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Disparità di trattamento tra madre e padre

30 Luglio 2019
Disparità di trattamento tra madre e padre

In quali casi i genitori si trovano in una condizione di disuguaglianza dinanzi alla legge? Un figlio può preferire un genitore rispetto all’altro?

Ti sembrerà strano, ma in pochi settori del diritto come in quello di famiglia si sono registrate storicamente delle disparità di trattamento. Veniamo da un tipo di cultura patriarcale. Il Codice civile è stato scritto all’epoca del fascismo, risentendo anche delle strutture dell’epoca. Solo con numerosi interventi della magistratura (la Corte Costituzionale in prima fila) e del legislatore si è potuto eliminare gran parte delle disparità di trattamento tra madre e padre oppure di quelle tra figli (in particolare tra figli nati nel matrimonio e quelli invece di coppie non sposate).

Inutile, in questa sede, ricordare quali poteri aveva un tempo il padre nella scelta dell’indirizzo da dare alla famiglia, essendo ormai venuti meno. Addirittura oggi assistiamo, in determinati settori, a uno sbilanciamento verso il senso opposto, quello della madre.

Se ti interessa sapere quali sono le disparità di trattamento tra madre e padre che opera la legge e quali conseguenze invece subisce il figlio se, a sua volta, preferisce un genitore rispetto all’altro, questo articolo fa al caso tuo.

Disparità di trattamento tra padre e madre previste dalla legge

La legge è uguale per tutti. Ma non sempre. Nell’ambito del diritto di famiglia è sempre stata a favore del padre. Oggi, invece, viene accusata di favorire la madre. Scopo di questo capitolo è individuare tutte le disuguaglianze tra i genitori che il Codice civile o le altre disposizioni speciali ancor oggi prevedono.

La potestà genitoriale

Prima della riforma del diritto di famiglia del 1975, esisteva solo la patria potestà. In sostanza, a decidere sull’educazione, istruzione e mantenimento dei figli era il padre mentre la madre si doveva adeguare. Dopo il 75, il nostro legislatore si è ricordato che esiste, all’interno della nostra Costituzione, il principio di uguaglianza e di non discriminazione anche in base al sesso. Così è stata cancellata la patria potestà e introdotta la cosiddetta «potestà genitoriale» tutt’ora in vigore. In base alle attuali regole, è previsto che la potestà sul figlio, cioè la gestione appunto dello stesso e l’assunzione delle decisioni che riguardano la sua vita, sia presa di comune accordo tra i genitori.

Solo di recente è stata eliminata l’ultima norma del Codice civile che prevedeva una disparità di trattamento tra padre e madre. Un articolo intitolato «Responsabilità genitoriale» stabilisce che le scelte sui figli minori spettano ad entrambi i genitori; ma un tempo, in caso di contrasto e di grave e incombente pericolo per il figlio, era il padre a dover adottare i provvedimenti urgenti. Oggi, invece, ciascuno dei genitori può rivolgersi al giudice il quale suggerirà quale tra le due posizioni è più conforme agli interessi del minore. La norma si applica tanto alle coppie sposate quanto a quelle di fatto.

Scelta del cognome

Ad oggi, i figli prendono automaticamente il cognome paterno. Questa disparità di trattamento è stata recentemente attenuata dalla Corte Costituzionale che ha consentito l’attribuzione anche del cognome materno, ma solo a due condizioni:

  • ci deve essere il consenso di entrambi i genitori; pertanto, al padre spetta sempre l’ultima scelta e, se si oppone, il bambino resterà solo col cognome paterno;
  • il cognome della madre deve sempre seguire quello del padre e non può essere anteposto.

Dunque, al bambino non si può dare solo il cognome della madre. Leggi: Cognome materno: quando?

Diritto al parto anonimo

Una disparità di trattamento a favore della madre si registra in materia di anonimato dei genitori. La madre può sempre scegliere di restare anonima dopo il parto. In particolare, la Cassazione ha spiegato che alla madre viene riconosciuto il diritto di partitore in anonimato, lasciando il figlio in ospedale e rimanendo ignota al bambino fino al giorno della sua morte (momento in cui il “trovatello” potrà chiedere le generalità della propria mamma). Al contrario, il padre ha l’obbligo di riconoscere il figlio, anche quello nato da una unione occasionale. Se non lo fa spontaneamente, lo possono fare la madre e il figlio chiedendo l’accertamento della paternità tramite la prova del Dna.

Come abbiamo spiegato più dettagliatamente nell’articolo Figli, il padre non può rimanere anonimo, la madre sì, ad oggi se la donna può scegliere di non essere madre abortendo il feto o esercitando, alla nascita del figlio, il proprio diritto di rimanere anonima, l’uomo non ha diritto di scegliere di non essere padre, perché non ha la possibilità di rimanere anonimo e non può sottrarsi all’azione di accertamento della paternità.

Collocazione dei figli

In caso di separazione, i figli vengono quasi sempre dati alla madre. Non è una coincidenza o il frutto del pregiudizio di alcuni giudici secondo cui il padre non sarebbe adatto a svolgere anche le funzioni della donna. Lo ha detto, senza alcuna esitazione, la Cassazione che ha “sposato” il principio della cosiddetta maternal preference. In buona sostanza, secondo i giudici supremi, quando una coppia divorzia e i bambini sono ancora in età prescolare o scolare, si presume – salvo prova contraria – che la madre sia più adatta a prendersi cura di loro.

Sul piano pratico, da questo principio derivano delle conseguenze che a molti appaiono inaccettabili. Difatti, il genitore presso cui vengono collocati i bambini ha diritto a vivere nella casa coniugale, anche se intestata all’altro genitore. E questo a prescindere dalle eventuali ragioni per cui il matrimonio è cessato.

Se un giorno la moglie dovesse dire al marito di non amarlo più, in presenza di bambini piccoli potrebbe anche imporgli di andare via dalla sua casa e trovarsi una camera d’albergo. Sarebbe, infatti, la donna ad ottenere figli e immobile in un solo colpo, anche se si fosse macchiata di tradimento!

Disparità di trattamento tra padre e madre fatte dai figli

Finché il figlio è minorenne ha l’obbligo di rispettare entrambi i genitori ed obbedire ai loro precetti, dettati nel suo stesso interesse. Non può allontanarsi da casa senza il consenso di entrambi i genitori. Se disobbedisce commette un illecito, ma non ne risponde: non viene cioè sanzionato dalla legge. Ci penseranno i genitori con una sonora punizione.

Invece, nel momento in cui diventa maggiorenne, il figlio deve – anche da un punto di vista giuridico – “onorare il padre e la madre”. Onore che riguarda, tuttavia, unicamente l’aspetto economico. La legge stabilisce il cosiddetto obbligo di versare gli alimenti qualora uno o entrambi i genitori si trovino in gravi situazioni di difficoltà economica, tali da non consentire loro di procurarsi il sostentamento per vivere (cibo, medicine). Un obbligo che grava su tutti i figli in proporzione alle rispettive capacità economiche e la cui violazione può implicare un processo civile. Vien da sé che, se il figlio non dovesse avere anch’egli la capacità di badare a sé stesso, allora i genitori non potrebbero accampare alcuna pretesa.

L’obbligo degli alimenti non implica il dovere di accogliere in casa il proprio genitore, ma di dargli il denaro sufficiente per trovare un tetto alternativo.

Far mancare a un ascendente o ad un familiare i mezzi di sussistenza configura il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, punibile con la reclusione fino a un anno e con una multa.

Per maggiori dettagli sull’argomento leggi Stato di bisogno di familiari anziani: alimenti, come e da chi ottenerli.



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