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L’incredibile storia di Rita Atria: una contro tutti (parte 2)

1 dicembre 2011 | Autore:


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(Prosegue da parte 1 )

2. La convivenza unisce ancora di più le due cognate. Ridono, scherzano, piangono, fanno tutto insieme come due vecchie amiche.

Gli oltre mille chilometri di terra romana si estendono davanti alla loro finestra: due milioni e mezzo di persone, strette come scarafaggi e divise da un fiume che trascina, insieme ai topi, brandelli di storia.

Non perdono occasione, talvolta, di infrangere le rigide regole del programma di protezione. Una passeggiata a San Pietro, una a villa Pamphili, una a piazza Navona. Lo slargo barocco più bello di Roma segna il compromesso tra cielo e terra con il suo pilastro riflesso nella fontana dei Fiumi. Sant’Agnese ed il Nettuno si ricoprono di viola al tramonto e, a turno, controllano il via vai dei passanti, tra una chiromante che leva fatture senza rilasciarle ed un baronetto nascosto in abiti cenciosi. Di sera, le bancarelle e le luci natalizie si intrecciano come in un tappeto di colori. C’è odore di zucchero filato, di mandorle tostate e caramello.

Non vogliono parlare del passato, fanno finta di dimenticarlo. Un giorno Rita prende una cartina geografica dell’Italia, ritaglia la Sicilia e l’appende alla parete [9]. Trova anche il modo di innamorarsi. Lui si chiama Gabriele e, per farlo salire a casa, c’è bisogno dell’autorizzazione dell’Alto Commissariato.

Ma una maledizione grava sulla piccola Atria. Triste destino il suo: tutti i maschi a cui vuole bene vengono ammazzati dalla mafia.

Alle 16,58, in uno stretto vicolo di Palermo che il Comune ha battezzato via D’Amelio, una Fiat 126, imbottita con 100 chilogrammi di tritolo, esplode, sventrando un palazzo. Una nube di fumo nero si alza dal marciapiede. Muoiono il giudice Borsellino e la sua scorta.

In tutto sei morti, che seguono di due mesi l’attentato di Capaci dove aveva perso la vita Giovanni Falcone.

Quella sera, Rita si rifiuta di vedere la televisione. È pallida in viso. Gira nervosamente per casa. Va ripetendo: «Ormai siamo fritti, ora non c’è nessuno che ci protegge».

Prima di andare a letto, appunta sul suo diario: «Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia, devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi. Ma io senza di te sono morta [10]».

Le parole di Rita nascondono un grave problema di relazioni con l’Alto Commissariato. Forse i funzionari vedono in lei ancora una Atria, figlia e sorella di mafiosi, e per questo la guardano quasi con disprezzo, la ignorano, non le accordano nessuna richiesta [11].

Rita possiede solo i vestiti indossati al momento della fuga. E, quando prova a reclamare un contributo mensile, le rispondono che nulla le spetta perché già vive con una parente. Quella volta ci pensa lo zio Paolo, allertato con una telefonata, a sistemare tutto in poche

ore. Ma dopo la sua scomparsa, Rita rimane definitivamente sola.

Qualche giorno dopo la strage di via D’Amelio, alla porta delle due donne bussa un funzionario dell’Alto Commissariato. Con la morte di Borsellino, molti Testimoni hanno deciso di ritirare le loro dichiarazioni perché non si sentono più protetti. Così l’uomo è venuto a verificare se anche le due cognate intendono interrompere il percorso già intrapreso. È la sua unica preoccupazione. Non chiede altro.

Piera, con orgoglio, gli risponde: «Se prima avevo un motivo per lottare, ora ne ho cento».

Ma la personalità di Rita inizia un’involuzione drammatica. Si chiude in se stessa. Tra attacchi di panico e depressione, il suo quadro psicologico si aggrava. Parla spesso di morte. Decide di scrivere un’autobiografia. Le pagine del suo diario sono cupe e pessimiste. In quei giorni riesce anche ad ottenere un appartamento tutto per sé. La

Commissione le accorda un piccolo tugurio, in un palazzo popolare del quartiere Tuscolano. Via Amelia, si chiama: un’infausta assonanza con via D’Amelio.

Il 26 luglio successivo, proprio da quel settimo piano, a sette giorni dalla scomparsa dello zio Paolo, alla stessa ora, Rita si affaccia dalla finestra.

Domina la notte come una sinfonia sulla città. La piccola Atria è rimasta sola nella sua nuova dimora. È la prima volta, dall’inizio del programma, che dorme senza nessuno accanto. Piera è scesa in Sicilia per alcuni impegni. Anche lei doveva partire con la cognata, ma ha disdetto all’ultimo, con la scusa di voler sistemare gli scatoloni. Che,

invece, rimangono tutti imballati.

Il diario di Rita piange le sue ultime memorie: “Mio Dio, perché mi togli sempre troppo presto ciò che amo. Ti prego toglimi il cuore ma non farmi soffrire, non farmi tenere tra le mani ciò che non potrà mai essere mio.[…] Sono quasi le 9 di sera, sono triste e demoralizzata forse perché non riesco più a sognare, nei miei occhi vedo tanto buio e tanta oscurità. Non mi preoccupa il fatto che dovrò morire ma che non riuscirò mai ad essere amata da nessuno. Non riuscirò mai ad essere felice e a realizzare i miei sogni. Vorrei tanto poter avere Nicola vicino a me, poter avere le sue carezze e i suoi abbracci, ne ho tanto bisogno e, l’unica cosa che riesco a fare, è piangere, ma vorrei tanto il mio Nicola. Nessuno potrà mai colmare il vuoto che c’è dentro di me, quel vuoto incolmabile che tutti, a poco a poco, hanno aumentato.

Non ho più niente e nessuno, non possiedo altro che briciole. Non riesco a distinguere il bene dal male, tanto ormai è tutto così cupo e così squallido. Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite.

Invece no. Il tempo le apre sempre più fino ad ucciderti, lentamente. Quando finirà quest’incubo?” [12]

L’alba sembra cancellare tutto, ma il nuovo sole ha un risveglio malato, di uno che ha passato la notte fuori e vomita e sputa, tossisce e ha la febbre. Rita si sporge dalla finestra della sua nuova casa per osservare le nuvole all’orizzonte. Sogna che quella maledetta pioggia scenda al più presto. La speranza è forte quanto l’illusione che essa possa sciogliere la sporcizia che c’è intorno, e portarla giù, lontana, in qualche tombino.

Poi chiude gli occhi e si lascia cadere. In lenta dissolvenza, come il mare sulla battigia.

La vita è una strada e la morte è solo una curva. Morire è non essere visti.

Il suo unico testamento è una scritta a matita sul muro: “Ti amo, non abbandonarmi, il mio cuore senza di te non vive.”

Ai funerali di Rita non partecipa lo Stato, non partecipano le istituzioni, pochissimi politici sono presenti. Non c’è neanche Giovanna Cannova, la povera madre ormai rimasta l’ultima della sventurata famiglia Atria. Le malelingue dicono che è il senso di colpa per avere abbandonato la figlia; altri insinuano che è la paura di farsi vedere dalla mafia a piangere una pentita. Fatto sta che la stessa Giovanna viene trovata, di lì a poco, nel cimitero, mentre prende a martellate la lapide di Rita.

La funzione viene celebrata all’aperto e non in chiesa. Una scelta mai motivata. Forse perché Rita è suicida e peccatrice agli occhi della chiesa. Illazioni, risponde indignato Don Calogero Russo, parroco che celebra le esequie. Il quale si affretta a smentire: «Se la bara della giovane non è stata condotta in chiesa, non è dipeso dall’autorità ecclesiastica, ma dai familiari e dall’autorità preposta all’ordine pubblico [13]».

3. Luci e ombre di quello che è stato un suicidio annunciato e che forse poteva essere evitato. Gli agenti dello Stato sapevano della depressione di Rita e ciò nonostante l’hanno lasciata sola.

Sandra Rizza, nella sua biografia di Rita Atria, getta una serie di

dubbi.

“Non sapevano i funzionari addetti alla protezione di Rita, che Piera Aiello era partita per la Sicilia? Perché non hanno pensato di sorvegliare scrupolosamente la ragazzina almeno fino al ritorno della cognata? Come mai non hanno valutato che il suo stato depressivo

potesse spingerla ad un gesto disperato? Sembra che, dopo la tragica scomparsa di Borsellino, l’unica preoccupazione dei superpoliziotti antimafia fosse quella di impedire a pentiti e collaboratori la ritrattazione per paura (…). Come mai nessuno si preoccupò di accertare se la più giovane delle due donne, legata a Borsellino da un profondo rapporto affettivo, fosse in grado di superare il trauma? Che razza di protezione garantisce ai suoi più stretti collaboratori uno Stato capace di commettere errori così clamorosi? (…).

Deboli persino le spiegazioni dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia, Angelo Finocchiaro, il massimo responsabile – in quell’orribile luglio 1992 – dei programmi di sicurezza e protezione ideati per i duecento pentiti e collaboratori della giustizia italiana, un funzionario che, dopo le stragi Falcone e Borsellino, ha assunto l’incarico di responsabile del Sisde, il servizio segreto civile [14]”.

La risposta di Finocchiaro alla domanda della giornalista Ambra Somaschini, nell’intervista pubblicata martedì 29 luglio sul quotidiano ‘La Repubblica’, è disarmante.

– Prefetto Finocchiaro, cosa avete fatto per proteggere la ragazza che si è suicidata?

– Non eravamo noi a doverla proteggere. Questo era compito esclusivamente riservato alle forze dell’ordine, alle volanti che giravano in quel pezzo di periferia.

– Vuol dire che Rita Atria avrebbe avuto bisogno di una maggiore sorveglianza?

– No, perché era una preziosa collaboratrice della giustizia in piena libertà. Non poteva avere una scorta.

Ipocrita, Partanna. Che ha dedicato la piazza principale ai giudici Falcone e Borsellino.

E Rita? Che fine ha fatto la coraggiosa siciliana, nella memoria dei suoi compaesani? Forse non è mai esistita, una leggenda popolare.

Già! Perché girando tra i bar di Partanna ed interrogando le vecchiette sugli usci di casa, fermando i passanti per strada, si scopre una cosa curiosa. Che tutti rispondono: «Rita chi? Mai conosciuta [15]».

Rita ha tradito, per amore dello Stato e della giustizia, la sua stessa famiglia, ha rotto l’omertà che da sempre protegge la criminalità organizzata. “Rita è morta perché il suo diventare Testimone di giustizia non è stato accettato e capito da chi ha trasformato anche i vincoli affettivi in legami mafiosi”, ha scritto Don Ciotti nel 2002, alla decima commemorazione della morte di Rita.

“Quello che mi fa imbestialire è il pensiero che Rita è morta e i suoi nemici sono tutti vivi. Ogni tanto ci ritorno a Partanna, eccome.

Ci vado per fare una visita al cimitero, per pregare sulla tomba di Rita. Ci vado con la scorta, la gente mi vede, tutti mi vedono, ma non si può avvicinare nessuno. Mi guardano e basta e io cammino a testa alta, come una signora” (Piera Aiello) [16].

[9] S. Rizza, op. cit., p. 107.

[10] S. Rizza, op. cit., p. 137.

[11] Le memorie di Piera Aiello su Rita Atria sono pubblicate su www.ritaatria.it

[12] Pubblicato su www.ritaatria.it.

[13] S. Rizza, op. cit., p. 165.

[14] S. Rizza, op. cit.

[15] Così afferma Gian Antonio Stella, in Corriere della Sera del 29 luglio 1992.

[16] S. Rizza, op. cit.

 


note

[9] S. Rizza, op. cit., p. 107.

[10] S. Rizza, op. cit., p. 137.

[11] Le memorie di Piera Aiello su Rita Atria sono pubblicate su www.ritaatria.it

[12] Pubblicato su www.ritaatria.it.

[13] S. Rizza, op. cit., p. 165.

[14] S. Rizza, op. cit.

[15] Così afferma Gian Antonio Stella, in Corriere della Sera del 29 luglio 1992.

[16] S. Rizza, op. cit.

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