogatori notturni oltre che a mortificanti ispezioni personali. Il tutto coinvolgendo le figlie minori della coppia.

Esistono attenuanti per chi è geloso?

La gelosia non è una giustificazione. Secondo la Suprema Corte, non costituisce un’attenuante il fatto che, di solito, alla fine di ogni relazione sentimentale, c’è spesso una parte che trasforma la ferita in ossessione, che cerca in tutti i modi di ristabilire il contatto perso. Se anche il «mal d’amore» è bruciante, qualsiasi condotta prevaricatrice non è giustificabile. Né tantomeno può contare il fatto che il colpevole abbia, di natura, un carattere possessivo, ben noto all’altro partner: quando la relazione finisce, terminano anche i punti di contatto tra i due; sicché ogni intrusione costituisce una violazione della privacy non autorizzata.

Per poter parlare di maltrattamenti in famiglia non c’è bisogno di una condotta che si sostanzi necessariamente in violenze fisiche: il reato è integrato da comportamenti che si fermano alla soglia della minaccia a patto che rientrino in una condotta più ampia e unitaria che impone alla vittima un regime di vita mortificante. Insomma: pure la violenza a bassa tensione configura il delitto in questione quando determina un carico insostenibile sul vissuto della persona offesa. E le manie dell’uomo non perdono la loro carica invasiva solo perché dettate dalla gelosia: incarnano invece il dato che caratterizza il reato perché denotano violazione della privacy e scarsa considerazione del partner con i controlli sulla vita sociale e, perfino, intima della convivente.


note

[1] Cass. sent. n. 32781/19 del 22.07.2019.

[2] Art. 572 cod. pen.


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