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Lavoro o famiglia: cosa scegliere?

26 Agosto 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Lavoro o famiglia: cosa scegliere?

Come telelavoro e lavoro agile possono essere di aiuto per le lavoratrici che aspirano a conciliare lavoro e famiglia.

“Le equilibriste”. Così sono state definite le donne lavoratrici e madri. Una qualifica che la dice lunga sulla quanto mai acrobatica conciliazione tra impegni lavorativi e familiari. Quindi, tra lavoro o famiglia: cosa scegliere? E, inoltre, a chi deve attribuirsi la quanto mai azzeccata trovata terminologica di “equilibriste”? La risposta a quest’ultimo quesito è sicuramente più immediata e, infatti, si può sin da ora affermare che è stato il gruppo di lavoro che sta dietro al secondo Rapporto di “Save The Children” pubblicato nel 2017 ad avere l’idea geniale. Nella sua forma estesa, la titolazione del rapporto recitava: “Le equilibriste: la maternità tra ostacoli e visioni di futuro”. Un equilibrio dunque tra vita lavorativa e carichi familiari che rappresenta la sfida forse più impegnativa in assoluto, almeno per quanto riguarda le donne italiane che scelgono di diventare madri.

Non è, quindi, un caso che l’Italia si sia piazzata al penultimo posto per tasso di occupazione femminile nell’Unione europea. A peggiorare la fotografia, contribuiscono pure i pesanti squilibri territoriali che vedono tra le più “virtuose” alcune regioni del nord Italia, come Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta, Lombardia e Piemonte, mentre tra i fanalini di coda si collocano Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Cosa ci starà a monte di questo avvilente quadro nazionale? Se, infatti, si parte dal presupposto che il gentil sesso ha ormai fatto ingresso in quasi tutti gli atenei dove le performance “in rosa” non hanno nulla da invidiare a quelle dei colleghi uomini, è facile desumere che lo sbarramento non si crea sui banchi di scuola, bensì nel passaggio al mondo del lavoro.

Se anche tu ti sei trovata di fronte al dilemma di una scelta drastica e radicale tra la dedizione al lavoro o alla famiglia, continua a leggere questo approfondimento. Ci sono in serbo delle novità dal punto di vista delle forme lavorative che potrebbero rappresentare un punto di svolta.

Rapporto tra Pil e lavoro delle donne

Prima d’iniziare nel passare in rassegna i pro e i contro che si celano dietro alla scelta radicale del votarsi in modo esclusivo al lavoro o alla propria famiglia, sarà interessante ricordare l’ultimo richiamo a livello mondiale lanciato da Christine Lagarde, direttrice generale del fondo monetario internazionale. Stando ad una sua recente intervista, sembra, infatti, che alcuni paesi potrebbero aumentare il proprio Pil (prodotto interno lordo) fino al 35%, se fosse possibile arrivare ad una effettiva parità di genere nel mondo del lavoro. Come fare per giungere a tanto? Riuscire a rimuovere gli ostacoli di carattere culturale e legale sarebbe di sicuro giovamento visto che:

  • l’88% dei paesi al mondo ha ancora oggi delle restrizioni al lavoro femminile nella costituzione o nelle proprie leggi;
  • in 59 paesi manca ancora una legislazione contro le molestie sul posto di lavoro;
  • e in 18 paesi è legalmente consentito impedire alle donne di lavorare.

Attivarsi per sostenere l’aumento delle donne nei posti di lavoro porterebbe, quindi, in parole semplici, ad una maggiore liquidità fatta di stipendi, ma anche di pagamento di tasse e contributi, che in una visione più generale, porterebbe ad una crescita complessiva dell’intero sistema. Se questo è l’obiettivo che è auspicabile raggiungere su scala mondiale, la situazione reale ad oggi, però, è piuttosto diversa.

Donne con le gonne o signorine Rambo

E’ solo di qualche anno fa il testo piuttosto provocatorio di Vecchioni che identifica in una sorta di Rambo in gonnella colei che in ordine successivo fa il “leasing”, va al “briefing” e viene via dal “meeting” sola come un uomo…”. Una donna, dunque, quella che si dedica soltanto al lavoro che sembra dover pagare a caro prezzo questa sua dedizione alla professione piuttosto che al “focolare”. Al contempo, anche la cosiddetta “donna con la gonna”, vale a dire colei che opta per una scelta di vita più tradizionale, dedicandosi “in toto” alla cura della casa, alla crescita dei figli e al rapporto di coppia, non è esente da prezzi da pagare. Perchè, quasi inutile ricordarlo, come dice un noto detto “ogni scelta comporta una rinuncia”.

Quindi, tanto le “signorine Rambo” che le “donne con le gonne”, finché non interverranno misure a livello statale in grado di consentire una migliore conciliazione di tempi e ritmi di vita familiare e lavorativa, saranno imprigionate in scelte radicali forse mai pienamente soddisfacenti. Ma seguendo le orme delle regioni italiane più “virtuose” in fatto di lavoro per le donne, cosa sarebbe possibile fare per superare questa situazione di impasse tra famiglia e lavoro e, quindi, aiutare le donne a fare delle scelte più a propria misura? I passaggi che seguono offriranno spunti al riguardo.

Come conciliare figli e lavoro

Un input che merita un po’ di attenzione è quello che viene fornito da Adele Gerardi della provincia autonoma di Trento, autrice di un volume uscito nel 2014 ed intitolato “Figli e lavoro si può”. Tra le chiavi di volta per una conciliazione di esigenze familiari e lavorative devono annoverarsi:

  • asili nido in ambito aziendale;
  • asili nido di comunità;
  • ricorso ad orari lavorativi flessibili;
  • forme di telelavoro;
  • lavoro agile.

Accantonando, quantomeno per ora, le questioni legate agli asili nido aziendali in quanto di spettanza dei datori di lavoro, concentriamo invece l’attenzione sulle ultime novità in tema di formule lavorative, contrattabili in fase di accordi tra datore di lavoro e lavoratrice. Infatti, considerato che è sempre più difficile riuscire a vivere in modo dignitoso e, al contempo, mantenere una famiglia potendo contare su un solo stipendio, è giocoforza che entrambi i coniugi compartecipino all’economia familiare. Cosa magari molto più facile a dirsi, che a farsi. Infatti, se il datore di lavoro non dovesse essere favorevole a concedere il part-time alla mamma che lavora, questo potrebbe tradursi in una continua corsa ad ostacoli con conseguenze ben immaginabili sulla qualità di vita. E, come si sa, una moglie e una madre stressata non è di nessun beneficio né a sé né agli altri che le vivono accanto. Quindi, vediamo ora come il telelavoro e il “lavoro agile”, menzionati nel libro anzidetto, potrebbero cambiare in meglio la vita delle mogli e madri di famiglia che lavorano.

Telelavoro

La qualificazione giuridica del telelavoro nel settore privato dipende dalle concrete modalità di esecuzione della prestazione lavorativa. Che vuol dire questo in parole povere? Che colui che lavora in modalità di telelavoro può essere titolare tanto di un rapporto di lavoro autonomo, quanto subordinato, fermo restando che in quest’ultimo caso deve esistere l’assoggettamento del lavoratore al potere di direzione del datore di lavoro. In buona sostanza, nel telelavoro, l’attività lavorativa è eseguita mediante il ricorso alle nuove tecnologie informatiche ed è prestata in un luogo diverso e alle volte pure molto distante dalla sede materiale dell’impresa.

Per cui, quando, ad esempio, nelle offerte di lavoro capita d’imbattersi nella scritta “lavoro da remoto”, ciò sta a significare che è possibile lavorare anche da casa o comunque in una location diversa dalla sede dell’impresa. Ciò accade di frequente, ad esempio, per tipologie di lavoro come quelle legate al giornalismo che consentono ai collaboratori free-lance di lavorare ovunque, a condizione che si abbia la disponibilità di un proprio personal computer e di una connessione alla rete informatica.

Quanto poi alle riunioni di redazione, è possibile ovviare alla presenza congiunta in uno stesso luogo, tramite le cosiddette telefonate in video-conferenza o grazie ai collegamenti skype. Una serie di nuove modalità di espletamento delle mansioni lavorative assegnate che potrebbero far tirare un sospiro di sollievo alle mamme moderne, eternamente in lotta contro il tempo.

Il lavoro agile

Il “lavoro agile” o “smart working” rappresenta una particolare modalità esecutiva del lavoro subordinato e trova la sua disciplina all’interno di una normativa del 2017 [1]. L’elemento che più caratterizza questa nuova formula lavorativa è sicuramente la maggiore autonomia riconosciuta al prestatore di lavoro circa:

  • il tempo della prestazione;
  • il luogo della prestazione.

La prestazione di lavoro può, quindi, essere resa tanto all’interno che all’esterno dei locali aziendali, senza però una postazione fissa. Questa maggiore libertà di movimento concessa al prestore di lavoro richiede però un accordo tra datore di lavoro e prestatore di lavoro da stipularsi per iscritto al fine di definire quanto segue:

  • le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa;
  • le forme di esercizio del potere direttivo del datore di lavoro;
  • le forme di esercizio del potere di controllo del datore di lavoro;
  • i poteri disciplinari del datore di lavoro.

Tutto questo assume una particolare importanza nel caso in cui l’esecuzione della prestazione lavorativa venga svolta all’esterno dei locali aziendali, perché nonostante la maggiore flessibilità nelle modalità di espletamento della mansione lavorativa, si tratta pur sempre di lavoro subordinato.

Lavoro agile e lavoratrici

Essendo il lavoro agile nato e finalizzato ad agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, questo sembra uno strumento particolarmente adatto alle donne che hanno famiglia e che lavorano. Va ricordato, però, che è possibile ricorrere al “lavoro agile” solo nei casi in cui la prestazione di lavoro si svolga per fasi, cicli o anche obiettivi, senza il rispetto di precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro. Per cui al lavoratore/lavoratrice è consentito uscire dai locali aziendali, rimanendo però attivo/a e rintracciabile tramite dispositivi mobili, come laptop, cellulare, o tablet. La mancanza di una postazione fissa e la maggiore flessibilità non significa, però, che sia possibile superare i limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero stabilito per legge.

Quindi, largo alla flessibilità, ma sempre nel rispetto delle regole.


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Artt. 18-24 L. 81/2017.


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