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Chiamare “animale” una persona è reato?

28 Luglio 2019
Chiamare “animale” una persona è reato?

Diffamazione e ingiuria: assimilare persone o minorenni ad animali o a cose può essere un’offesa?

Nell’eterno paragone tra l’uomo e l’animale, c’è chi ritiene che questi ultimi siano superiori agli esseri umani per bontà e generosità. Di fatto, però, quando si definisce una persona “animale” o “bestia”, il significato che si vuol dare a questo termine è sempre dispregiativo. «Sei un animale… e mi scuso con gli animali» qualcuno aggiunge ironicamente. Tuttavia, alla luce del fatto che le parole non hanno altro significato se non quello attribuitogli convenzionalmente dalla società, ed attesa appunto la valenza negativa di tale accezione secondo il lessico comune, chiamare “animale” una persona è reato? A tale interessante quesito ha risposto la Cassazione con una recente sentenza [1].

Offendere una persona: di che reato si tratta?

Le offese nei riguardi di una persona sono reato solo nel caso in cui il reo le comunichi a terze persone. Se invece questi sta parlando con il diretto interessato e lo offende “a tu per tu” scatta solo un illecito amministrativo. Nel primo caso, infatti, si rientra nella diffamazione che è un illecito ancora previsto dal codice penale. Nel secondo caso, invece, si rientra nell’ingiuria che ormai non è più reato.

Serena parla male di Romina con le sue amiche. Di lei dice cose tutt’altro che piacevoli, fino a infangarne la reputazione. Se Romina lo viene a sapere può querelare Serena per diffamazione.

Edoardo ha un diverbio con Giuseppe. Le parole tra i due crescono di tono finché Edoardo dice a Giuseppe: «Sei la feccia della società, una persona ignobile, corrotta e vile». Giuseppe non può querelare Edoardo, ma può solo intentargli una causa civile per ingiuria. All’esito del giudizio, il giudice potrà condannare il responsabile a pagare allo Stato una contravvenzione amministrativa. Tuttavia, la fedina penale di Edoardo resterà immacolata.

Offese ed evoluzione del linguaggio

La Cassazione ha spesso adeguato i propri giudizi in materia di ingiuria e diffamazione all’evoluzione del linguaggio e alla facilità con cui, anche attraverso i media, si ricorre facilmente a parolacce. È il concetto di “inflazione”: se dire “sei scemo” è ormai un’abitudine non è più possibile accordare a tale parola un vero e proprio significato offensivo. Tant’è vero che i giudici a volte hanno ritenuto che dinanzi al famigerato “vaffan…” non si può ritenere integrato alcun reato.

Detto ciò, però, è sempre bene calibrare più che la parola in sé la valenza che ad essa si vuole dare, l’intenzione dell’agente e le ripercussioni sulla vittima. Ad esempio: dire «sei corrotto» non è certo una parolaccia, ma assume di certo un significato sociale altamente negativo. Per cui, chi afferma una cosa del genere deve affrontare poi le conseguenze penali della propria condotta.

Alla luce di ciò, la Cassazione si è trovata a dover spiegare se dire animale a una persona è reato o meno.

Dire animale è un’offesa?

La particolarità del caso affrontata dai giudici supremi è data dal fatto che la vittima in questione era un minorenne.

Rocco e Saverio sono due bambini che abitano nello stesso palazzo. I due si litigano nel cortile mentre giocano a pallone. Rocco picchia Saverio in modo brutale procurandogli evidenti segni sul volto. Il padre di Saverio ha uno sfogo all’interno del gruppo Whatsapp nella chat di gruppo del condominio. In quel contesto – che include anche il genitore del ragazzino – egli scrive una frase inequivocabile: «Volevo solo far sapere al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani, al rientro dal turno lavorativo, prenderò le dovute precauzioni». Proprio quelle parole sono oggetto del processo a carico del genitore di Saverio per il reato di diffamazione.

Secondo la Cassazione, il termine “animale” usato per indicare in maniera spregiativa un bambino non può che avere una valenza diffamatoria. La frase incriminata presenta un immediato contenuto offensivo proprio perché rivolta a un minorenne, nei cui confronti, quindi, bisognerebbe adottare maggiori cautele espressive.

Ciò perché è vero che in passato ci sono state delle «aperture verso un linguaggio più diretto e disinvolto», ma «talune espressioni presentano» comunque «un carattere insultante». E di sicuro «sono ingiuriose», spiegano i giudici, «quelle espressioni con cui si disumanizza la vittima, assimilandola a cose o animali»: in questa vicenda, in particolare, «paragonare un bambino a un animale – inteso addirittura come oggetto, visto che il padre ne viene definito “proprietario” – è certamente locuzione» caratterizzata da «valenza offensiva».

Come comportarsi con le persone?

Nonostante oggi «sia degradato il codice comunicativo e sia scaduto il livello espressivo, soprattutto sui social media», la Cassazione rimprovera chi non usa tatto nei confronti dei minorenni.

A questo punto, argomentando al contrario, si potrebbe anche ritenere – ma ciò non è stato scritto dai giudici supremi – che chiamare animale una persona adulta non possa costituire reato. Ma chissà: ogni caso è a sé stante. Ed allora dovremo attendere la prossima pronuncia per averne la certezza.


note

[1] Cass. sent. n. 34145/19 del 26.07.2019.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 maggio – 26 luglio 2019, n. 34145

Presidente Vessichelli – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata il Giudice di pace di Lecce ha assolto, per insussistenza del fatto, Gu. St. dal reato di cui all’art. 595 cod. pen., allo stesso contestato per avere offeso la reputazione del minore Da. Lo., scrivendo su una chat Whatsapp del gruppo del condominio: “volevo solo far notare al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia. Domani al rientro del turno lavorativo prenderò le dovute precauzioni”.

2. Avverso la sentenza ricorre il Procuratore della Repubblica di Lecce articolando un unico motivo con il quale deduce violazione di legge.

Il fatto contestato rientrerebbe nel paradigma di cui all’art. 595 cod. pen., in considerazione della indubbia la portata offensiva del termine “animale” che sarebbe stato invece erroneamente esclusa dal giudice.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. In forza della ricostruzione offerta dal giudice di pace, non contestabile in questa sede, il fatto “si concretizza nel sostantivo “animale” utilizzato (dall’imputato) per indicare in maniera spregiativa il bambino che avrebbe procurato la ferita al volto della figlia del prevenuto” (seconda pagina della sentenza impugnata).

Fermo ciò, il giudice di merito esclude che tale espressione, seppure inappropriata od eccessiva, possieda “valenza di offesa dell’altrui reputazione”.

3. L’affermazione è errata.

In realtà è vero il contrario. La frase presenta un immediato contenuto offensivo espresso dalla parola “animale” riferita a un bambino.

È vero che la recente giurisprudenza di legittimità ha mostrato alcune “aperture” verso un linguaggio più diretto e “disinvolto”, ma è altrettanto vero che talune espressioni presentano ex se carattere insultante.

Sono obiettivamente ingiuriose quelle espressioni con le quali si “disumanizza” la vittima, assimilandola a cose o animali (Sez. 5, n. 42933 del 29/09/2011, Gallina, in motivazione). Paragonare un bambino a un “animale”, inteso addirittura come “oggetto” visto che il padre ne viene definito “proprietario”, è certamente locuzione che, per quanto possa essersi degradato il codice comunicativo e scaduto il livello espressivo soprattutto sui social media, conserva intatta la sua valenza offensiva.

4. Discende l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio al Giudice di pace di Lecce per nuovo esame.

Poiché nel processo penale l’obbligo della rifusione delle spese giudiziali sostenute dalla parte civile è collegato alla soccombenza, la quale, nel giudizio di impugnazione, deve essere valutata con riferimento al gravame, nell’ipotesi di ricorso del pubblico ministero la parte civile, pur avendo il diritto di intervenire, non può ottenere la rifusione predetta all’esito del giudizio di legittimità che si è concluso con l’annullamento con rinvio, ferma restando la possibilità di far valere le proprie ragioni nel corso ulteriore del processo (Sez. 2, n. 2888 del 27/02/1997, Maiolino, Rv. 207559 – 01).

La minore età della persona offesa impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Giudice di pace di Lecce per nuovo esame. Nulla per le spese della parte civile.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs.196/03 in quanto imposto dalla legge.


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