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Il concorso di colpa del pedone investito

31 Luglio 2019
Il concorso di colpa del pedone investito

Incidente stradale: quando l’investimento del passante che cammina per strada distratto determina un’esenzione o una riduzione di responsabilità del conducente.

Si ritorna, ancora una volta, a parlare di responsabilità automobilistica e, più nel dettaglio, di investimento di pedoni. Nell’eterno conflitto tra automobilisti spericolati o troppo intenti a maneggiare gli smartphone da un lato e pedoni distratti e frettolosi dall’altro, la colpa viene, in prima battuta, assegnata sempre ai primi. Solo la dimostrazione di aver rispettato tutte le regole di prudenza e di essersi messi nella condizione di prevedere ed evitare l’incidente può determinare un’esenzione o una riduzione della responsabilità. Responsabilità che, lo ricordiamo, non è solo di tipo risarcitorio (per questa ci pensa già l’assicurazione), ma anche penale (a seconda delle ferite si parlerà del reato di lesioni, lesioni gravi o omicidio stradale).

Stabilire quando sussiste un concorso di colpa del pedone investito equivale a ricostruire la dinamica del sinistro e comprendere quale sia stata la ragione determinante a causare il danno. Non può, in questo senso, essere il semplice fatto che il pedone abbia attraversato la strada fuori dalle strisce o senza guardare a destra e sinistra: è piuttosto l’automobilista a dover controllare sempre la sede della strada per evitare di creare pericoli agli altri utenti. Il che significa che, se non ci pensa il pedone, ci deve pensare il conducente a tutelare la sua integrità fisica.

Il concorso di colpa del pedone si può configurare, dunque, quando la sua azione sia stata tanto fulminea o imprevedibile da non poter essere anticipata e minimamente sospettata.

Investimento pedone: quando c’è concorso di colpa

Una serie di sentenze hanno giudicato diversi casi in cui il pedone ha una corresponsabilità per il suo investimento. Ne abbiamo parlato già in Quando ha torto il pedone. Ecco riportati sottoforma di esempi alcuni dei casi più noti.

Luca attraversa la strada fuori dalle strisce pedonali, di notte e in un luogo poco illuminato. Peraltro, ha scelto, come luogo di attraversamento, l’uscita di un sottopassaggio dov’è noto che la visibilità è ridotta. Luca viene investito, ma, ciò nonostante, non riesce ad ottenere l’integrale risarcimento. La sua condotta viene ritenuta corresponsabile dell’incidente.

Marco parla al telefono e lo fa mentre corre di fretta a un appuntamento. Non si avvede che, proprio mentre attraversa la strada, è a due passi un’automobile. Il conducente si vede Marco sul più bello piombare sul cofano senza avere il tempo di frenare, nonostante stesse andando a velocità moderata. Marco ottiene l’80% di colpa.

Romina guida l’auto nervosamente per andare a un appuntamento. In prossimità di una fermata del pullman, sorpassa il mezzo pubblico che, intanto, sta facendo scendere gli utenti. Uno di questi attraversa la strada, ma Romina non lo vede perché oscurato proprio dall’autobus. Romina viene ritenuta responsabile al 100% poiché doveva prefigurarsi la possibilità che, in prossimità di una stazione di stop e di un mezzo così voluminoso come un pullman, qualche pedone potesse sbucare all’improvviso.

Come stabilire se l’automobilista è colpevole

Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], ciò che deve essere valutato nel caso concreto è la ragionevole prevedibilità della condotta della vittima e la possibilità di porre in essere le manovre di emergenza necessarie ad evitare l’evento. Insomma, la responsabilità del conducente è tanto più scontata quanto più è possibile prefigurarsi che il pericolo temuto si concretizzi in realtà: anche se ciò avviene a causa del comportamento imprudente del pedone o alla violazione, da parte di questi, del Codice della strada.

Rocco attraversa fuori dalle strisce pedonali, nonostante abbia una certa età e le sue condizioni non gli consentano di correre in caso di pericolo. Marco non rallenta e, involontariamente, lo sfiora facendolo cadere. Marco si assume tutta la responsabilità dell’incidente. Nonostante Rocco sia in contravvenzione per non aver rispettato l’obbligo di attraversare sulle strisce, la quesitone della responsabilità per l’incidente segue regole diverse. Il conducente – Marco – aveva l’obbligo di prevedere eventuali altrui condotte imprudenti e mettersi sempre nelle condizioni di evitare ogni pericolo.

È questo il cosiddetto principio di affidamento in ambito di circolazione stradale. In base a quest’ultimo, «l’esclusione o la limitazione di responsabilità in ordine alle conseguenze delle altrui condotte prevedibili o, in altri termini, il poter contare sulla correttezza del comportamento di altri, riduce i suoi margini in ragione della diffusività del pericolo, che impone un corrispondente ampliamento della responsabilità in relazione alla prevedibilità del comportamento scorretto od irresponsabile di altri agenti».

Dall’altro lato, il conducente «è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità». A tal fine, la Corte osserva come ciò che deve essere valutato in relazione alla situazione di fatto è proprio la ragionevole prevedibilità del comportamento del pedone investito, oltre alla possibilità di porre in essere la manovra di emergenza necessaria ad evitare l’evento nel caso in cui il pericolo temuto si concretizzi a causa della condotta imprudente o negligente altrui o della violazione delle norme sulla circolazione da parte della vittima o di terzi.

Il Codice della strada prescrive al conducente di conservare il controllo del proprio veicolo per compiere le manovre necessarie in condizioni di sicurezza dinanzi ad ogni ostacolo prevedibile, include tra tali ostacoli prevedibili anche il pedone che attraversa la strada sulle strisce pedonali in ora notturna e in una zona priva di adeguata illuminazione, come nel caso di specie.

Investimento pedone: come capire chi ha colpa

Alcuni elementi usati dai giudici per capire quando il pedone investito ha torto o comunque per valutare la sua percentuale di colpa sono:

  • la distanza dell’attraversamento dalle strisce pedonali: bisogna sempre attraversare sulle strisce a meno che queste siano più lontane di 100 metri. Attraversare a pochi metri dalle strisce pedonali è una condotta ritenuta prevedibile che non esonera il conducente dall’usare la normale diligenza nella guida;
  • la velocità di attraversamento della strada: tanto più il pedone è fulmineo nell’attraversamento, tantomeno è visibile ed evitabile anche per una persona accorta e prudente;
  • la visibilità della strada: attraversare in un luogo buio, con la nebbia o di notte può sollevare l’automobilista da una parte della responsabilità. Se il pedone marcia in direzione opposta a quella del transito dei mezzi, come previsto dal Codice della strada, resta la responsabilità esclusiva dell’automobile che lo investe.

note

[1] Cass. sent. n. 34406/19 del 29.07.2019.

Circolazione stradale – Norme di comportamento dei pedoni – Investimento di pedone – Causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento – Colpa esclusiva della vittima – Presupposti.

Il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento (cfr. articolo 41 c.p., comma 2). Ciò può ritenersi solo quando il conducente del veicolo investitore – nella cui condotta non sia ravvisabile alcun profilo di colpa, né generica né specifica – si sia trovato, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente può ricondursi eziologicamente esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente e operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima

Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 giugno 2019 n. 24927

Circolazione stradale – Norme di comportamento dei pedoni – Investimento di pedone – Pedone come causa esclusiva dell’evento – Presupposti.

Nel settore dei reati in materia di circolazione stradale al fine di accertare se il comportamento colposo della vittima del sinistro costituisca mera concausa dell’evento lesivo, che non esclude la responsabilità del conducente, o piuttosto causa sopravvenuta, da sola sufficiente a determinare l’evento, occorre verificare se esso risulti del tutto eccezionale, atipico, non previsto né prevedibile. Secondo la Suprema corte anche in questo specifico settore appare maggiormente in grado di descrivere il fenomeno della causa da sola sufficiente a produrre l’evento la più recente ricostruzione giurisprudenziale (Cass. pen., sez. U., n. 38343 del 18/09/2014) che indica nell’ estraneità del fattore all’esame dall’area di rischio gestita dal garante il connotato che meglio permette di identificare la causa interruttiva.

Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 22 marzo 2018 n. 13312 

Circolazione stradale – Norme di comportamento dei pedoni – Investimento di pedone – Causa sopravvenuta da sola sufficiente a determinare l’evento – Colpa esclusiva della vittima – Presupposti.

Il conducente del veicolo può andare esente da responsabilità, in caso di investimento del pedone, non per il solo fatto che risulti accertato un comportamento colposo (imprudente o in violazione di una specifica regola comportamentale) del pedone, ma occorre che la condotta del pedone configuri, per i suoi caratteri, una vera e propria causa eccezionale, atipica, non prevista né prevedibile, che sia stata da sola sufficiente a produrre l’evento. Ciò che può ritenersi, solo allorquando il conducente del veicolo investitore (nella cui condotta non sia ovviamente ravvisabile alcun profilo di colpa, vuoi generica vuoi specifica) si sia trovato, per motivi estranei a ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di “avvistare” il pedone e di osservarne, comunque, tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido, inatteso, imprevedibile. Solo in tal caso, infatti, l’incidente potrebbe ricondursi, eziologicamente, proprio ed esclusivamente alla condotta del pedone, avulsa totalmente dalla condotta del conducente ed operante in assoluta autonomia rispetto a quest’ultima.

Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 31 luglio 2013 n. 33207 

Circolazione stradale – Norme di comportamento dei pedoni – Circolazione di pedoni – Mancata concessione della precedenza ai veicoli (art. 134 C.D.S.)- Causa esclusiva dell’investimento – Esclusione.

Nell’ipotesi di inosservanza del pedone dell’obbligo di concedere la precedenza ai veicoli (art. 134 C.d.S.), può solo essere valutata come concausa dell’evento, ma non come causa autonoma esclusiva che interrompa il nesso di causalità tra la condotta di guida del conducente e l’investimento.

Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 26 gennaio 2010 n. 3339 

Reati contro la persona – Delitti contro la vita e l’incolumità individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Investimento di pedone in autostrada – Prevedibilità – Condizioni – Reato – Sussistenza.

E’ responsabile del reato di lesioni colpose il conducente che investa un pedone il quale si trovi già sulla sede autostradale nell’atto di attraversarla da destra verso sinistra ed essendo visibile fin dall’inizio dall’autovettura del conducente in uscita dalla galleria. ( Precisa la Suprema Corte che diverso è il caso di attraversamento di un pedone dalla posizione di fermo sulla piazzola di sosta della sede stradale, che non può considerarsi prevedibile, essendovi un assoluto e comunemente rispettato divieto di attraversamento ed essendo altresì evidente che se si imponesse al conducente di decelerare alla semplice vista del pedone, pure in assenza di motivi di sospetto, ne risulterebbe gravemente compromessa la stessa circolazione e la sicurezza degli automobilisti, costretti a confrontarsi con un improvviso arresto di una autovettura che procede a velocità elevata).

Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 3 novembre 2008 n. 41029


Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 8 maggio – 29 luglio 2019, n. 34406

Presidente Menichetti – Relatore Nardin

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 24 maggio 2018 la Corte d’Appello di Roma ha confermato la sentenza del Tribunale di Roma, con cui R.F. è stato ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 589 c.p., comma 2, perché con imprudenza negligenza ed imperizia, percorrendo strada urbana ad una velocità di circa 40-50km, sopraggiungendo ad un incrocio, regolato da luce lampeggiante, cagionava la morte di S.A. , che procedeva in attraversamento della sede stradale, e ciò in violazione delle norme di cui all’art. 141 C.d.S., commi 1, 2, 3 e 4, non avendo opportunamente commisurato la velocità alle caratteristiche ed alle condizioni della strada ed alle circostanze di tempo e di visibilità, stante l’ora notturna, né essendosi conformato alle prescrizioni di cui all’art. 191 C.d.S., che impone ai conducenti di veicoli di dare la precedenza ai pedoni in transito sugli attraversamenti pedonali.

2. Avverso la sentenza della Corte territoriale propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, affidandolo a quattro motivi.

3. Con il primo lamenta, ex art. 606, comma 1 lett. e), il vizio di motivazione, per avere la Corte territoriale omesso di valutare, così come richiesto con l’atto di appello, la consulenza di parte, sottoposto ad esame dibattimentale, redatta dall’ing. F. , basandosi esclusivamente sulla consulenza del pubblico ministero, così incappando in un grave vizio logico non avendo tenuto in considerazione le circostanze sottolineate dal tecnico dell’imputato, il quale ha chiarito che le condizioni di visibilità del pedone in attraversamento erano state alterate dai fari abbaglianti dell’autobus che sopraggiungeva dalla direzione opposta, come rivelato dai filmati della videosorveglianza acquisiti al processo.

4. Con il secondo si duole, ex art. 606, comma 1, lett.re b) c) ed e), in relazione all’erronea applicazione dell’art. 41 c.p., comma 2), e art. 589 c.p., comma 2, e degli artt. 125 e 546 c.p.p., nonché al vizio di motivazione. Assume che la sentenza impugnata, nell’affermare la responsabilità dell’imputato, omette del tutto di considerare il comportamento tenuto della persona offesa, cui va riconosciuto il carattere di causa interruttiva del nesso di causalità fra la condotta del primo e l’evento. Rileva che il pedone ha incominciato l’attraversamento, in una situazione di scarsa illuminazione, al di fuori delle strisce pedonali, ponendo in essere una condotta anomala ed assolutamente imprevedibile, anche in astratto dall’agente, stante l’impossibilità, nelle condizioni date, di avvistamento della vittima.

5. Con il terzo motivo deduce il vizio d cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), sotto il profilo dell’assoluta carenza di motivazione in ordine alla richiesti di rideterminazione della pena,essendo state evidenziate concrete circostanze non tenute in considerazione dalla Corte territoriale, quali il comportamento tenuto dalla persona offesa.

6. Con il quarto motivo fa valere la violazione della legge penale con riferimento agli artt. 163 e 164 c.p., rilevando la non correttezza del diniego della concessione della sospensione condizionale della pena, a fronte dell’indirizzo giurisprudenziale espresso dal giudice di legittimità secondo cui la presenza di una precedente condanna non impedisce l’applicazione del beneficio allorquando la pena da infliggere, cumulata con la precedente, non superi i limiti definiti dall’art. 163 c.p.. Nel caso di specie, invero, non sussistono condizioni ostative, anche avuto riguardo al fatto che i precedenti penali risalgono ad un tempo molto risalente, collocandosi rispettivamente nel 1957 e nel 1965. Conclude per l’annullamento della sentenza impugnata, con ogni declaratoria di legge.

Considerato in diritto

1. Il ricorso va rigettato.

2. Il primo motivo è infondato.

2.1. Invero, la Corte territoriale, nell’esporre le doglianze formulate con l’atto di appello, dà conto della censura con la quale veniva criticata la sentenza di primo grado che non aveva tenuto in considerazione le risultanze della consulenza redatta dal tecnico dell’imputato, di se no opposto a quelle del pubblico ministero, benché entrambi i consulenti fossero stati escussi in dibattimento. Nondimeno, lungi dall’omettere la risposta al motivo di gravame inerente alla ricostruzione del fatto, formula un giudizio di resistenza del quadro probatorio sulla base del quale la sentenza di primo grado ha fondato la condanna. Affrontando espressamente la questione dell’abbagliamento, già escluso dal primo giudice, sulla base della visione dei filmati da parte del consulente del pubblico ministero – che, diversamente dal consulente di parte ha ritenuto che l’autobus sopraggiungente avesse attivati i fari anabbaglianti – ha sostanzialmente ribadito il principio secondo il quale, allorquando il conducente di un autoveicolo venga abbagliato dai fari di un altro veicolo, procedente in senso inverso, è tenuto a rallentare – e sinanco a fermarsi – al fine di evitare l’insorgenza di una situazione di pericolo, potendo l’abbagliamento discriminare la condotta solo quando sia improvviso ed imprevedibile (Sez. 4, n. 3240 del 12/12/1990 – dep. 22/03/1991, Chiappello, Rv. 186733).

Al contrario, in questo caso l’auto e l’autobus incrociante procedevano su strada rettilinea, il che come correttamente rilevato dai giudici del merito, avrebbe consentito all’imputato di – eventualmente – rendersi conto del fatto che il mezzo pubblico che sopraggiungeva aveva attivato i fari abbaglianti e condizionare a siffatta circostanza la propria condotta di guida, rallentando sino ad arrestare la marcia, se siffatto abbagliamento avesse reso difficile l’avvistamento di eventuali ostacoli.

2.2. Dunque, la Corte, non mette direttamente a confronto gli esiti delle due consulenze, non perché trascura di dare risposta al motivo di appello formulato dall’imputato, ma perché assume che, anche laddove si volesse accogliere la prospettazione della difesa, in ordine alla lettura del filmato, nel quale compare l’autobus che incrocia l’autovettura condotta da R. , egualmente dovrebbe affermarsi che incombeva sul medesimo l’obbligo di rallentare ulteriormente la velocità.

3. La seconda doglianza deve egualmente essere respinta.

3.1. La ricostruzione del fatto contenuta nelle sentenze di prima e seconda cura affronta la questione proposta sia sotto il profilo della configurabilità della colpa, che della sua causalità rispetto all’evento verificatosi, e lo fa sulla base del complesso degli elementi ricavabili dal quadro probatorio e tecnico acquisito in giudizio, facendo riferimento in particolare agli accertamenti tecnici svolti nell’immediatezza ed alle conclusioni del consulente del pubblico ministero. Così chiarisce che, nonostante la velocità non superiore a quella consentita, il conducente avrebbe dovuto ulteriormente moderare l’andatura, vista l’ora notturna e la scarse condizioni di visibilità, essendo la strada priva di illuminazione diversa dall’impianto semaforico, e sottolinea altresì che la condotta della persona offesa non può ritenersi astrattamente imprevedibile. Così facendo recepisce il c.d. principio di affidamento, come maturato in ambito di circolazione stradale ove l’esclusione o la limitazione di responsabilità in ordine alle conseguenze delle altrui condotte prevedibili o, in altri termini, il poter contare sulla correttezza del comportamento di altri, riduce i suoi margini in ragione della diffusività del pericolo, che impone un corrispondente ampliamento della responsabilità in relazione alla prevedibilità del comportamento scorretto od irresponsabile di altri agenti.

4. Si tratta di argomentazioni in linea con la giurisprudenza di questa Corte secondo cui “In tema di circolazione stradale, il principio dell’affidamento trova un temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità. (Sez. 4, n. 5691 del 02/02/2016 – dep. 11/02/2016, Tettamanti, Rv. 26598101; Sez. 4, n. 27513 del 10/05/2017 – dep. 01/06/2017, Mulas, Rv. 26999701) tanto che “l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo ed alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione (Sez. 4, n. 25552 del 27/04/2017 – dep. 23/05/2017, Luciano, Rv. 27017601).

5. Ciò che va valutato, nella specifica situazione di fatto, è infatti la ragionevole prevedibilità della condotta della vittima, ma anche la possibilità di porre in essere la manovra di emergenza necessaria ad evitare l’evento, per il caso del concretizzarsi del pericolo temuto, dovuto al comportamento imprudente o negligente altrui, così come alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi.

5.1. D’altro canto, il comportamento richiesto al conducente, in questa ipotesi, era proprio quello descritto sia dall’art. 141 C.d.S., comma 2, secondo cui “Il conducente deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile che dall’art. 145 C.d.S., che stabilisce l’obbligo dei conducenti, che si approssimino ad un’intersezione di “usare la massima prudenza al fine di evitare incidenti”.

Ebbene, non può dubitarsi che fra gli ostacoli prevedibili vi sia un pedone che in ora notturna, in zona priva di adeguata illuminazione, attraversi la strada, peraltro sulle strisce pedonali, in incrocio regolato dal solo semaforo lampeggiante. È chiaro, inoltre, che in una simile situazione, come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale, la velocità deve essere costantemente proporzionata allo spazio corrispondente al campo di visibilità al fine di consentire al conducente l’esecuzione utile della manovra di arresto, considerato il tempo psicotecnico di reazione nell’ipotesi in cui si profili un ostacolo improvviso.

6. La sentenza, – confermativa della decisione del giudice di primo grado – appare, dunque, del tutto scevra da vizi logici e pienamente coerente con il quadro probatorio illustrato.

7. La terza censura è inammissibile. Il ricorrente, invero, non chiarisce, al di là della circostanza considerata dalla Corte e ritenuta infondata, relativa al concorso di colpa della persona offesa, quali altri elementi avrebbero potuto comportare ulteriore riduzione della pena.

8. È da respingere, infine, l’ultima doglianza relativa all’omessa concessione della sospensione condizionale della pena, posto che come risulta dalla sentenza (e dal certificato penale prodotto dal ricorrente) l’imputato ha già goduto della sospensione condizionale in passato, ancorché per condanne molto risalenti nel tempo., non essendo in nessun caso superabile il limite posto dall’art. 164 c.p., u.c..

9. 11. Al rigetto del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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