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Videosorveglianza: quando è reato?

17 Agosto 2019
Videosorveglianza: quando è reato?

Il vicino di casa  ha installato una telecamera sul muro esterno della sua casa per riprendere il passaggio comune in comproprietà. Detto passaggio costituisce l’unico accesso alla mia abitazione e ai cortili interni di cui uno di proprietà del vicino e uno di mio padre ed è chiuso da un cancello che dà sulla pubblica via. La telecamera è installata poco prima della mia porta d’ingresso e riprende tutti i miei passaggi.

Il vicino ha installato anche una seconda telecamera sul muro esterno che riprende il marciapiede pubblico e la sua unica porta d’ingresso alla quale si accede dalla strada pubblica e che può riprendere anche la mia finestra che dà sulla strada. L’installazione è segnalata con cartelli per ragioni di sicurezza.

Chiedo se il fatto descritto può costituire un reato a carico del mio vicino.

Il quesito posto dal lettore è così riassumibile: quando la videosorveglianza costituisce reato?

Quando si parla di videosorveglianza, il reato che può configurarsi è quello dell’art. 615-bis del codice penale, cioè il delitto di interferenze illecite nella vita privata. Secondo la norma appena citata, chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi di privata dimora, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Secondo la giurisprudenza (Cassazione penale, sentenza n. 44156 del 26 novembre 2008), il delitto di interferenze illecite nella vita privata non è configurabile per il solo fatto che si adoperino strumenti di osservazione e ripresa a distanza, nel caso in cui questi strumenti siano finalizzati esclusivamente alla captazione di quanto avvenga in spazi che, pur di pertinenza di una privata abitazione, siano, però, di fatto, non protetti dalla vista degli estranei, giacché per questa ragione tali spazi sono assimilabili a luoghi esposti al pubblico, la percettibilità all’esterno dei comportamenti in essi tenuti facendo venir meno le ragioni della tutela domiciliare.

Nel caso affrontato dai giudici, veniva ritenuto lecito l’impianto di videosorveglianza installato sul balcone della propria abitazione e idoneo a riprendere aree comuni, non recintate, non intercluse allo sguardo degli estranei e di comproprietà dell’imputato.

In buona sostanza, il principio è il seguente: se l’occhio delle telecamere si limita a riprendere la proprietà di chi le ha installate o parti di proprietà comune, quando però dette aree non siano protette (mediante qualsiasi tipo di sistema: siepe, muro, tende, ecc.) dagli occhi degli estranei, allora la ripresa è lecita. Tale ragionamento si estende anche alla proprietà altrui: se una telecamera è puntata in direzione del balcone di un terzo e ciò che accade qui è visibile a tutti perché non c’è alcun tipo di sistema di “occultamento”, la ripresa è lecita.

Detto ancora in altre parole, il reato di cui parliamo si integra solamente se vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile ad estranei.

Secondo la giurisprudenza (Cassazione penale, sentenza n. 40577 del 30 ottobre 2008), se l’azione, pur svolgendosi in luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata senza ricorrere a particolari accorgimenti, il titolare del domicilio non può vantare alcuna pretesa al rispetto della riservatezza. Insomma: ciò che può vedere un comune passante può essere anche ripreso.

Diverso sarebbe il caso della telecamera puntata verso una finestra protetta accuratamente da una tenda, se la ripresa sia in grado di scorgere ciò che accade all’interno: in questo caso, poiché la volontà della persona è quella di escludere gli altri da ciò che accade all’interno, allora si potrà integrare il reato di interferenze illecite.

Nel caso sottoposto, occorre comprendere se il sistema di videosorveglianza sia in grado di “penetrare” in casa attraverso la finestra che l’occhio delle telecamere inquadra: se la ripresa è in grado di riprendere ciò che accade nel luogo di privata dimora, allora c’è la possibilità che si integri il reato di cui all’art. 615-bis cod. pen.

Oltre al delitto di interferenze illecite, però, c’è sempre il rischio che il sistema di videosorveglianza leda la privacy commettendo un illecito di natura civile. Come stabilito dall’Autorità Garante per la privacy (Garante Privacy, provv. 8.04.2010 punto 6.2.5), i principi da seguire affinché la videosorveglianza sia legittima sono quelli appena elencati: nell’uso delle apparecchiature volte a riprendere, con o senza registrazione delle immagini, aree esterne ad edifici e immobili (perimetrali, adibite a parcheggi o a carico/scarico merci, accessi, uscite di emergenza), il trattamento deve essere effettuato con modalità tali da limitare l’angolo visuale all’area effettivamente da proteggere, evitando, per quanto possibile, la ripresa di luoghi circostanti e di particolari che non risultino rilevanti (vie, edifici, esercizi commerciali, istituzioni ecc.). Insomma, vanno sempre rispettati i principi di liceità, proporzionalità e necessità, in ossequio ai quali le aree oggetto di ripresa devono essere strettamente funzionali allo scopo perseguito, cioè alla sicurezza della propria abitazione.

Illuminante in tal senso una pronuncia del Tribunale di Catania (sentenza del 31 gennaio 2018), secondo cui sussiste un illecito civile quando si ha la possibilità di riprendere l’ingresso e le finestre del bagno e della cucina di proprietà altrui e non si rispetti il principio stabilito dal Garante per la privacy, secondo cui l’angolo visuale delle riprese deve essere limitato ai soli spazi di propria esclusiva pertinenza (ad esempio quelli antistanti l’accesso alla propria abitazione), escludendosi ogni forma di ripresa, anche senza registrazione, di immagini relative ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, garage comuni) o antistanti l’abitazione di altri condomini, qualora non sia fornita un’idonea giustificazione di dette riprese. Il tribunale concludeva riscontrando un illecito civile ma non uno penale.

Tirando le fila di quanto detto sinora, la videosorveglianza che punta l’occhio verso la finestra e la porta d’ingresso è illecita nella misura in cui:

  • è idonea a riprendere ciò che accade all’interno della privata dimora e che si vorrebbe escludere dalla vista altrui (reato di cui all’art. 615-bis cod. pen.). In questa ipotesi, nessuna giustificazione può essere addotta;
  • è idonea a riprendere l’altrui proprietà, anche se non ciò che accade all’interno, quando non vi sia una valida ragione dettata da motivi di sicurezza (illecito civile con conseguente diritto a chiedere la rimozione delle videocamere e il risarcimento). Colui che ha installato le telecamere può andare esente da responsabilità solo se dimostra che non è assolutamente possibile tutelare la sua proprietà senza riprendere anche porzione di quella altrui.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



1 Commento

  1. In tema di controllo del lavoratore, non è soggetta alla disciplina dell’art. 4, comma 2, legge n. 300 del 1970, l’installazione di impianti ed apparecchiature di controllo poste per esigenze organizzative e produttive o a tutela del patrimonio aziendale dalle quali non derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività lavorativa né risulti in alcun modo compromessa la dignità e riservatezza dei lavoratori.

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