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Come diventare un leader

4 Agosto 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Come diventare un leader

Le nuove leadership cavalcano l’onda di relazioni empatiche, autorevoli e carismatiche con un occhio sempre più attento ai talenti personali. 

“Prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe” recita un antico detto sioux. Che c’azzecca questa pillola di saggezza indiana con la leadership? Il messaggio che sta dietro a tale monito è quello di attendere prima di esprimere giudizi sulle persone, perché mentre giudicare può essere molto facile, capire è sicuramente un po’ più difficile, ed essere empatici è ben più complesso. Una escalation dunque che dal giudizio arriva all’empatia, passando per la consapevolezza; passaggi utili per comprendere come diventare un leader. Volendo semplificare al massimo, si potrebbe obiettare: perchè non limitarsi ad esercitare sugli altri l’autorità che magari deriva dal ruolo sociale o professionale, senza tante complicazioni? Perchè questo stile di leadership calibrato su standard autoritari, sembra ormai non più in linea con i tempi che corrono e se ad affermarlo è una delle più brillanti economiste italiane, la cosa merita un’attenzione in più.

La quarantunenne Francesca Gino, economista e docente ad Harvard è, infatti, fermamente convinta che l’efficienza spinta all’estremo danneggi il business e i livelli di produzione aziendale. Con tali premesse, non stupirà, dunque, che questa professoressa italiana trapiantata negli States, sia colei che insegna ai manager di tutto il mondo ad abbandonare le vecchie modalità di leadership. Il cosiddetto “capo”, quindi, non è più colui che otteneva rispetto spingendo sulla marcia dell’autoritarismo e del controllo, soffocando i dipendenti nella morsa dei comandi imposti dall’alto. Quali sono, quindi, i nuovi standard che consentono di individuare il leader all’interno di un gruppo? Per guidare una squadra oggi ciò che occorre incrementare è la gestione empatica ed umana delle relazioni tra il “capo” e il gruppo di lavoro.

Il “capo”, quindi, non è più colui che incute timore, ma colui che si fa rispettare per le sue capacità umane di ascolto, mediazione, problem solving, che rimandano ad un carattere tendenzialmente sereno, entusiasta e con la tendenza a vedere il bicchiere mezzo pieno, piuttosto che mezzo vuoto. Il leader, quindi, tende ad associarsi sempre più ad un tipo di persona carismatica e sebbene il carisma sia difficile da improvvisare, è pur vero che un lavoro su di sé potrà sicuramente consentire di far venire allo scoperto quei talenti che forse non si è nemmeno ben consapevoli di possedere. Se, dunque, anche tu vuoi saperne di più su come diventare un leader nella vita e nel lavoro, continua a leggerci. L’esperienza non è mai troppa!

Coltivare i sogni

I have a dream”, vale a dire “Io ho un sogno” è la frase ormai passata alla storia e attribuita a Martin Luther King che la dice lunga sull’importanza di coltivare i propri desideri. Chi, infatti, è riuscito a fare qualcosa di grande nella vita, o a sovvertire obsoleti schemi di comportamento, o a creare delle realtà nuove che hanno consentito all’umanità di progredire, non è stato tendenzialmente un amante dello status quo. Per cui si potrebbe dire che chiunque fatichi a conformarsi a delle rigide regole di comportamento e continui, nonostante i diktat esterni, a coltivare le proprie ambizioni e a nutrire i propri desideri, ha in sé la pasta del sognatore, ma anche della persona dotata di uno spessore umano non comune e, quindi, potenzialmente carismatica. Seguire i propri sogni, infatti, mette in circolo un’energia interiore tale da tradursi in azioni esterne d’impatto che spesso influenzano anche altre persone in una sorta di spirale progressiva.

Aprirsi al nuovo

Proseguendo in questa disamina delle caratteristiche che stanno alla base di una personalità carismatica in grado di esercitare una leadership sugli altri, un ulteriore “ingrediente” da cui non è possibile prescindere è la disponibilità verso le novità. Che vuol dire questo in pratica? Che se sui banchi di scuola viene spesso premiata l’attitudine degli studenti ad adeguarsi ai protocolli imposti a livello istituzionale, nella vita reale, specie nei momenti di crisi, dove i vecchi schemi non sembrano più funzionare, spesso risulta vincente chi osa avventurarsi su percorsi meno battuti.

Peraltro, è la stessa economista di Harvard, di cui sopra, ad aver rilevato che chi in azienda ha avuto il coraggio di “ribellarsi”, ovvero di non adeguarsi allo stato delle cose, impegnandosi con un approccio anticonvenzionale alla realtà circostante, è risultato nel tempo il vero vincente. Non è, quindi, un caso se gli studi e le ricerche applicate dall’economista all’interno delle più grandi corporation, siano nel tempo confluite in un libro di successo negli Stati Uniti, ora tradotto anche in italiano dal titolo “Talento ribelle” [1].

Sviluppare i talenti

Il ruolo di leadership va poi a braccetto con il talento sia personale che altrui. Infatti, il leader più autentico non è un egocentrico, ma una persona che tiene al gioco di squadra, che sa riconoscere le qualità delle persone, valorizzando ciascuna in relazione ai diversi talenti di cui è portatrice. Ma cosa s’intende per talenti? Se, infatti, è fuor di dubbio che Michelangelo, Mozart e Leonardo da Vinci avessero talenti da vendere, al punto da essere considerati dei geni, come ci si regola con la stragrande maggioranza delle persone? In assenza di geni conclamati, non è possibile rintracciare dei talenti personali? Se si considera talento la capacità di fare molto bene quello che si fa, può dirsi talentuosa qualsiasi persona che si applica nella mansione assegnata, o porta a termine il suo compito in maniera impeccabile e il leader sa intuitivamente come motivare gli altri nel fare bene il proprio lavoro. Un esempio chiarirà meglio il tutto.

A parlare, questa volta, è Marlo Morgan, autrice di un libro diventato campione d’incassi in tutto il mondo [2], “erano circa le sette del pomeriggio e il portiere che stava lavando il pavimento di marmo mi aveva fatta entrare nell’atrio della Southwestern Bell [3] di Saint Louis perché mi riparassi dalla pioggia. Una lunga berlina si fermò lì davanti e, pochi istanti dopo, entrò il presidente della Texas Bell. Mi rivolse un cenno di saluto e disse “Buongiorno” al portiere. Poi gli espresse il suo apprezzamento e gli disse che era sicuro di fare bella figura con qualunque visitatore, fosse anche il capo del governo, perché grazie a lui il pavimento sarebbe stato sempre pulitissimo. Ascoltandolo, capii che era sincero e che la sua non era una sviolinata. Io ero lì solo per caso e, tuttavia, non mi sfuggì la fierezza che illuminò il viso del portiere. Scoprii allora che negli autentici leader c’è qualcosa che trascende ogni barriera”.

Ascoltare in modo empatico

Una volta lavorato su se stessi, e individuati e valorizzati i talenti propri e altrui, il passo successivo è quello di mettere le basi per un sano gioco di squadra, cosa tutt’altro che banale, specie in una società come la nostra che sembra aver fatto dell’individualismo e della competizione, il proprio cavallo di battaglia.

Stando a chi lavora quotidianamente all’interno di realtà aziendali particolarmente attente alle risorse umane e non solo al profitto, un passaggio fondamentale è dato da una buona capacità di ascolto. Che significa, però, poi all’atto pratico? Ascoltare ogni minimo dettaglio? Ascoltare prestando più attenzione a chi risulta più in sintonia con noi e quindi accantonare ciò che non si condivide o cos’altro? In realtà, niente di tutto questo. Infatti, l’empatia non ha nulla a che vedere con la simpatia, per cui le persone a cui prestare ascolto non devono per forza essere quelle che ci stanno simpatiche; piuttosto, si ha ascolto empatico quando si è riusciti ad ascoltare non solo il senso delle parole ma anche le emozioni che ci sono dietro. Una volta che si sarà colto lo stato emotivo dell’altro, l’immedesimazione sarà molto più semplice e, quindi, anche la gestione della situazione nel suo complesso.

Capacità di resistere

Giunti a questo punto ci si potrebbe magari attendere che il mondo circostante sia sin da subito ben disposto ad accogliere questo gruppo di persone in procinto di mettere in gioco i propri talenti, capitanate da un leader che sa motivarle, in vista di un obiettivo condiviso e sentito da tutti. Invece nella realtà questo potrebbe non essere poi così facile da ottenere. Come dice, infatti, il detto latino “Nemo propheta in patria“; vale a dire “nessuno è profeta nella sua terra” e quindi ben visto nell’anticipare un nuovo corso delle cose.

Per cui, quando ci si allontana dal percorso consueto, ci sarà chi tenterà di contrapporre ostacoli al raggiungimento degli obiettivi, chi proverà a fare terra bruciata, ma la determinazione del leader sarà tale da resistere ad ogni avversità. Non a caso Mahatma Gandhi ribattezzato come il “profeta della non violenza” si distinse per la sua cosiddetta resistenza passiva; una modalità alternativa di contrapposizione alla altrui violenza. Eppure, era un avvocato, che quindi ben conosceva gli strumenti di forza per agire sulle leve di potere della società a tutela dei diritti dei lavoratori indiani maltrattati. Ed invece che ricorrere alla forza, Gandhi portò avanti le sue battaglie sociali rendendosi simbolo su scala mondiale della non violenza.

Un esempio di tenacia e di perseveranza nel perseguimento dei propri obiettivi che non può che illuminare anche al giorno d’oggi chiunque si appresti a capitanare un gruppo di persone verso i più disparati traguardi.

Leadership aziendale: poteri e limiti

Se poi si passa dal leader carismatico, vale a dire in grado d’ispirare e motivare masse intere di persone, al capitano d’azienda o “semplicemente” a chi riveste il ruolo di datore di lavoro, l’empatia potrebbe essere lontana anni luce dai rapporti, al contrario la legge deve intervenire a tutela del lavoratore, considerato la parte debole del rapporto di lavoro. Non a caso, negli anni ’70, si addivenne alla stesura del cosiddetto Statuto dei lavoratori [4], oggetto di integrazioni e interventi di carattere periodico, per una maggiore tutela dei lavoratori dipendenti. Se, infatti, non si ha la fortuna di imbattersi in un datore di lavoro “illuminato”, la leadership potrebbe tradursi in frequenti abusi di poteri. Le vicende che, infatti, sempre più spesso vengono poste all’attenzione dei giudici del lavoro riguardano i cosiddetti poteri di controllo del datore di lavoro sui propri sottoposti. E, quindi, sarà legittimo chiedersi fino a quale punto può spingersi il potere di controllo senza violare la privacy del dipendente? Stando ad una recente ed interessante pronuncia del tribunale di Roma [5], ad esempio, anche l’accesso alle e-mail aziendali, ricevute e/o inviate da un dipendente, deve essere appositamente regolamentato per evitare abusi.

Nel caso di specie il controllo operato dal datore di lavoro sulla corrispondenza on-line del dipendente può dirsi legittimo solo in presenza di quanto segue:

  • previa informativa, sottoposta al lavoratore tramite contratto di lavoro o regolamento aziendale;
  • i controlli effettuati nell’account di posta devono essere rispettosi e non eccedenti rispetto alle finalità perseguite;
  • i controlli devono essere tracciabili, in modo da rendere chiaro quante e quali e-mail sono state monitorate, nonché quante persone hanno avuto accesso ai risultati di tale attività di sorveglianza;
  • sono vietati controlli di massa;
  • i controlli possono essere consentiti per finalità di sicurezza (nei limiti individuati dal Garante Privacy) o, qualora sussistano fondati sospetti nei confronti del dipendente infedele, come necessaria fase di ricerca delle prove della sua colpevolezza.

Uno stretto giro di vite, dunque, nei confronti del potere di controllo esercitabile dal datore di lavoro sulle comunicazioni del lavoratore che è sì dipendente, ma pur sempre una persona con i suoi spazi che richiedono una tutela “sacrosanta”.

 


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] “Talento Ribelle” di Francesca Gino, Egea Edizioni, 2019.

[2] “E venne chiamata due cuori” di Marlo Morgan, Bur Rizzoli, 2010.

[3] Compagnia telefonica altrimenti nota come AT&T.

[4] L.300/1970.

[5] Trib. Roma Sez. Lavoro 28694/2018.


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