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I no che aiutano a crescere figli equilibrati

29 Agosto 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
I no che aiutano a crescere figli equilibrati

Quando le privazioni sono poste a corredo di una responsabilità genitoriale matura sana ed equilibrata. 

“L’erba voglio non cresce neanche nei giardini del re” erano solite ripetere le nostre nonne. In effetti, sarà capitato a tutti di trovarsi, prima o poi, personalmente coinvolti in questioni che hanno a che fare con figli che non vogliono saperne di contenimenti e limitazioni e che chiedono senza sosta in nome di un non meglio precisato “diritto” alla soddisfazione immediata dei desideri. Nonostante le ultime generazioni siano figlie di un’epoca dove sembra imperare il diktat del “tutto e subito”, è bene mettere in chiaro che esistono dei no che aiutano a crescere figli equilibrati.

In prima battuta, potrà forse sembrare strano, ma è proprio così. Se ci tieni davvero ai tuoi “ragazzi”, non pensare di fare del bene concedendo tutto ciò che passa loro per la mente. Anzi vestendo i panni saltuariamente del “Mister no”, si eviterà di far cadere le giovani generazioni nell’errata convinzione che sia il mondo a girare loro intorno. Ma come si fa a tenere la linea dura? In fin dei conti, potrebbe venire naturale obiettare, “sono sangue del nostro sangue” e l’istinto protettivo proprio di ogni genitore sarebbe quello di evitare ai “cuccioli” di casa le sofferenze e le privazioni vissute da chi ha qualche anno in più. Obiezioni comprensibili e in parte pure condivisibili, ma che non spostano più di tanto in là l’asticella che segna la linea di confine tra divieti e concessioni. Se anche tu hai qualche dubbio su quali e quanti siano i no che aiutano a crescere figli equilibrati, continua a leggerci! Le conoscenze, specie quando si tratta di figli e relazioni familiari, non sono mai troppe.

Quanti “no” per una sana crescita

“Pochi ma buoni” dice un famoso detto in tema di amicizie, ovvero meglio pochi amici, ma di quelli veri, piuttosto che una marea di gente che al minimo problema si dilegua dimostrando così di essere un amico solo di facciata. In altre parole, dunque, meglio puntare sulla qualità delle relazioni, piuttosto che sulla quantità. Se trasferiamo poi questo stile di ragionamento anche sulla materia oggetto del presente approfondimento, vedremo che le cose non cambiano poi così tanto. Perché? Semplicemente, perché se i “no” in misura adeguata servono, a seconda delle età, a stabilire dei limiti, a fissare delle regole per una sana e rispettosa convivenza, un’esagerazione di negazioni potrebbe essere fonte di personalità represse e inibite.

Quindi, ben vengano i “no” tra genitori/educatori e ragazzi che crescono, ma senza esagerare, perché se un tempo era la regola crescere i figli a suon di “Stai zitto!”, “Stai fermo!”, “Non toccare!”, “Non fare lo stupido!”, e chi più ne ha più ne metta, al giorno d’oggi uno stile troppo autoritario non sarebbe più possibile né in famiglia, né a scuola. Quindi, meglio adeguarsi in fretta ai tempi che corrono senza però perdere di vista quel minimo di regole che fanno di un educatore una brava guida nella vita.

I “no” nelle diverse fasi di vita

Arrivati a questo punto, è quindi fondamentale cercare d’individuare quali sono i “no” che servono alla crescita dei figli, perché un conto è dire no all’acquisto dello smartphone di ultimissima generazione e un conto è negare un’uscita il sabato pomeriggio con gli amici, perché la famiglia deve sempre stare unita come si faceva in passato. Se, infatti, il primo divieto si lega all’intento di non inculcare un’esasperata mentalità consumistica, il secondo è un divieto che serve più al genitore che al figlio e, quindi, è un no che “piace” come genitori, ma che forse non è poi così sano per stimolare lo sviluppo della personalità dei figli.

È anche vero, però, che mentre esistono scuole di ogni tipo per imparare le cose più disparate, ancora non si è mai sentito parlare di scuole che aiutino a formarsi come genitori ed educatori, ed infatti si dice che “genitori non si nasce, ma si diventa”. Pertanto, se anche tu ti trovi a dover stabilire delle regole per una sana e civile, ma allo stesso tempo affettuosa, vita tra le quattro pareti di casa, sappi che c’è stato anche qualcuno che si è preso la briga di selezionare i vari tipi di “no” in corrispondenza delle diverse fasi della vita. E così dai “no” intesi come divieti, si passa ai “no” legati al senso del limite, per poi giungere ai “no” inseriti all’interno di un sistema di regole, per terminare infine con i “no” aventi valore di resistenza. Ma vediamo meglio nel dettaglio di cosa si tratta.

I no e i divieti

I divieti assoluti e inderogabili sono quelli legati alla fase della prima infanzia. È questa infatti l’età caratterizzata dalle esplorazioni del mondo circostante in cui sono sempre in agguato situazioni di pericolo che richiedono un quasi continuo e attento monitoraggio. Per cui ben vengano i “No” ripetuti a gran voce e accompagnati dal segno del dito indice che oscilla a destra e a sinistra e che fa capire visivamente al bambino che non si tirano cose dalla terrazza, non si gioca con lo scovolino del w.c., non si tocca il vetro del forno, non si gioca con gli interruttori della luce e chi più ne ha più ne metta. Questi “no”, meglio se pronunciati in modo chiaro, immediato e rassicurante, aiutano infatti i bambini a formarsi una sorta di propria mappa per muoversi nello spazio. In questa fase, in cui i bambini non sono ancora provvisti di parola, si tratta di semplici “no”, privi di spiegazioni che se fornite, potrebbero risultare per lo più incomprensibili ai piccoli, quindi tanto vale risparmiare tempo e fatica argomentativa che tornerà, invece, assai utile negli anni a seguire.

I no e il senso del limite

Se poi dalla primissima infanzia si passa alla seconda infanzia i “no” cambiano veste, vale a dire non sono più quelli del divieto, ma quelli del limite. Se in prima battuta questi termini potrebbero pure sembrare sinonimi, con un minimo di approfondimento in realtà si scoprirà che non è così. Infatti, i divieti di cui sopra sono dei segnali di Stop a fini di tutela dell’incolumità del piccolo che non avendo ancora in sé il senso del pericolo, potrebbe davvero rischiare di farsi molto male se non ci fosse accanto un adulto ad impedirlo.

I “no” legati alla scuola dell’infanzia sono quelli che servono ad arginare la manifestazione di sé al fine di permettere un’interazione con i propri pari.

Per cui se l’istinto naturale vorrebbe che il bambino che ha ricevuto un pugno da un amico rispondesse con la stessa “moneta”, in forza di una sorta di “legge del taglione”, vale a dire dell’ “occhio per occhio dente per dente”, un “no” in questo contesto servirà ad arginare l’istinto. Il bambino imparerà così a non considerarsi al centro del mondo, ma sarà spinto ad evolversi nelle relazioni tra i pari e nel rapporto con la realtà circostante sia amicale che scolastica. È pur vero che questi “no”, limitando la personalità, sono anche quelli che producono frustrazione, che sulle prime, non farà piacere sperimentare, ma che si rivelerà un passaggio fondamentale per far sì che il bambino attivi nuove risorse e competenze per uno sviluppo più armonico di sé e delle relazioni con l’altro.

I no e il rispetto delle regole

Nella seconda infanzia e nella preadolescenza, il “no” diventa quello della regola, cioè di quello strumento che consente ai ragazzi di orientarsi nel mondo. Per cui acconsentire ad un’uscita tra amici a condizione che si rispetti l’orario imposto del “coprifuoco”, altrimenti le prossime volte verrà inibita l’uscita, significa dire un “no” ben più complesso di quelli analizzati in precedenza. Infatti l’obiettivo dei “no” che si dicono in questa ulteriore fase di vita è quello di far raggiungere una diversa autonomia ai ragazzi, che dal canto loro devono dimostrare di essere all’altezza di una maggiore libertà. Mai dimenticare, infatti, che una maggiore libertà va di pari passo con una accresciuta responsabilità. Per cui ben vengano sempre maggiori spazi di libertà e autonomia a condizione, però, che si sia in grado di dimostrare con i fatti e non solo a chiacchiere, di sapersi assumere sempre maggiori responsabilità.

I no di resistenza

Nella complessa fase dell’adolescenza, invece, il “no” è quello della resistenza, vale a dire dei rapporti di forza. È un no che serve ai ragazzi per aiutarli a scoprire e portare avanti il proprio progetto di vita che spesso si combina a periodi di grossa conflittualità che implica anche capacità di resistenza e di gestione dello stress. Un passaggio questo, particolarmente doloroso sia per i genitori che per i figli visto che per riuscire a spiccare i propri voli lontano dal nido familiare, i ragazzi entrano spesso in una fase cosiddetta di contestazione dei valori veicolati dalla famiglia, con il rischio di buttare via “il bambino con l’acqua sporca” come dice un detto.

Per cui gli adulti in questa fase dovranno resistere agli “attacchi” dei ragazzi che cercano un proprio spazio nel mondo a modo loro, mantenendo la linea del “no” solo per le questioni più nevralgiche.

Se lo scontro è sul concedere o meno la disponibilità del Suv di papà per una gita fuori porta tra amici, subito dopo aver preso la patente, avere la forza di stare sulla linea del “no” richiede coraggio e capacità di interrogare e interrogarsi per mettersi davvero in ascolto dei figli.

In altri termini, in questa nuova fase di vita e di relazione, sempre più tra pari, non potranno più esserci “no” imposti o calati dall’alto; molto meglio invece optare per una negoziazione che tenga conto dei diversi punti di vista e delle diverse priorità.

Da potestà genitoriale a responsabilità genitoriale

Passando ora dall’ambito relazionale a quello giuridico sarà interessante verificare come i cambiamenti di carattere socio pedagogico si siano riflessi anche all’interno dei Codici di legge. La prima svolta terminologica e sostanziale nel rapporto genitori-figli risale infatti alla riforma del diritto di famiglia del 1975. Si passò così dalla concezione autoritaria in cui il padre esercitava i suoi diritti sulla prole, dove i “no” e anche qualche scapaccione fioccavano come se piovesse, ad una diversa visione in cui assumevano rilievo preminente l’interesse dei figli e la loro tutela. Era così iniziata una sorta di “rivoluzione copernicana” nel diritto di famiglia, dove al centro non si trovava più il pater familias bensì la prole.

Con detta riforma, pertanto, il potere veniva attribuito ai genitori solamente in funzione dell’interesse dei figli, e la madre non era più soggetta al “potere” del marito, in quanto entrambi i coniugi e genitori venivano finalmente posti su un piano di reciproca parità. Questo passaggio epocale venne accompagnato anche da un mutamento terminologico non di poco conto; dalla “patria potestà” si era passati alla “potestà genitoriale”, termine in linea con l’eliminazione delle diseguaglianze tra uomo e donna, ma ancora espressione di un rapporto di supremazia e subordinazione.

Fu, infatti, un regolamento europeo [1] a introdurre la nuova locuzione di “responsabilità genitoriale“, che mise l’accento sugli obblighi dei genitori verso i figli, determinando così il definitivo superamento del concetto di “potere” all’interno dell’ambito familiare. Sulle orme di matrice europea la giurisprudenza italiana iniziò a muovere i primi passi finchè la successiva riforma sulla filiazione [2] [3] sostituì definitivamente anche nel nostro ordinamento interno la locuzione “potestà genitoriale” con quella di “responsabilità genitoriale”, termine decisamente più in sintonia con gli obiettivi di cura e di attenzione da prestare al minore.

I figli diventano, quindi, il nuovo centro di attenzione, non più “soggetti” passivi dell’indiscusso potere del pater familias, bensì polo su cui far convergere gli obblighi di entrambi i genitori, chiamati a contribuire alla loro crescita che richiede il mantenimento di un equilibrio sempre più sottile tra privazioni e concessioni.


Di Maria Teresa Biscarini

note

[1] Reg. Ue n. 2201/2003.

[2] L. n. 219 del 10.12.2012.

[3] D.Lgs. 154/2013.


2 Commenti

  1. Mi si stringe il cuore quando mia cugina sgrida i suoi bambini e loro iniziano a piangere come disperati. Io vorrei viziarli in tutti i modi possibili, ma non è dicendo sempre sì a tutto che loro imparano.

  2. Sono perfettamente d’accordo. Non bisogna sempre dire di si ai figli. E’ importante aiutarli a crescere seguendo il detto: “dare il bastone e la carota”. Bisogna prepararli ad affrontare le difficoltà della vita e sostenerli offrendo il proprio aiuto quando serve e lasciandoli anche sbagliare in modo da capire quale sia la strada giusta per loro.

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