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Furto di un bene senza valore: è reato?

4 Agosto 2019
Furto di un bene senza valore: è reato?

Rubare un oggetto che non vale molto può essere passibile di una querela o di una richiesta di risarcimento del danno?

Immagina di camminare lungo una strada di campagna e di notare, su un campo agricolo lì accanto, una grossa piantagione di melanzane. Se ti piace di più il mais puoi sempre immaginare un terreno pieno di pannocchie gialle o magari puoi sostituire gli ortaggi con la frutta. Ad esempio, prova a pensare a una distesa di alberi di arance succose. È l’ora di pranzo e il tuo stomaco richiama le attenzioni che, in quel momento, non gli stai dando. È proprio dal tuo ventre che arriva il comando simile a quello che, un tempo, fregò Adamo ed Eva. Così ti guardi intorno per vedere se c’è qualcuno che ti osserva e, non trovando anima viva, decidi di farti avanti e di raccogliere un frutto. Tutto felice, ti giri e ritorni per la tua strada, con la coscienza monda da ogni peccato originale, sicuro del fatto che il furto di un bene senza valore non è reato.

Hai mai sentito il detto «Non vederci dalla fame?». Ecco, è proprio il tuo caso. Perché se il languorino non ti avesse appannato la vista avresti sicuramente notato il contadino che stava lì, a pochi metri di distanza, ad osservarti mentre era sdraiato sotto un albero a riposare. Il quale, con modi che non ti aspetteresti mai da un “villano”, si arma di una incredibile padronanza del codice penale. «Caro mio – ti dice – hai commesso un furto. Non importa se avevi fame: non c’è giustificazione per chi ha un portafogli pieno e può trovare rimedio in un qualsiasi punto di ristoro».

Provi a minimizzare il tuo gesto, mostrando disponibilità a pagare il frutto anche il triplo del suo valore pur di non avere problemi legali. Ma il tuo rivale non ne vuol sapere e la prende come una questione di principio. Intravedendo il rischio di una querela, inizi a chiederti se il furto di un bene senza valore è reato.

Si può finire in galera per una mela? E per una melanzana o una pannocchia?

Se ti è piaciuta la storia, prova a riformularla al caso tuo. Alzi la mano chi non si è mai impossessato di un oggetto altrui di scarso valore. Non ti viene in mente nulla? Pensa all’ultima volta che hai raccolto un fiore (una rosa, una mimosa) in un campo privato per regalarla alla tua fidanzata. O alle volte in cui ti sei impossessato di un oggetto smarrito il cui proprietario non aveva alcuna intenzione di abbandonare. Oppure pensa a tutte le volte in cui ti sei approfittato, in un mercato, della distrazione del fruttivendolo per staccare un chicco d’uva e assaggiarlo con la scusa di testarne la qualità. Chi ti ha mai autorizzato a farlo?

Vuoi che continuo con gli esempi? Va bene, la smetto. La tua coscienza potrebbe ritornare a valutare molti dei propri gesti.

Dopo la pratica, veniamo alla questione giuridica. A spiegarti se il furto di un oggetto privo di valore è reato è una recente sentenza della Cassazione [1]. Nel caso di specie, è stato chiesto ai giudici se, pur ammettendo che vi sia il reato, lo stato di necessità dettato dalla fame e dall’assenza di un reddito sufficiente a fare la spesa, possa giustificare “l’insano gesto”. Ecco cosa hanno detto i giudici.

Rubare beni di scarso valore è reato?

In verità, non c’era bisogno di chiederlo alla Cassazione. Per avere una risposta al tuo problema bastava prendere in mano il Codice penale e leggere l’articolo 131-bis. Questa norma stabilisce che, a determinate condizioni, la punibilità per un reato è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

In linea teorica, quindi, il derubato di una mela o di un foglio di carta, di una matita o di un laccio di scarpe, di un chiodo o di un oggetto vecchio e arrugginito non può querelarti. Vedremo a breve, però, a quali condizioni.

Ti chiederai, a questo punto, se ti può succedere qualcos’altro. Ad esempio, puoi essere citato per risarcimento del danno? Anche qui, la risposta è negativa. Se anche il codice civile non contiene alcuna norma corrispondente a quella penale che “scagiona” chi provoca un danno di importo esiguo, la giurisprudenza ha sempre avvertito: ma disturbare un giudice per cose di poco conto. Il che significa che se devi fare una causa perché il tuo debitore non ti ha pagato 10 euro di interessi, la perderai; se devi chiedere la differenza di 3 euro su una spesa di 100 euro, non troverai un giudice di pace disposto a darti retta. Difatti, il danno – concetto civilistico – per poter ricevere tutela deve essere reale e concreto. Non si può certo parlare di danno per pochi centesimi o anche una decina di euro. A parte il fatto che pagheresti molto di più di spese legali, nessuna persona dotata di buon senso può essere disposta a tanto.

Detto ciò possiamo concludere con questa – apparentemente paradossale, ma giuridicamente fondata – affermazione: il furto di un bene di scarso valore non può mai essere punito.

Le condizioni per farla franca in caso di furto

Come ti ho anticipato, per non essere punito il furto di poco conto c’è bisogno di una serie di condizioni. Cerchiamo di spiegarle qui di seguito con lessico pratico e semplice, come del resto è nostro uso e costume. Se ricorrerà anche una sola di queste ipotesi, il tuo furto, per quanto ricade su un oggetto con valore infimo, può essere punito almeno in via penale.

Il danno deve essere esiguo

La prima condizione per non poter essere querelati in caso di furto è di aver procurato un danno esiguo. Questo elemento è chiaramente valutato dal giudice caso per caso. I criteri di riferimento per tale giudizio sono i seguenti:

  • la natura dell’oggetto, il tempo, il luogo e ogni altra modalità del comportamento;
  • la gravità del danno o del pericolo causato alla vittima;
  • la volontà di danneggiare la vittima;
  • lo scopo della tua condotta e il tuo carattere;
  • i tuoi precedenti penali e giudiziari;
  • la tua condotta subito dopo il reato (ad esempio se ti sei mostrato disponibile a rimediare o a restituire l’oggetto);
  • le tue condizioni di vita personale, familiare e sociale (se sei povero, emarginato, non istruito, ecc.).

I motivi non devono essere futili o abietti o crudeli

Se hai raccolto una mela per calpestarla e danneggiare il tuo vicino puoi essere punito. Se hai preso una pannocchia per tirarla in testa al cane del contadino puoi essere punito. Ma se hai preso l’arancia per mangiarla non lo sarai. Difatti, una delle condizioni per non essere querelati per furto è il motivo che ti ha spinto: motivo che non deve essere abietto, futile o scaturito da crudeltà (anche in danno di animali). Oppure non devi agire approfittando di una situazione di incapacità della vittima; ad esempio, il furto di un lecca lecca a un bambino che non si può difendere potrebbe costituire reato.

Le conseguenze del tuo comportamento

Dal tuo furto non devono derivare conseguenze gravi come le lesioni gravissime o la morte di una persona.

Il tuo comportamento non deve essere abituale

Non devi essere solito a commettere reati. Quindi l’autore non deve essere stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, non deve aver commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità.


note

[1] Cass. sent. n. 12823/18 del 20.03.2019.

[2] Art. 131-bis cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 2 novembre 2017 – 20 marzo 2018, n. 12823

Presidente Fumo – Relatore Micheli

Ritenuto in fatto

Il difensore di Si. Sa. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, recante la parziale riforma della sentenza emessa il 15/03/2013, nei confronti del suo assistito, dal Tribunale di Lecce. La declaratoria di penale responsabilità dell’imputato riguarda un addebito di furto (relativo ad una melanzana, prelevata da un campo coltivato da D. G.): la Corte territoriale ha riqualificato il fatto in rubrica nella ipotesi tentata, con conseguente rideterminazione in melius del trattamento sanzionatorio.

La difesa deduce la violazione degli artt. 131-bis e 54 cod. pen., in quanto: la Corte di appello avrebbe escluso l’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto in ragione delle previsioni edittali di pena per la contestazione di furto aggravato, senza però considerare che (per effetto della derubricazione nella corrispondente fattispecie tentata) la massima pena detentiva irrogabile risultava pari a 4 anni di reclusione, ergo inferiore al limite di legge;

il Sa. aveva certamente agito per soddisfare un bisogno alimentare della propria famiglia; contrariamente a quanto rilevato dai giudici di merito, secondo cui il ricorrente non aveva dimostrato di versare in stato di indigenza, i presupposti della causa di giustificazione prevista dall’art. 54 cod. pen. emergevano ictu oculi, avendo l’imputato cercato di rubare un solo ortaggio e non altra parte del potenziale raccolto.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.

L’invocato stato di necessità non può emergere dalle sole caratteristiche della refurtiva (nella sentenza impugnata, correttamente, si afferma altresì che lo stato di indigenza non è ex se idoneo a comprovare la inevitabilità del pericolo sotteso alla scriminante prevista dall’art. 54 cod. pen., essendo comunque consentito il ricorso a forme di assistenza sociale); è tuttavia innegabile che il delitto tentato de quo presenti una modestissima offensività, si da rendere certamente operante l’istituto di cui all’art. 131-bis cod. pen.

La Corte leccese, sul punto, è incorsa in una evidente svista, avendo escluso già in astratto la necessità di una verifica della particolare tenuità a causa del «limite edittale di 6 anni di reclusione previsto per la fattispecie di reato così come in epigrafe circostanziata, ininfluente restando a tal fine il giudizio di bilanciamento ex art. 69 cod. pen.» (in favore del Sa. era stata riconosciuta, come ovvio, l’attenuante di cui all’art. 62, n. 4, cod. pen.); nell’immediatamente successivo sviluppo della motivazione, però, gli stessi giudici di appello hanno reputato ravvisabili gli estremi del tentativo, non avvedendosi della conseguente riduzione del massimo della pena, da 6 a 4 anni di reclusione.

Tanto precisato, ci si trova dinanzi ad una condotta da ritenere occasionale: vero è che il Sa. risulta gravato da pregresse condanne (per fatti comunque risalenti, non posteriori al 2000), ma la nozione di comportamento abituale, da tenere presente ai fini dell’applicazione della causa di esclusione della punibilità in argomento, non può essere assimilata a quella della recidiva, che opera in un ambito diverso ed è fondata su un distinto apprezzamento (v. Cass., Sez. VI, n. 26867 del 28/03/2017, Sciammacca). Non vi sono, pertanto, ragioni ostative ad una pronuncia liberatoria ai sensi del più volte ricordato art. 131-bis cod. pen., cui può provvedere direttamente il giudice di legittimità ex art. 620, lett. I), del codice di rito: un eventuale rinvio si palesa infatti superfluo, giacché la Corte di merito ha già affermato che il fatto ascritto all’odierno ricorrente presenta caratteristiche «ai limiti dell’offensività della condotta».

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non è punibile ai sensi dell’art. 131-bis cod. pen.


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