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Obbligare una persona a sposarsi: è reato?

9 Agosto 2019 | Autore:
Obbligare una persona a sposarsi: è reato?

È reato costringere una persona a contrarre matrimonio o unione civile? Matrimonio per costrizione: oltre che poter essere annullato costituisce anche reato?

Il matrimonio dovrebbe essere un evento lieto, il coronamento del proprio idillio d’amore. Purtroppo, però, ci sono casi in cui il vincolo matrimoniale viene contratto per mera convenienza (ad esempio, per acquistare la cittadinanza) oppure addirittura perché, in un modo o nell’altro, si è costretti. Cosa prevede la legge italiana a proposito dei matrimoni imposti con la forza o con la minaccia? Obbligare una persona a sposarsi è reato? Cosa succede se si induce una persona dello stesso sesso a contrarre un’unione civile? Se cerchi risposte a queste domande, sei nel posto giusto: prosegui nella lettura del presente articolo per scoprire se è reato costringere una persona a contrarre matrimonio o un’unione civile.

Persona obbligata a sposarsi: matrimonio può annullarsi?

Prima di vedere se è reato obbligare una persona a sposarsi è opportuno spendere qualche parola sulla disciplina civile del matrimonio per costrizione.

Secondo il codice civile, il matrimonio può essere impugnato dal coniuge il cui consenso è stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo [1]. In buona sostanza, il matrimonio può essere annullato nelle seguenti ipotesi:

  • per violenza morale, che si ha quando il futuro coniuge minacci l’altro prospettandogli un male ingiusto e notevole nel caso in cui non voglia sposarsi;
  • per timore di subire una male ingiusto da persona diversa dal coniuge (ad esempio, da un membro della sua famiglia).

Annullamento matrimonio: termine

L’annullamento del matrimonio nel caso di violenza morale o di timore subito da uno dei coniugi non può essere chiesto se vi è stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato il timore.

In altre parole, se la persona costretta a sposarsi convive con il coniuge per oltre un anno ed è cessata ogni forma di violenza o di timore, non potrà più essere chiesto l’annullamento del matrimonio, il quale risulterà sanato dalla volontà della persona indotta a sposarsi di vivere insieme.

Al contrario, l’azione di annullamento del matrimonio per costrizione può sempre essere esercitata se la minaccia, la violenza o il timore non siano cessati, oppure siano cessati da meno di un anno, oppure siano cessati ma non ci sia stata coabitazione.

Tizio costringe Caia a sposarlo dietro la minaccia di fare del male alla sua famiglia. Dopo le nozze, i coniugi vanno a vivere insieme e delle minacce di Tizio non v’è più traccia. Dopo circa due anni di coabitazione, Caia chiede l’annullamento del matrimonio perché fu contratto senza il suo libero consenso.

Sempronio e Mevia si sposano; Mevia presta il consenso solamente perché teme di subire del male dalla famiglia di Sempronio, la quale le ha fatto capire chiaramente che, se non si sposerà, subirà una ritorsione. Dopo anni di coabitazione, Mevia subisce ancora le minacce velate dei parenti; si decide pertanto a chiedere l’annullamento.

Nel primo esempio proposto, il coniuge costretto a sposarsi non può più chiedere l’annullamento del matrimonio, poiché è ha coabitato per oltre un anno e la violenza morale è cessata. Nella seconda ipotesi, invece, l’azione di annullamento può ancora essere proposta perché, pur essendo passati diversi anni dal matrimonio ed essendovi stata convivenza, il timore non è cessato.

Persona obbligata a sposarsi: è reato?

Per tanti anni il rimedio ad un matrimonio forzoso è stato solo di tipo civile: il coniuge costretto a sposarsi poteva, nei modi e nei termini indicati nei paragrafi superiori, invocare l’azione di annullamento per sciogliersi dal vincolo matrimoniale.

Grazie ad una legge entrata in vigore a partire dal 9 agosto 2019 [2], ora anche il codice penale punisce la persona che obbliga un’altra a sposarsi oppure a contrarre un’unione civile. Secondo il nostro ordinamento giuridico, chi, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità  psichica  o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità  derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

In buona sostanza, la legge penale punisce non solo chi costringe un’altra persona a sposarsi (o a contrarre unione civile) utilizzando violenza o minaccia, ma anche colui che raggiunga questo scopo abusando del potere o dell’ascendente che ha sulla vittima: si pensi al datore di lavoro che induce il proprio dipendente a sposare la figlia dietro la minaccia di un licenziamento, oppure al curatore dell’inabilitato che induca quest’ultimo di sposarsi con una determinata persona.

Il codice penale, tra l’altro, specifica che costituisce reato anche se la costrizione è commessa all’estero da cittadino italiano, o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.

Costrizione matrimonio: ipotesi aggravate

La costrizione o induzione al matrimonio è punita più severamente quando le vittime siano minorenni: la pena, infatti, è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto. Se, poi, la vittima è minore di quattordici anni, la pena è quella della reclusione da due a sette anni.

note

[1] Art. 122 cod. civ.

[2] Legge n. 69 del 19 luglio 2019.

[3] Art. 558-bis cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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