Tirare i capelli non è più reato

24 Luglio 2019
Tirare i capelli non è più reato

Per la Cassazione i semplici dolori non possono integrare il reato di percosse: serve una compromissione delle funzioni dell’organismo.

Tirare i capelli a una persona nel corso di una lite, sia che si tratti di uno strumento di attacco che di difesa, non è reato. A metterlo nero su bianco è stata poche ore fa la Cassazione [1]. Secondo la Corte, il gesto, per quanto possa apparire inurbano, non costituisce una lesione fisica tanto significativa da generare il delitto di percosse. Se, infatti, la tirata di capelli non lascia segni sul cuoio capelluto non può considerarsi una lesione tale da generare un illecito penale.

D’altro canto – prosegue la Corte – il semplice dolore non è sufficiente neanche quando certificato dal medico. Risulta, peraltro, strumentale il ricovero al pronto soccorso per la tirata di capelli solo per querelare l’avversario/a.

Al centro della disputa due donne di un paese dell’entroterra siciliano. Nel corso di un litigio, l’una tirava all’altra i capelli. Una lite, insomma, alla vecchia maniera. Ma i giudici non ne vogliono sapere: per questo tipo di lesioni minime non si può scomodare la Procura della Repubblica. Il reato di percosse, infatti, richiede un’alterazione funzionale come conseguenza della condotta dell’agente e, se non risulta l’alterazione del cuoio capelluto, non ci può essere neanche reato. Nel caso di specie, peraltro, l’imputata aveva 70 anni.

Il fatto è che non è sufficiente una semplice screpolatura a integrare il reato previsto dall’articolo 582 Cp: il concetto di «malattia» richiesto dalla norma, infatti, non ricomprende il semplice dolore sofferto dalla vittima ma richiede che la violenza dell’agente determini una compromissione delle funzioni dell’organismo.

Insomma: non tutte le alterazioni di natura anatomica fanno scattare le lesioni personali che si configurano soltanto di fronte a limitazioni funzionali significative, anche se non definitive. E nel caso di specie pesava il referto sanitario della vittima che riportava solo «dolore alla regione occipitale».

Questo non toglie che tirare i capelli può costituire il reato di abuso dei mezzi di correzione quando il gesto è posto dall’insegnante o dal genitore nei confronti del minore [2]. Così come può integrare il diverso reato di violenza personale quando tirare i capelli serve per costringere una persona a fare qualcosa contro la propria volontà [3]. Si pensi al caso di un uomo che prenda per i capelli la propria compagna per evitarle di scendere dall’auto a seguito di un furibondo litigio.


note

[1] Cass. sent. n. 33492/19.

[2] Cass. sent. n. 31642/2016.

[3] Cass. sent. n. 33804/2013.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 maggio – 24 luglio 2019, n. 33492

Presidente Sabeone – Relatore Sessa

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Termini Imerese con sentenza del 6 marzo 2018 ha confermato la pronuncia di primo grado emessa dal giudice di Pace di Lercara Friddi nei confronti di G.M.T. , dichiarata colpevole del reato di lesioni volontarie lievissime, giudicate guaribili in giorni due, ai danni di Gi.Ro. – per avere tirato con forza i capelli alla predetta nel corso di una controversia insorta presso l’ufficio di collocamento.

2.Avverso la suindicata pronuncia ha proposto ricorso l’imputata, tramite il difensore di fiducia, deducendo un unico motivo, previa formulazione di questione di illegittimità costituzionale dell’art. 131 bis c.p., in relazione agli artt. 3 e 5 Cost., nella parte in cui non prevede la possibilità di applicare la disciplina ivi prevista ai reati attribuiti alla cognizione del Giudice di Pace.

– Lamenta in buona sostanza che il giudice, nonostante avesse riconosciuto la tenuità del fatto non riconoscendo alcun risarcimento in considerazione della lievità delle lesioni, non ha potuto applicare la causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis cit., trattandosi, come precisato anche dalla sentenza a Sezioni Unite di questa Corte (del 22.6.2017), di norma non applicabile ai reati di competenza del giudice di Pace, per i quali deve trovare applicazione la causa di improcedibilità di cui al D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 34, attese le peculiarità e differenze esistenti tra le due norme. Assume che invece la mancata applicazione/estensione di tale norma anche ai reati di competenza del giudice di Pace si risolva in una irrazionale disparità di trattamento lesiva del diritto di difesa, considerato che la sua applicabilità è subordinata alla mancata opposizione della persona offesa (che nel caso di specie si è opposta) con la conseguenza che l’operatività di tale causa di improcedibilità potrebbe risultare preclusa in casi di estrema tenuità – come in quello in esame – laddove per fatti ben più gravi di competenza del giudice ordinario potrebbe invece applicarsi la causa di non punibilità di cui all’art. 131 bis c.p..

2.1. Ciò posto, denuncia, sotto il profilo della violazione di legge, la erronea applicazione delle disposizioni penali di cui agli artt. 582 e 594 c.p., e la omessa motivazione, assumendo che anche il comportamento descritto al capo A e ascritto come lesioni dovesse qualificarsi piuttosto come ingiuria perché diretto alla lesione ed offesa del decoro più che della incolumità fisica, considerata anche la minima, insignificante, entità delle lesioni (con prognosi di soli due giorni).

Contesta in definitiva la sussistenza stessa del reato di lesioni che non può ritenersi integrato da una tirata di capelli che ha ingenerato solo dolore e nemmeno una vera e propria abrasione del cuoio capelluto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato e merita accoglimento per quanto di ragione.

Preliminarmente va osservato che deve ritenersi manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale sollevata dalla ricorrente, risultando la previsione di cui al D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 34, il frutto di una precisa scelta del legislatore che non è suscettibile, in quanto tale, di essere messa in discussione alla stregua dei parametri indicati dalla ricorrente, rientrando quella previsione nel contesto normativo di cui al D.Lgs., che ha dettato norme specifiche e precipuamente destinate a regolamentare il procedimento di accertamento dei reati di competenza del giudice di Pace (È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274, art. 34, comma 3, recante disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, nella parte in cui consente che la particolare tenuità del fatto possa essere dichiarata con sentenza solo se l’imputato e la persona offesa non si oppongano (la Corte ha ritenuto che il dissenso della persona offesa è funzionale a garantire il bilanciamento tra i diversi interessi coinvolti nel nuovo istituto previsto dal citato art. 34, il primo rivolto alla deflazione processuale e l’altro diretto ad evitare il rischio di un’impunità diffusa per i reati della criminalità minore). (Sez. 7, n. 2674 del 25/06/2003 – dep. 27/01/2004, Pitimada, Rv. 22690701).

1.1.Ciò posto, passando all’esame dell’unica censura proposta, si osserva che esso è fondato perché non risulta in alcun modo spiegato nella pronuncia impugnata – di qui la violazione di legge dedotta e qui rilevata – il motivo che ha indotto il giudice a ritenere integrato il reato di lesioni. Essendosi trattato di una tirata di capelli, si sarebbe dovuto dar conto specifico della natura della lesione che ne sarebbe derivata, non essendo sufficienti a tal fine una mera screpolatura, né tanto meno il dolore patito, essendo piuttosto necessario che in conseguenza della condotta sia apprezzabile un’alterazione funzionale ovvero una compromissione delle funzioni dell’organismo. Ai fini della configurabilità del delitto di lesioni personali, la nozione di malattia non comprende, invero, tutte le alterazioni di natura anatomica, che possono anche mancare, bensì solo quelle da cui deriva una limitazione funzionale o un significativo processo patologico o l’aggravamento di esso ovvero una compromissione delle funzioni dell’organismo, anche non definitiva, ma comunque significativa. (Sez. 5, Sentenza n. 54005 del 03/11/2017, Rv. 271818 (Sez. 4, n. 22156 del 19/04/2016, P.C. in proc. De Santis, Rv. 267306).

Il Giudice, nel caso di specie, si è, invece, limitato a dare atto delle risultanze del certificato medico rilasciato dal sanitario che ebbe a visitare la ricorrente subito dopo il fatto in cui si riporta unicamente “dolore regione occipitale” giudicato guaribile in giorni due.

2. Dalle ragioni sin qui esposte deriva l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Termini Imerese per nuovo esame. Il giudice del rinvio in particolare valuterà, alla luce dei parametri sopra indicati, se la condotta posta in essere dall’imputata integri gli estremi delle lesioni – o piuttosto il reato di percosse.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Termini Imerese per nuovo esame.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube