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Perdita diritto di abitazione casa coniugale

5 Agosto 2019
Perdita diritto di abitazione casa coniugale

Quando la casa assegnata all’ex moglie torna al coniuge proprietario prima che i figli diventano adulti. 

Per stabilire quando scatta la perdita del diritto di abitazione della casa coniugale bisogna capire quali sono i presupposti per la sua assegnazione, le condizioni cioè in presenza delle quali un giudice, nell’ambito di una causa di separazione tra marito e moglie, può accordare a uno dei due ex coniugi la possibilità di continuare a vivere nell’immobile di proprietà dell’altro o in comunione.

Siamo abituati a pensare alla proprietà come a un diritto sacro e intangibile salvo diversa previsione di legge. Nel caso di specie si parla, tuttavia, del trasferimento non già della titolarità del bene ma del semplice diritto di abitazione: un uso cioè a “tempo limitato”. Il vero problema è che la durata di tale facoltà è talmente ampia da essere avvertita come un vero e proprio esproprio. Difatti, la normativa consente al coniuge di mantenere la propria residenza nell’ex casa coniugale fin quando i figli, a lui assegnati, diventano autonomi e autosufficienti dal punto di vista economico o decidono di andare a vivere altrove.

La giurisprudenza ha tuttavia individuato una serie di ulteriori casi in cui scatta la perdita del diritto di abitazione della casa coniugale; in presenza di tali circostanze, il titolare dell’immobile può riottenere il proprio bene anche prima del termine.

Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono queste ipotesi.

Quando c’è assegnazione della casa coniugale

In presenza di una coppia sposata, può avvenire che l’immobile in cui i coniugi vivono sia di proprietà di uno dei due o in comproprietà.

La proprietà esclusiva della casa può ricorrere in due casi:

  • quando la coppia è in comunione dei beni solo se la proprietà deriva da una donazione, da una eredità o è stata acquistato prima del matrimonio;
  • quando la coppia ha optato per il regime di separazione dei beni.

Di norma, se la coppia si separa, la casa di proprietà esclusiva resta in capo al relativo titolare; quella invece in comunione va divisa in natura, laddove possibile, o venduta (in tal caso la coppia dividerà il ricavato). Uno dei due coniugi può, in alternativa, offrirsi di acquistare la proprietà dell’altro versandogli il 50% del valore a titolo di corrispettivo. Se i due coniugi non trovano tra loro un accordo, è il giudice a decidere la soluzione migliore e più facilmente attuabile.

Queste regole incidono però solo sul diritto di proprietà. Se infatti la coppia ha avuto dei figli e questi sono minorenni, disabili o maggiorenni ma non ancora autosufficienti dal punto di vista economico, il giudice assegna la casa al genitore con cui i figli andranno a vivere. Resta immutato il diritto di proprietà, ma con l’ovvia conseguenza che il proprietario non potrà utilizzare il proprio bene finché permane il diritto di abitazione.

L’assegnazione della casa familiare all’ex coniuge è quindi dettata unicamente da un solo e unico fine: quello di garantire ai figli la possibilità di continuare a vivere sotto lo stesso tetto in cui sono cresciuti, onde non subire gli ulteriori traumi (che un trasferimento comporterebbe inevitabilmente) oltre a quelli derivanti dalla separazione. Del resto, il cambio di abitazione non implica solo la perdita delle quattro mura e il rischio di vivere in un luogo spesso più modesto e inadatto, ma anche la rinuncia alle abitudini, la perdita delle amicizie del quartiere e, in alcuni casi, il cambiamento della scuola.

Sono la presenza dei figli quindi giustifica lo spossessamento della casa al legittimo proprietario. Da ciò deriva che il giudice non ha alcun potere di disporre l’assegnazione del diritto di abitazione sulla casa coniugale se:

  • se la coppia non ha avuto figli;
  • se, al momento della separazione, i figli sono ormai indipendenti e con un loro stipendio;
  • se, al momento della separazione, i figli vivono da soli e solo occasionalmente fanno ritorno presso il genitore presso cui sono stati collocati;
  • se i figli vengono collocati presso il genitore proprietario dell’immobile: in tal caso non c’è alcuna ragione di assegnare la casa all’altro genitore.

In quest’ottica, l’assegnazione della casa non deve essere vista come un contributo per sostenere il reddito del coniuge più povero, finalità già adempiuta dall’assegno di mantenimento. L’unico e solo presupposto inderogabile per l’assegnazione è la convivenza dei figli, siano essi minorenni, portatori di handicap o maggiorenni privi di entrate sufficienti.

Quando c’è la revoca dell’assegnazione della casa coniugale

Ben può avvenire che, una volta assegnato il diritto di abitazione nella casa coniugale al coniuge collocatario dei figli, questo diritto venga revocato.

La legge indica i seguenti fatti, in presenza dei quali si può richiedere al giudice la revoca dell’assegnazione della casa familiare:

  • se i figli hanno smesso di convivere con il genitore
  • se i figli sono diventati economicamente indipendenti;
  • se il coniuge assegnatario non abita più nella casa familiare o cessa di abitarvi stabilmente o cambia la propria residenza o domicilio;
  • se il coniuge assegnatario inizia una convivenza more uxorio nella casa assegnata
  • se il coniuge assegnatario si risposa.

Al verificarsi di uno di questi fatti l’assegnazione non viene automaticamente a cessare, ma c’è prima bisogno di presentare un ricorso al giudice con la richiesta di revoca. Sarà il tribunale a valutare la sussistenza delle condizioni per tale revoca e a reimmettere, successivamente, il legittimo proprietario nell’uso del proprio bene.

Maggiori chiarimenti in Quando il giudice revoca la casa all’ex moglie

Maria si è separata dal marito. A lei il giudice ha affidato il figlio Luca e, con esso, anche la casa familiare. Senonché Luca decide di trasferirsi nella città della sua nuova fidanzata per iniziare lì l’università e un percorso di vita del tutto autonomo, chiudendo consapevolmente ogni legame con il passato. In tal caso Maria perderà la casa e dovrà restituirà all’ex marito. A maggior ragione, il genitore collocatorio perde il diritto di abitare nella ex casa comune se il figlio decide di emigrare all’estero e lì porre il centro dei propri interessi, tanto che il ritorno a casa si riduce ormai a semplice ospitalità [1].

Rosa litiga spesso col marito che la umilia e la grida. I due decidono di separarsi. La donna, per sfuggire alle aspre conseguenze della crisi con il marito, lascia il tetto familiare prima dell’avvio del giudizio portando con sé il bambino piccolo. Rosa otterrà ugualmente al casa [2].

Figli non più conviventi o indipendenti

Quando il figlio o i figli dei coniugi cessano di convivere stabilmente con il genitore assegnatario oppure raggiungono l’autosufficienza economica, il coniuge interessato può chiedere al giudice la revoca dell’assegnazione della casa familiare.

La giurisprudenza riconosce la continuazione della coabitazione con il genitore assegnatario della casa familiare da parte del figlio maggiorenne che se ne allontani per studiare fuori sede, purché vi torni abitualmente qualora gli impegni glielo consentano. Il tribunale ha ritenuto che la mancanza della quotidiana convivenza non faccia cessare il vincolo di coabitazione, purché rimanga in essere uno stabile collegamento tra il figlio e la propria residenza.

Trasferimento del coniuge assegnatario della casa

Quando il coniuge assegnatario non abita più o cessa di abitare stabilmente nella casa familiare, il coniuge non assegnatario può chiedere un provvedimento di revoca dell’assegnazione.

Un coniuge, anche se molto più benestante dell’altro, ottiene  l’assegnazione della casa coniugale in quanto collocatario della prole. Non appena i figli diventano autosufficienti o vanno a vivere altrove, la casa può tornare torna al legittimo proprietario, previo ricorso al giudice.

La moglie assegnataria della casa (e presso cui è collocato in prevalenza il figlio minore) dopo la separazione, si trasferisce di fatto presso la residenza dei genitori, portando con sé il figlio: il giudice ritenendo provato lo stabile abbandono della casa, revoca l’assegnazione, ritenendo che la lunga permanenza della donna presso i propri genitori aveva fatto venir meno quella continuità ambientale che è decisiva ai fini del preminente interesse del minore alla permanenza nella casa familiare.

L’allontanamento infrasettimanale dalla casa familiare per 5 giorni lavorativi, determinato da ragioni di lavoro e di accudimento di un figlio minore, non ha il carattere di “stabilità” richiesto dalla legge per revocare l’assegnazione della casa familiare. Nel caso di specie, la madre, affidataria della figlia minore ed assegnataria della casa familiare, era infermiera turnista in un ospedale molto lontano dalla casa familiare. La figlia minore era accudita per cinque giorni alla settimana presso la casa dei nonni materni, vicina al luogo di lavoro e tornava nella casa familiare nei fine settimana, nei giorni festivi e nel periodo estivo.

Conseguenze revoca assegnazione casa familiare

La revoca deve essere disposta dal giudice. Non può la parte chiedere il rilascio dell’abitazione o ritornarvi a vivere non appena rileva l’abbandono del tetto da parte dell’ex. Inoltre la revoca dell’assegnazione della casa familiare non ha la conseguenza automatica di incrementare l’assegno di divorzio, ma occorre prima una verifica sull’effettivo peggioramento della situazione dell’ex assegnatario.

Posso vendere la casa assegnata all’ex moglie?

Il proprietario della casa che abbia dovuto fare le valige ed andare via in conseguenza del provvedimento di assegnazione in favore dell’ex può anche vendere il proprio immobile ma ciò non comporterà alcun pregiudizio per l’assegnatario. Questi infatti ha diritto a restare nonostante il trasferimento della proprietà del bene. Secondo infatti le Sezioni Unite [3] il provvedimento di attribuzione, avendo data certa, resta opponibile al terzo acquirente anche successivamente (per nove anni se non trascritto e anche oltre se trascritto).

In alternativa il venditore potrebbe inserire nell’atto di compravendita la cosiddetta «clausola di rispetto» della preesistente detenzione qualificata [4].


note

[1] Cass. sent. n. 16134/2019, n. 11844/2019.

[2] Cass. sent. n. 32231/2018.

[3] Cass. S.U. sent. n. 11096/2002.

[4] Cass. sent. n. 9990/2019.

L’assegnazione dell’abitazione che, in sede di separazione, sia stata collegata alla quantificazione dell’assegno di mantenimento, può essere revocata al momento del divorzio – se non ci sono figli che ne giustifichino l’attribuzione – trattandosi di un’intesa non negoziale ma avente causa nella separazione stessa poiché fondata sugli obblighi derivanti dal matrimonio.

Cassazione, ordinanza 7939 del 20 marzo 2019

Perde il godimento del tetto coniugale la madre collocataria di una ragazza che, seppur non ancora autonoma economicamente, trasferendosi in un’altra città dai genitori del fidanzato e lì iscrivendosi all’università, manifesti l’intenzione di intraprendere una vita autonoma distinta da quella originaria, con la quale consapevolmente recide ogni legame.

Cassazione, ordinanza 16134 del 17 giugno 2019

Vengono meno i presupposti per l’assegnazione dell’abitazione di famiglia se il figlio, nel cui interesse è stata concessa in godimento al genitore convivente, non solo si trasferisce all’estero (circostanza da sola non significativa) ma ha anche collocato lì il centro dei propri interessi, tanto che il ritorno a casa, pur frequente, sia ormai mera ospitalità.

Cassazione, ordinanza 11844 del 6 maggio 2019

Se manca la destinazione dell’immobile a casa coniugale, il proprietario che l’abbia concessa in comodato può chiederne la restituzione in ogni momento. La revoca potrà essere evitata, però, se si accerti che la famiglia fruitrice vi abbia vissuto per un periodo più o meno lungo ma sufficiente a instaurare con quell’abitazione un vincolo affettivo.

Tribunale di Firenze, sentenza 320 del 25 gennaio 2018

Dato che il godimento della casa familiare è attribuito tenendo conto prioritariamente dell’interesse dei figli a conservare l’habitat domestico, inteso come centro di affetti, interessi e consuetudini, la si potrà assegnata alla madre collocataria anche nell’ipotesi in cui, a seguito della crisi con il partner, se ne sia allontanata prima del giudizio.

Cassazione, ordinanza 32231 del 13 dicembre 2018


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