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Naspi: cessazione del rapporto di lavoro

27 Agosto 2019 | Autore:
Naspi: cessazione del rapporto di lavoro

Fine del rapporto lavorativo per licenziamento disciplinare, dimissioni per giusta causa, per maternità, risoluzione consensuale: chi ha diritto alla disoccupazione.

Per ottenere la Naspi, ossia l’indennità di disoccupazione che spetta alla generalità dei lavoratori dipendenti, non è sufficiente possedere il requisito contributivo previsto dalla normativa (13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni, non già indennizzate) ed il requisito lavorativo (30 giornate lavorate nell’anno), ma bisogna anche che sia verificata la condizione di spettanza fondamentale dell’indennità: è necessario, cioè, essere in possesso dello stato di disoccupazione.

Per il possesso dello stato di disoccupazione, quindi per il diritto alla Naspi, è necessaria la perdita involontaria dell’impiego: chi cessa volontariamente il rapporto di lavoro è normalmente escluso dallo stato e dall’indennità di disoccupazione, salvo alcune eccezioni.

Facciamo allora il punto della situazione sulla Naspi: cessazione del rapporto di lavoro involontaria e volontaria, in quali ipotesi si ha diritto al sussidio.

A proposito dello stato di disoccupazione è importante ricordare che, di recente, l’Anpal ha chiarito che questa condizione si mantiene se il reddito dell’interessato non supera 8145 euro annui, se derivante da un’attività dipendente o di collaborazione, o 4800 euro annui, se derivante da un’attività di lavoro autonomo. Ma procediamo con ordine.

Come si ottiene lo stato di disoccupazione?

Lo stato di disoccupazione si acquisisce per la perdita involontaria dell’impiego. Non acquistano lo stato di disoccupazione e non hanno diritto alla Naspi, pertanto, i lavoratori il cui rapporto sia cessato a seguito di dimissioni o di risoluzione consensuale.

Naspi e dimissioni per giusta causa

Bisogna però sottolineare che la Naspi è riconosciuta nel caso in cui le dimissioni avvengano per giusta causa. In particolare, le dimissioni sono considerate per giusta causa quando sono motivate:

  • dal mancato pagamento della retribuzione;
  • dall’aver subito molestie sessuali nel luogo di lavoro;
  • dalle modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative, ossia dal cosiddetto demansionamento;
  • dal mobbing;
  • da notevoli variazioni delle condizioni di lavoro, a seguito della cessione dell’azienda ad altre persone, o società, o enti;
  • dallo spostamento del lavoratore da una sede all’altra dell’azienda, senza che sussistano comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive;
  • dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico (può trattarsi anche del responsabile, non soltanto del datore di lavoro) nei confronti del lavoratore;

Se il lavoratore dichiara che si è dimesso per giusta causa, deve integrare la domanda di disoccupazione con una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, dalla quale risulti almeno la sua volontà di difendersi in giudizio nei confronti del comportamento illecito del datore di lavoro.

È opportuno, a tal fine, che l’interessato alleghi file, esposti, denunce, citazioni, ricorsi d’urgenza, sentenze contro il datore di lavoro, assieme a ogni altro documento idoneo. Nella dichiarazione sostitutiva il lavoratore deve anche impegnarsi a comunicare all’Inps l’esito della controversia, sia giudiziale che stragiudiziale.

Se dall’esito del contenzioso dovesse risultare esclusa la ricorrenza della giusta causa di dimissioni, l’Inps deve procedere al recupero di quanto pagato a titolo di indennità di disoccupazione, in parallelo a quanto avviene nell’ipotesi di reintegra del lavoratore. Anche in caso di reintegra del dipendente nel posto di lavoro, successivo al licenziamento illegittimo che ha dato luogo al pagamento dell’indennità di disoccupazione, difatti, l’Inps provvede al recupero della Naspi.

Naspi e dimissioni per maternità

Se le dimissioni sono rassegnate durante il periodo tutelato di maternità, ossia da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di età del figlio, è possibile rassegnare le dimissioni senza perdere il diritto alla Naspi.

Naspi e risoluzione consensuale

La risoluzione consensuale del rapporto di lavoro si verifica quando datore e dipendente sono d’accordo in merito alla cessazione del contratto lavorativo: il rapporto non finisce, dunque, per volontà del datore di lavoro (licenziamento) o del lavoratore (dimissioni), ma per volontà di entrambi. Questa tipologia di cessazione del contratto, normalmente, è considerata un’ipotesi di cessazione volontaria dell’impiego, che non dà quindi luogo all’acquisizione dello stato di disoccupazione e al conseguente diritto alla Naspi.

Tuttavia, la risoluzione consensuale del rapporto non impedisce al dipendente cessato il riconoscimento dello stato di disoccupazione, assieme alla Naspi, se è intervenuta nell’ambito della procedura di conciliazione che si tiene presso l’Ispettorato territoriale del lavoro.

Come chiarito dal Ministero del Lavoro, non è ostativa al riconoscimento della Naspi nemmeno l’accettazione dell’offerta di conciliazione a seguito del licenziamento (si tratta di una previsione introdotta nel 2015 dal Jobs Act).

In particolare, la nuova normativa stabilisce che, in caso di licenziamento, il datore di lavoro può offrire al lavoratore, entro i termini di impugnazione stragiudiziale della cessazione del rapporto, un importo, come offerta di conciliazione. Questo importo non costituisce reddito imponibile e non è assoggettato a contribuzione previdenziale.

L’accettazione da parte del lavoratore comporta l’estinzione del rapporto lavorativo alla data del licenziamento e la rinuncia ad impugnare il licenziamento stesso. I

Il ministero del Lavoro, a questo proposito, ha chiarito che l’accettazione dell’offerta di conciliazione non cambia il titolo della risoluzione del rapporto di lavoro, che resta il licenziamento: pertanto, quest’ipotesi di cessazione è una casistica di perdita involontaria dell’impiego, che dà diritto all’indennità di disoccupazione, in quanto si tratta di un atto unilaterale del datore di lavoro.

Naspi e risoluzione consensuale per trasferimento

Nella generalità dei casi, come osservato, se il rapporto lavorativo termina per risoluzione consensuale, lo stato di disoccupazione non si acquisisce e la Naspi non spetta, in quanto non si tratta di una perdita dell’impiego involontaria. Se, però, la cessazione del rapporto di lavoro avviene per risoluzione consensuale, in seguito al rifiuto del lavoratore al proprio trasferimento ad altra sede della stessa azienda, in determinati casi la cessazione del rapporto non si considera più volontaria.

In particolare, si ha diritto alla Naspi se il trasferimento risulta presso un’altra sede dell’azienda, distante oltre 50 km dalla residenza del lavoratore, o mediamente raggiungibile in 80 minuti ed oltre con i mezzi di trasporto pubblici.

Naspi e licenziamento disciplinare

Il ministero del Lavoro ha anche chiarito anche che l’indennità di disoccupazione Naspi può essere riconosciuta ai lavoratori licenziati per motivi disciplinari.

Il licenziamento disciplinare, difatti, non può essere assimilato agli eventi dei quali deriva la disoccupazione volontaria: la sanzione del licenziamento non è infatti una conseguenza automatica dell’illecito disciplinare commesso dal lavoratore, ma è sempre rimessa alla libera determinazione e valutazione del datore di lavoro, nell’esercizio del suo potere discrezionale. Non sempre il datore di lavoro arriva al licenziamento, che è la sanzione più severa.

Ipotizziamo che un lavoratore sia trovato a spasso e perfettamente in salute, mentre è assente per malattia: il datore di lavoro è libero di non licenziarlo e di applicare una diversa sanzione, come la multa o la sospensione dal servizio.


note

Autore immagine: 123rf.com


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1 Commento

  1. In realtà mi è sembrato di capire (leggendo vari articoli sul web) che nelle aziende sotto i 15 dipendenti se accetti l’offerta di conciliazione perdi il diritto alla Naspi.
    Quindi in aziende con piu di 15 dipendenti si hanno indennizzi maggiori (con conciliazione) e Naspi.. sotto i 15 dip indennizzi minori che se accettati escludono la Naspi. Dalle stelle alle stalle e francamente non capisco la logica. (l’unica logica che capisco è quella di prevedere per le aziende più piccole indennizzi minori, quello ha senso, ma perchè perdere la Naspi?!?!)

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