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Inabilità lavoro: quanto vale il giudizio della commissione medica?

29 Luglio 2019
Inabilità lavoro: quanto vale il giudizio della commissione medica?

Licenziamento del lavoratore dipendente divenuto inabile: la valutazione medico-sanitaria dell’Asl è vincolante?

Il datore di lavoro può sempre far controllare l’idoneità fisica del lavoratore disponendo su di esso delle visite da parte di enti pubblici ed istituti specializzati pubblici. Lo prevede lo statuto dei lavoratori [1] ed è un corollario dell’obbligo, per l’azienda, di salvaguardare la salute dei propri dipendenti, derivandone altrimenti una responsabilità. Che succede però se la Commissione medica dovesse ritenere il lavoratore non più idoneo a svolgere determinate mansioni? Il giudizio è vincolante o meno? Se la valutazione dell’Asl dovesse essere favorevole al dipendente, il datore potrebbe ugualmente ritenerlo non più adatto e licenziarlo? Di tanto, si è occupata una recente sentenza della Cassazione [2]. Ai giudici supremi è stato chiesto quanto vale il giudizio della Commissione medica in caso di inabilità al lavoro. Ecco cosa è stato detto in tale occasione.

Sopravvenuta infermità del dipendente: che succede?

Come noto, durante la malattia il dipendente non può mai essere licenziato a causa della malattia stessa, a meno che la sua assenza dal lavoro non si protragga oltre i termini massimi consentiti dal contratto collettivo (cosiddetto periodo di comporto).

Ciò, però, vale solo quando dalla malattia deriva una inabilità temporanea, destinata cioè a sparire con la guarigione.

Vanno diversamente le cose quando è in gioco una inabilità permanente. Qui, il datore di lavoro deve verificare se il dipendente può ancora svolgere i compiti che gli erano stati in precedenza assegnati. Se così non  dovesse essere, subentrerà la possibilità di licenziare il lavoratore inabile ma solo dopo aver verificato che, in azienda, non vi sono altri posti liberi e compatibili con le sue qualità (cosiddetto obbligo di repechage). Ne abbiamo già parlato in Dipendente non più idoneo: licenziamento o nuove mansioni?

Quando lo spostamento verso altre funzioni di pari o inferiore inquadramento contrattuale non è possibile senza alterare l’organigramma aziendale o senza comportare un grosso sacrificio economico per il datore di lavoro, si può procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Leggi Non idoneità al lavoro: licenziamento. In questo caso, il datore di lavoro può intimare il licenziamento senza attendere necessariamente il compimento del periodo di comporto [3].

Come avviene l’accertamento dell’inidoneità fisica del dipendente

L’accertamento dell’inidoneità sopravvenuta e definitiva del dipendente può provenire dal medico previsto dalla normativa in materia di sicurezza [4] o dalla Commissione medica istituita presso l’Asl (organo competente secondo lo Statuto dei lavoratori).

Il giudizio della commissione medica Asl è vincolante?

Vediamo ora che valore ha il giudizio della Commissione medica dell’Asl. Dalla risposta a tale quesito derivano delle conseguenze pratiche abbastanza rilevanti.

Luigi si sottopone a visita medica dell’Asl perché affetto da miopia che potrebbe pregiudicargli l’esercizio delle proprie funzioni. La Commissione medica ritiene Luigi ancora idoneo per le mansioni, ma ciò nonostante il suo datore di lavoro lo licenzia ugualmente. Luigi ricorre al tribunale impugnando il licenziamento e il giudice ordina una consulenza tecnica d’ufficio per valutare le condizioni fisiche del dipendente. Luigi però si rifiuta di sottoporsi a un nuovo esame: a suo avviso è sufficiente quello già fatto dall’Asl. Può farlo?

Secondo la Cassazione, il giudizio di inidoneità espresso dalla competente Commissione medica non è vincolante per il giudice, che può giungere a conclusioni diverse tramite il proprio Ctu [5].

In tema di licenziamento per inabilità al lavoro – si legge nella sentenza citata in apertura di questo articolo – il giudizio della Commissione medico-ospedaliera prevista dallo Statuto dei lavoratori non ha valore vincolante né per il giudice – che può disporre consulenza tecnica d’ufficio per accertare la sussistenza delle condizioni di inabilità – né per il datore di lavoro. Quest’ultimo, però, se vuol licenziare il dipendente per impossibilità sopravvenuta della prestazione è tuttavia tenuto a provare di non poterlo destinare ad altre mansioni (anche inferiori) compatibili con lo stato di salute e attribuibili senza alterare l’organizzazione produttiva, sempre che il dipendente non abbia già manifestato a monte il rifiuto di qualsiasi diversa assegnazione.

Il rifiuto del lavoratore a sottoporsi a un ennesimo controllo richiesto dal giudice del tribunale è da considerare ingiustificato in quanto l’accertamento giudiziale prevale su quello svolto in sede amministrativa.

La Cassazione, richiamando in motivazioni specifiche pronunzie [6] sottolinea la natura garantistica dell’accertamento della idoneità al lavoro disposto dal tribunale; per cui, in presenza di un contrasto di valutazioni medico-amministrative, prevale quella fatta dal consulente d’ufficio nominato dal giudice. Per cui la sottrazione del lavoratore ad una verifica del generale potere di controllo in via giudiziaria risulta del tutto ingiustificata.


note

[1] Art. 5 Statuto lavoratori

[2] Cass. sent. n. 18399/2019.

[3] Cass. 14 dicembre 1999 n. 14065

[4] D.Lgs. 81/2008.

[5] Cass. sent. n. 23068/2013; n. 16195/2011; n. 7065/2018; n. 27201/2018.

[6] Cass. 19 ottobre 2000, n. 13863.


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