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Certificato di continuazione malattia in ritardo

18 Agosto 2019
Certificato di continuazione malattia in ritardo

Può accadere che il medico curante certifichi, inizialmente, una certa prognosi per la malattia, ma che successivamente sia necessario allungare il periodo di riposo del dipendente.

La prima cosa che deve fare il lavoratore che non sta bene e vuole restare a casa senza andare a lavorare è recarsi prontamente dal medico curante il quale deve attestare, con un certificato medico di malattia, che il lavoratore è effettivamente colpito da uno stato di malattia che gli impedisce di svolgere la prestazione di lavoro.

Nel certificato di malattia, il medico di base indicherà la prognosi, ossia, il numero di giorni di riposo che sono necessari al dipendente per guarire e durante i quali egli può dunque stare a casa ricevendo le indennità economiche di legge e di contratto.

Ma che succede se il dipendente sta ancora male quando termina la prognosi? In questo caso, il medico deve emettere un certificato di continuazione malattia il quale è soggetto alle stesse regole del certificato di malattia iniziale e, dunque, deve essere emesso tempestivamente. Se viene inviato in ritardo, infatti, il dipendente rischia di ricevere una sanzione disciplinare da parte dell’azienda oltre che perdere soldi di stipendio.

Certificazione della malattia del dipendente

Quando un dipendente sta male, si contrappongono due diversi interessi, entrambi astrattamente meritevoli di essere considerati: da un lato l’interesse del dipendente a proteggere la sua salute e a stare a casa a riposo senza subire conseguenze negative nel rapporto di lavoro. Dall’altro lato, l’interesse dell’impresa a ricevere la prestazione di lavoro del dipendente che, ovviamente, viene pagato proprio per recarsi puntualmente al lavoro negli orari stabiliti e svolgere le prestazioni di lavoro dedotte nel contratto di lavoro.

Per questo, la legge prevede che il lavoratore abbia diritto, durante il periodo di malattia, a restare a casa senza per questo subire conseguenze negative a patto che lo stato di malattia sia certificato da un soggetto terzo, il medico curante, chiamato a mettere per iscritto, nel certificato medico di malattia, che il dipendente è malato e il numero di giorno di riposo necessari durante i quali egli è autorizzato a non recarsi al lavoro.

Il ruolo del medico serve proprio a dare garanzia sia all’azienda sia all’Inps, che deve pagare l’indennità di malattia al dipendente. Si presume, infatti, che il medico possa arginare abusi nell’uso della malattia da parte del dipendente, riconoscendo il numero di giorni strettamente necessario alla guarigione.

Ne deriva che lo stato di malattia produce gli effetti di legge solo se è certificato dal medico. Tutte le giornate di eventuale assenza dal lavoro non ricomprese nella prognosi del medico non possono essere considerate come giornate di malattia.

Certificato telematico di malattia: la data di inizio della malattia

A partire dal 2010, è stato introdotto anche in Italia il certificato telematico di malattia. Si tratta di un modo nuovo di approcciare la certificazione medica della malattia abbandonando il vecchio certificato di malattia su carta.

Ogni medico di base ha ricevuto dal ministero delle proprie credenziali per l’accesso al sistema informatico che consentono al professionista di loggarsi ed entrare, assicurando al sistema l’autenticazione del medico e dunque la sua identità.

Quando il medico riceve da un proprio paziente la richiesta di un certificato telematico di malattia, dopo averlo visitato ed aver effettuato la diagnosi del morbo che colpisce il paziente, procede a compilare, direttamente nel servizio dedicato, il certificato telematico di malattia.

Chiariamo subito una cosa importante. E’ vero che il certificato telematico di malattia viene materialmente compilato dal medico, ma è anche vero che il lavoratore resta responsabile dell’esattezza e della veridicità delle informazioni inserite nel certificato.

Per questo, durante la fase di redazione del certificato telematico di malattia, il lavoratore deve essere vigile e controllare passo dopo passo i dati inseriti. Sempre in considerazione della sua responsabilità relativa al contenuto del certificato telematico di malattia, il dipendente ha diritto di ricevere, se ne fa richiesta, l’attestazione medica nella sua casella mail personale.

Come abbiamo detto, dal punto di vista legale, lo stato di malattia del dipendente sussiste solo se attestato nel certificato medico. E’, dunque, fondamentale capire da quando decorre lo stato di malattia per capire quali giorni sono dentro e quali giorni sono fuori.

In base alla legge, lo stato di malattia inizia il giorno in cui il medico rilascia il certificato telematico di malattia e lo invia tramite il sistema.

Ciò significa che se Tizio si reca dal medico il 15 settembre e dice di stare male già dal 10 settembre, i giorni precedenti a quello di rilascio del certificato telematico di malattia non potranno, in ogni caso, essere riconosciuti come giorni di malattia. La malattia avrà come data di inizio il 15 settembre, giorno in cui il medico curante ha rilasciato il certificato telematico di malattia.

C’è solo una eccezione: se il paziente, a causa del suo stato di salute, non poteva recarsi presso l’ambulatorio del medico curante ed ha richiesto la visita domiciliare, il tal caso il medico curante, quando rilascerà il certificato di malattia, potrà indicare una data di inizio della malattia precedente a quella di rilascio del certificato, ma solo di un giorno al massimo.

La data di fine della malattia è, invece, la data in cui termina la prognosi indicata dal medico nel certificato telematico di malattia.

Se il medico indica una prognosi di 10 giorni, la malattia iniziata il 15 settembre finirà il 25 settembre ed il 26 settembre il dipendente dovrà tornare regolarmente al lavoro.

Certificato di continuazione della malattia: cos’è?

Può, però, accadere che la prognosi del medico non sia rispettata. Il medico, infatti, effettua una previsione sulla base dello stato di salute del paziente al momento della visita.

I tempi di recupero da una stessa malattia dei pazienti, però, non sono uguali per tutti. Può, quindi, accadere, sempre nell’esempio che abbiamo fatto, che il 25 settembre, data in cui termina la prognosi, il lavoratore non sia realmente guarito ed abbia bisogno di un ulteriore periodo di riposo a casa prima di rientrare al lavoro.

In questo caso, il dipendente deve tempestivamente farsi certificare la continuazione dello stato di malattia dal medico. Inoltre, il dipendente dovrà continuare a rendersi reperibile anche nell’ulteriore periodo di recupero a casa nel caso di ulteriori visite mediche di controllo.

Il medico curante dovrà emettere dunque, sempre in modalità telematica, un altro certificato telematico di malattia nel quale deve segnalare che si tratta di continuazione del precedente evento morboso, barrando la apposita casella “continuazione” nel form online che gli si aprirà davanti dopo aver inserito le proprie credenziali ed avviato l’iter per la compilazione del nuovo certificato medico di malattia.

Come abbiamo detto, per il certificato di continuazione della malattia valgono le regole generali previste per il certificato di malattia. Ciò significa che se il certificato di malattia che occorre prolungare scade il 25 settembre in quella giornata il dipendente in malattia deve recarsi dal medico di base e farsi certificare la continuazione di malattia oltre ad avvertire l’azienda che il 26 settembre non tornerà al lavoro visto che lo stato morboso si sta prolungando.

Una volta compilato telematicamente il certificato di continuazione della malattia, il medico lo invierà sempre in via telematica all’Inps e, per il tramite dell’istituto previdenziale, il datore di lavoro avrà accesso al codice puc e, dunque, potrà scaricare il certificato stesso.

Se il dipendente intende indicare un altro domicilio per eventuali visite fiscali di controllo può farlo nel nuovo certificato di continuazione della malattia. L’importante è che ricontrolla con attenzione tutti i dati dei quali, in ultima analisi, resta il responsabile.

Certificato di continuazione della malattia tardivo: quali conseguenze

La richiesta al medico del certificato di continuazione della malattia deve essere tempestiva. Per essere chiari, tra la data in cui termina il primo certificato di malattia e la data di inizio del certificato di continuazione della malattia non devono esserci “buchi”.

Se il dipendente si reca dal medico in ritardo, infatti, il professionista non può certificare una data di continuazione della malattia antecedente rispetto alla data della visita e, dunque, si verrà a creare la situazione per cui uno o più giorni di assenza dal lavoro non sono giustificati all’interno del certificato di continuazione della malattia.

Se il dipendente si reca dal medico non il 25 settembre, giorno in cui scade il certificato di malattia, ma il 29 settembre, il medico potrà solo certificare la continuazione della malattia dal 29 settembre in poi, ma le giornate del 26, 27 e 28 settembre risulteranno non coperte da alcuna certificazione medica.

Questa situazione espone il dipendente al rischio di essere licenziato dal datore di lavoro.

Infatti, senza un valido certificato che attesti la malattia, le tre giornate di assenza risultano ingiustificate e, come noto, il dipendente che si assenta dal lavoro senza valida giustificazione può essere licenziato per giusta causa.

Occorre comunque consultare le previsioni in materia del contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto di lavoro. I Ccnl, infatti, prevedono una serie di comportamenti scorretti del dipendente prefigurando, per ciascuno di essi, la possibile sanzione disciplinare [1] che può essere inflitta al dipendente.

L‘assenza ingiustificata è una condotta sanzionabile con varie sanzioni: il tutto dipende dai giorni di assenza. Di solito, fino a due giorni di assenza, il dipendente rischia una sanzione meno grave (rimprovero scritto, multa, etc.).

Dopo i tre giorni di assenza, invece, molti Ccnl prevedono che possa scattare il licenziamento per giusta causa [2].


note

[1] Art. 7 L. n. 300/1970.

[2] Art. 2119 cod. civ.


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