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Brexit: quali conseguenze con il nuovo premier inglese

25 Luglio 2019 | Autore:
Brexit: quali conseguenze con il nuovo premier inglese

La linea dura di Johnson rende l’ipotesi hard Brexit sempre più probabile: senza il Regno Unito l’Europa si indebolisce e i suoi cittadini pagheranno di più.

I social lo hanno subito ribattezzato “il Trump inglese” ed infatti il nuovo premier inglese Boris Johnson, nominato ieri dalla regina Elisabetta, è un politico conservatore che va per le spicce, dritto al punto senza giri di parole: un tipo ben lontano dall’immagine classica ed elegante dell’aplomb inglese nello stile del principe Carlo e che già sta facendo discutere, preannunciando iniziative clamorose a partire dal modo di condurre, o piuttosto di troncare, le trattative in corso per evitare all’ultimo momento la Brexit, l’uscita dalla Ue.

L’arrivo di un personaggio così irruento alla guida del Regno Unito quando mancano tre mesi alla decisione definitiva (il termine ultimo è fissato al 31 ottobre prossimo) sconvolge tutte le previsioni e rende più arduo capire quali conseguenze ci saranno non solo per la Gran Bretagna ma per tutta l’Europa, compresa l’Italia. Sul tema dell’uscita dall’Europa Johnson ha già prevalso sui suoi avversari che erano più morbidi e possibilisti  ed ha già preannunciato che, se sarà costretto, la Brexit avverrà “no deal”, senza accordo, cioè in maniera drastica, quindi in forma “hard“, senza se e senza ma.

Il nuovo protagonista della Brexit è un personaggio singolare: 55 anni, divorziato in seconde nozze, ora fidanzato con una donna di 24 anni più giovane di lui, Carrie Symonds, figlia del proprietario di uno dei quotidiani inglesi più famosi, l’Independent. Johnson – che colpisce innanzitutto per la sua immagine, con un ciuffo di capelli biondi perennemente scompigliato – è laureato in storia antica ad Oxford ma ha iniziato a lavorare come giornalista, per anni anche a Bruxelles come corrispondente della Commissione europea. Poi è diventato un politico di lungo corso: parlamentare dal 2001, è stato sindaco di Londra per due mandati consecutivi, dal 2008 al 2015 (nei sondaggi dell’anno successivo, più della metà dei cittadini era rimasta soddisfatta del suo operato).

Deve però la sua fama alle numerose partecipazioni nei talk show televisivi inglesi, dove ha commesso clamorose gaffe (celebre quella secondo cui il primo ministro turco Erdogan farebbe “sesso con le capre”) che comunque hanno incrementato ulteriormente la sua popolarità. Nella campagna elettorale per il referendum del 2016 si era schierato apertamente per il “Leave”, l’uscita dall’Europa, e l’aveva spuntata (sia pure di misura, con il 52% dei voti) contro il fronte opposto del “Remain”, di coloro che erano intenzionati a rimanere in seno all’Unione.

Adesso con un “falco” come lui alla guida del governo britannico è molto probabile che si arrivi entro il 31 ottobre prossimo alla cosiddetta hard Brexit, cioè l’uscita della Gran Bretagna ed Irlanda dall’Europa semplicemente sbattendo la porta, senza alcun tipo di accordo per regolare modi e termini del passaggio: egli stesso aveva condannato apertamente i tentativi della “colomba”, la precedente premier Teresa May di raggiungere un’intesa creando condizioni di uscita più elastiche e lasciare qualche finestra aperta per un futuro rientro. Secondo lui la May stava concedendo troppo e con troppa facilità; questa critica infatti è stata uno dei motivi principali della sua caduta, aprendo così le porte all’insediamento di Johnson alla guida del nuovo governo inglese.

Ha prevalso così la linea dura che lascia poco spazio a ulteriori discussioni e negoziati con l’Unione europea, ma il nuovo premier, al di là della tattica scorbutica e delle carte che saprà giocare per alzare la posta (o per bluffare), avrà comunque gli stessi problemi del suo predecessore: per far prevalere la sua posizione dovrà riuscire a convincere il Parlamento inglese, dove non tutti sono favorevoli all’uscita immediata dall’Europa ed anzi molti lo ritengono disastroso.

Intanto la scadenza programmata si avvicina e sembra sempre più arduo evitare l’hard Brexit in una corsa contro il tempo dove manca la volontà di evitare l’evento. La partita è importante perché ci sono in ballo almeno 40 miliardi di spese comunitarie che, se il Regno Unito uscisse, dovrebbero essere scaricate in proporzione sugli altri Stati membri entro pochi anni. Gli inglesi versano ogni anno 10 miliardi e mezzo e ne ricevono poco più di 6, quindi contribuiscono a mantenere attive le casse dell’Unione (leggi qui per sapere quanto versa l’Italia all’Europa ogni anno).

Insomma le conseguenze più gravi non sarebbero per gli inglesi – che anzi potrebbero stringere alleanze con gli Stati Uniti, vista l’omogeneità politica tra Johnson e Trump – ma per i cittadini degli altri Paesi europei, che non solo rimarrebbero privi di uno sbocco commerciale oltre la Manica ma sarebbero costretti a mettere mano al portafoglio per colmare l’assenza dei contributi inglesi. Nascerebbero numerosi problemi anche per i risparmiatori ed i commercianti italiani che intrattengono rapporti con la Gran Bretagna (leggi Brexit: le otto conseguenze per l’Italia).

Ormai è difficile che nei tre mesi rimasti (e considerando anche le prossime vacanze estive) si possa raggiungere un accordo con i vertici dell’Unione europea, dopo che i numerosi tentativi della precedente guida del governo inglese, Teresa May (molto più disponibile di Johnson a trovare un’intesa), erano tutti falliti; a meno che l’Europa, vista la situazione, per evitare la perdita definitiva di un pezzo importante come il Regno Unito non conceda una proroga al 2020 in modo che i britannici possano andare al voto, o con le elezioni generali o con un nuovo referendum. Per Johnson anche questa eventualità sarebbe una vittoria, considerato che ama lo scontro e il terreno elettorale gli è congeniale. Oltretutto, siccome le opposizioni laburiste appaiono in calo nei sondaggi, potrebbe fare un pieno di voti e rafforzare ulteriormente la sua posizione.

Intanto anche la posizione politica interna del nuovo leader si preannuncia altrettanto chiara come quella estera: «Celebriamo la forza del capitalismo, abbassiamo le tasse, difendiamo la legge e l’ordine». Dichiarazioni che sembrano in perfetta sintonia con la Lega guidata da Salvini: infatti anche sul tema dell’immigrazione Johnson ha sostenuto che si può essere aperti solo a quella «altamente qualificata, come gli scienziati» mentre bisogna controllare «il numero di immigrati non qualificati che entrano nel paese». Un punto comune con l’attuale linea di governo italiana, grazie al quale i due Paesi potrebbero fare fronte comune nei confronti dell’Europa: anzi, almeno per quanto riguarda gli inglesi, presto fuori dall’Europa.



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