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Quando un figlio può vivere con i propri soldi?

22 Luglio 2019
Quando un figlio può vivere con i propri soldi?

Quando un figlio può dirsi autonomo economicamente? Per quanto tempo ha diritto all’assegno di mantenimento se lavora a tempo determinato o con part-time?

Tuo figlio ha iniziato a lavorare con un contratto part-time. Al momento guadagna poco, ma è solo all’inizio della carriera. Nel tempo, crescerà e potrà farsi strada; così anche lo stipendio aumenterà e il ragazzo potrà conquistare una sua serenità economica. Ti chiedi, pertanto, quali siano i tuoi obblighi nei suoi confronti. Sino ad oggi, gli hai versato un assegno di mantenimento mensile adempiendo all’obbligo che il tribunale ti ha imposto quando hai divorziato da sua madre. Ritieni, però, che sia arrivato il momento di staccare la spina: il tuo bambino è diventato ormai grande, ha trovato un’occupazione ed è in grado di badare a se stesso. È vero: il suo stipendio è ancora quello di un part-time, dovrà sopportare restrizioni e sacrifici, ma chi non li ha fatti all’inizio della propria carriera? Prima di depositare in tribunale il ricorso per la revisione delle condizioni di divorzio, onde ottenere la cancellazione dell’assegno di mantenimento, ti chiedi quando un figlio può vivere con i propri soldi? In che momento può dirsi economicamente autonomo e indipendente?

La legge non fissa un’età a partire dalla quale si può interrompere il versamento del contributo mensile ai figli. L’obbligo di mantenimento permane, anche dopo i 18 anni, fino a quando i figli non raggiungono una loro indipendenza economica: il che significa la conquista di un lavoro corrispondente alle proprie capacità e aspirazioni. Cosa quest’ultima auspicabile, ma non sempre possibile (in particolar modo oggi). Di certo, non è sufficiente un lavoro precario o qualche ora serale per pagarsi gli studi o fare esperienza, anche a discapito di una retribuzione soddisfacente. Resta fermo il fatto che il genitore che voglia interrompere il pagamento dell’assegno di mantenimento non può farlo arbitrariamente ma deve sempre rivolgersi prima al giudice.

La Cassazione ha spiegato che già dai 35 anni in poi si può presumere che l’incapacità economica del figlio dipenda più da sua pigrizia e indolenza che non dalle difficili condizioni di mercato e dalla disoccupazione; sicché è lecito chiedere la cessazione del mantenimento per un giovane che sta diventando ormai adulto. È sempre la Cassazione, con una recentissima sentenza [1], a spiegare che non ha diritto al mantenimento il figlio che ha un lavoro stabile per almeno due anni.

Quest’ultima pronuncia ha una sua importanza perché indirettamente stabilisce la soglia di reddito al di sopra della quale il giovane, seppur con uno stipendio ridotto, può dirsi economicamente indipendente e quindi non più legittimato a chiedere l’assegno di mantenimento. Questa soglia fissa la misura oltre la quale, secondo la Cassazione, il figlio può vivere con i propri soldi. Ebbene, è di 500 euro il tetto oltre il quale il reddito consente di conquistare l’indipendenza economica. Pertanto è quando il figlio riesce a guadagnare tanto che il padre può rivolgersi al tribunale per chiedere la revoca dell’assegno di mantenimento.

Non è la legge a fissare questa misura, ma solo l’interpretazione dei giudici che tiene conto di una serie di circostanze concrete come la formazione scolastica e, quindi, le aspirazioni del giovane.

Un libero professionista con uno stipendio di 500 euro al mese riesce a malapena a sostenere i costi dello studio, mentre un dipendente – tra tredicesima, quattordicesima, ferie retribuite e Tfr – è relativamente più “ricco”.

C’è poi l’età che gioca un grosso fattore. Tanto più è cresciuto il figlio tanto ridotte possono essere le sue aspirazioni di continuare a stare a carico dei genitori.

In ogni caso, è sempre il genitore a dover dare la prova della effettiva e stabile autosufficienza economica del figlio o, in alternativa, la sua responsabilità per la mancata acquisizione di un’occupazione che lo renda indipendente. L’obbligo di mantenimento dei genitori consiste infatti nel dovere di assicurare ai figli, anche oltre il raggiungimento della maggiore età, e in proporzione alle risorse economiche del soggetto obbligato, la possibilità di completare il percorso formativo prescelto e di acquisire la capacità lavorativa necessaria a rendersi autosufficiente.

La prova del raggiungimento di un sufficiente grado di capacità lavorativa è ricavabile anche in via presuntiva dalla formazione acquisita e dalla esistenza di un mercato del lavoro in cui essa sia spendibile. Sta al figlio dimostrare, a quel punto, che la mancata occupazione dipende da fattori estranei alla sua responsabilità. Tuttavia, anche in questa ipotesi vanno valutati una serie di fattori quali la distanza temporale dal completamento della formazione, l’età raggiunta e gli altri fattori che incidono sul tenore di vita del figlio maggiorenne e che di fatto lo rendono non più dipendente dal contributo dei genitori.

Inoltre, l’ingresso effettivo nel mondo del lavoro, con la percezione di uno stipendio sia pur modesto ma che prelude a una successiva crescita lavorativa segna la fine definitiva dell’obbligo di mantenimento da parte del genitore. Peraltro, un’eventuale successiva disoccupazione del figlio non comporta la rinascita dell’obbligo del genitore a versare il mantenimento. In pratica, una volta perso il diritto questo non risorge più neanche se il giovane dovesse trovarsi di nuovo in difficoltà e senza lavoro.


Il figlio trentenne che iniziando a lavorare non guadagna abbastanza è da considerare autonomo “in prospettiva” e non spetta il pieno mantenimento dal padre.

note

[1] Cass. ord. n. 19696/2019 del 22.07.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 5 marzo – 22 luglio 2019, n. 19696

Presidente Genovese – Relatore Bisogni

Rilevato che:

1. Il Tribunale di Avellino, con sentenza n. 9/2015, ha pronunciato la separazione personale dei coniugi T.P. e C.G. , con addebito della separazione a carico di quest’ultimo e rigetto della sua domanda di addebito. Il Tribunale ha revocato l’obbligo di mantenimento a favore dei figli gravante sul sig. C. rilevando che entrambi i figli ormai maggiorenni avevano iniziato a lavorare e avevano dimostrato la capacità di produrre reddito. Ha revocato in conseguenza dell’accertamento della acquisita indipendenza economica la assegnazione della casa familiare alla sig.ra T. .

2. Ha proposto appello la sig.ra T. rilevando che il percepimento di reddito relativo agli anni 2008 e 2009 da parte del figlio minore, C. , nato nel 1985 non giustifica la revoca dell’assegno di mantenimento dato che negli anni successivi sino al 2013 egli ha percepito redditi di molto inferiori o praticamente inesistenti.

Quanto al figlio maggiore, N. , nato nel 1978, l’appellante ha rilevato che non aveva ancora completato la sua formazione professionale e ha affermato che lo svolgimento di attività occasionale di tecnico del suono in occasione di concerti estivi non poteva considerarsi circostanza idonea al raggiungimento di una situazione di autosufficienza economica. L’appellante ha poi rilevato che il mancato raggiungimento di una condizione di indipendenza economica non era imputabile a rifiuto del lavoro o negligenza nella ricerca di una occupazione da parte dei figli. Ha chiesto pertanto il ripristino dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli nella misura di 150 Euro mensili per ciascun figlio e dell’assegnazione della casa familiare nonché la revoca, disposta dal provvedimento impugnato, del dissequestro di beni immobili del C. fino alla concorrenza dell’importo di 50.000 Euro conseguente al mancato pagamento dell’assegno di mantenimento. Ha chiesto altresì l’imposizione al C. di un assegno mensile (pari a 300 Euro) di mantenimento in suo favore a causa delle ripercussioni negative della revoca della assegnazione della casa familiare in cui era ubicato il locale in cui esercitava l’attività di parrucchiera.

3. La Corte di Appello di Napoli con sentenza n. 542/2017 ha accolto l’appello della sig.ra T. e respinto l’appello incidentale del sig. C. di revoca della dichiarazione di addebito della separazione a suo carico. Quanto alla motivazione della statuizione relativa al mantenimento dei figli la Corte di appello ha rilevato che non risulta provata l’acquisizione di una condizione di autosufficienza né la responsabilità dei figli per tale mancata acquisizione.

4. Avverso la sentenza della Corte d’appello il ricorrente propone ricorso per cassazione, illustrato con memoria difensiva e affidato a due motivi con i quali deduce l’omesso esame di un fatto decisivo e la violazione dell’art. 316 bis c.c. Il ricorrente rileva che già all’udienza dell’11.10.2015 aveva prodotto documentazione attestante la proprietà di una autovettura e di un furgone in capo al figlio N. che utilizzava i due mezzi per lo svolgimento della sua attività di tecnico del suono, esercitata in base alla disponibilità gratuita, concessagli dalla società Italiana Service s.n.c., di una attrezzatura per la strumentazione musicale e per l’illuminazione dei palchi. La Corte di appello non aveva valutato tale documentazione come attestativa di una raggiunta capacità lavorativa idonea a rendere indipendente il figlio dai genitori anche per l’acquisizione di una specifica competenza professionale avendo C.N. ottenuto la laurea breve di tecnico del suono. Rileva poi il ricorrente, quanto al figlio C. , che lo svolgimento di attività part time che gli ha consentito di percepire negli anni 2008 e 2009 un reddito di circa 500 Euro mensili avrebbe dovuto indurre la Corte di appello a confermare la decisione del Tribunale di revoca dell’assegno in coerenza con la giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. n. 6509/2017) secondo cui una volta raggiunta una adeguata capacità lavorativa, e quindi l’indipendenza economica, la successiva perdita della occupazione non comporta la reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento.

5. Si difende con controricorso P.T. .

Ritenuto che:

6. Il ricorso è fondato. La sentenza della Corte di appello fa consistere l’obbligo di mantenimento nei confronti dei figli maggiorenni nel sostegno economico cui sono tenuti i genitori sino al raggiungimento e al mantenimento della loro indipendenza economica. Inoltre pone sostanzialmente a carico del genitore la prova della effettiva e stabile autosufficienza o della responsabilità del figlio per la mancata acquisizione di una occupazione che lo renda indipendente. Tale linea interpretativa non è coerente con la giurisprudenza di legittimità e non è condivisa da questo Collegio. L’obbligo del mantenimento dei genitori consiste infatti nel dovere di assicurare ai figli, anche oltre il raggiungimento della maggiore età, e in proporzione alle risorse economiche del soggetto obbligato, la possibilità di completare il percorso formativo prescelto e di acquisire la capacità lavorativa necessaria a rendersi autosufficiente. La prova del raggiungimento di un sufficiente grado di capacità lavorativa è ricavabile anche in via presuntiva dalla formazione acquisita e dalla esistenza di un mercato del lavoro in cui essa sia spendibile. La prova contraria non può che gravare sul figlio maggiorenne che pur avendo completato il proprio percorso formativo non riesca ad ottenere, per fattori estranei alla sua responsabilità, una sufficiente remunerazione della propria capacità lavorativa. Tuttavia anche in questa ipotesi vanno valutati una serie di fattori quali la distanza temporale dal completamento della formazione, l’età raggiunta, ovvero gli altri fattori e circostanze che incidano comunque sul tenore di vita del figlio maggiorenne e che di fatto lo rendano non più dipendente dal contributo proveniente dai genitori. Inoltre l’ingresso effettivo nel mondo del lavoro con la percezione di una retribuzione sia pure modesta ma che prelude a una successiva spendita dalla capacità lavorativa a rendimenti crescenti segna la fine dell’obbligo di contribuzione da parte del genitore e la successiva l’eventuale perdita dell’occupazione o il negativo andamento della stessa non comporta la reviviscenza dell’obbligo del genitore al mantenimento (cfr. Cass. civ. VI-1 N. 6509 del 14 marzo 2017 secondo cui il diritto del coniuge separato di ottenere un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente è da escludere quando quest’ultimo abbia iniziato ad espletare una attività lavorativa).

7. Nel caso in esame e con specifico riferimento al primo motivo di ricorso la Corte di appello non ha valutato, alla luce della giurisprudenza di legittimità, la conclusione da parte del figlio N. del percorso formativo i cui frutti egli utilizza in una attività a carattere professionale, quale quella di tecnico musicale e assistente alla illuminazione di concerti e spettacoli musicali, connotata dall’impiego di mezzi, propri e in comodato, di non modesto valore e che secondo una valutazione presuntiva ben potrebbe costituire una fonte di reddito idonea a garantire l’autosufficienza

economica a chi la presta. Mentre quanto al secondo motivo e al figlio C. , cui in particolare si riferisce, la Corte di appello non ha valutato la circostanza dell’acquisizione di una capacità lavorativa tale da assicurargli una retribuzione stabile nell’arco di due anni. Né la Corte di appello ha preso in considerazione ulteriori rilevanti circostanze come l’effettività o meno della convivenza dei figli con la madre, la età ormai ampiamente superiore ai trent’anni di entrambi i figli, il tenore di vita di cui dispongono. Circostanze sulle quali si sarebbe dovuto attivare l’onere probatorio gravante sulla richiedente il contributo al mantenimento.

8. Il ricorso per cassazione va pertanto accolto con conseguente cassazione, in relazione ai motivi accolti, della decisione impugnata e rinvio alla Corte di appello di Napoli al fine di consentire al giudice del merito l’esame delle circostanze indicate e l’applicazione della giurisprudenza di legittimità richiamata.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte di appello di Napoli che, in diversa composizione, deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri elementi identificativi delle parti.


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