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Pensione e domanda di riscatto per aspettativa non retribuita

16 Agosto 2019
Pensione e domanda di riscatto per aspettativa non retribuita

Sono una docente di scuola pubblica, classe 1955 con 41 anni, 4 mesi, 13 giorni di contributi al 31 agosto 2019. Nel 1985, lavorando nel privato, ho usufruito di 8 mesi di aspettativa senza assegni. Ricongiunti i contributi nel pubblico, nel 2015 ho fatto domanda all’INPS di riscatto di quel periodo in base all’art.2, comma 1, punto c del DM 278/2000. Riscattando quei mesi, andrei in pensione a settembre 2019 e entrerei nella categoria di lavoratori con 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995. Lo scorso maggio l’INPS ha respinto la domanda con la motivazione che la mia situazione non rientra nei casi previsti dalla normativa. Tramite il Patronato CISL ho subito fatto ricorso amministrativo appellandomi all’articolo citato. In caso di un ulteriore rigetto dell’INPS, mi conviene procedere con un ricorso giudiziale? Non riuscirei ad andare in pensione entro il 2019 ma, vincendo il ricorso e pagando il riscatto, avrei una pensione calcolata con un metodo più favorevole.

Per comprendere se vi sono fondate possibilità di riuscita, in merito al ricorso giudiziale, occorre innanzitutto analizzare con attenzione le previsioni del DM 278/2000 e delle ulteriori disposizioni normative in materia di aspettativa non retribuita.

Il decreto, che regolamenta la fruizione dei congedi per eventi e cause particolari, all’art.2, co.1, prevede la possibilità per i lavoratori dipendenti, ai sensi dell’art. 4, co. 2, della L. 53/2000, di fruire di un periodo di congedo per gravi motivi, relativi alla situazione personale, della propria famiglia anagrafica, dei propri familiari non conviventi, nonché dei portatori di handicap, parenti o affini entro il terzo grado, anche se non conviventi.

Nel caso specifico, poiché la lettrice riferisce di aver usufruito del congedo non retribuito sulla base del DM 278/2000, art.2, co.1, lett. c), il motivo della fruizione dell’aspettativa non retribuita è una situazione di grave disagio personale, ad esclusione della malattia, nella quale la  stessa è incorsa.

La lettrice riferisce, in particolare, di aver fruito di un’aspettativa senza assegni nell’anno 1985, per un periodo pari a 8 mesi, in qualità di lavoratrice del settore privato: tuttavia, per quanto riguarda i lavoratori del settore privato, non esiste l’istituto dell’aspettativa senza assegni, che è prerogativa del settore pubblico. Ad ogni buon conto, considerando il riferimento al DM 278/2000, non vi sono dubbi che la lettrice intenda riferirsi al congedo non retribuito per gravi motivi familiari o personali di cui alla L. 53/2000.

Nella richiesta, la lettrice chiarisce che l’Inps abbia rifiutato la sua domanda di riscatto della contribuzione sulla base del fatto che la sua situazione non rientri nei casi previsti dalla normativa, ossia dalla L. 53/2000 e dal DM 278/2000, senza ulteriori specifiche.

Ad una prima valutazione della problematica, apparirebbe probabile che l’Inps abbia rifiutato la richiesta in quanto il periodo di aspettativa risale al 1985, mentre la legge che regolamenta l’ipotesi di aspettativa della lettrice e la possibilità di riscatto è posteriore. In parole semplici, considerando che la stessa non può aver richiesto, al datore di lavoro dell’epoca, nel 1985, l’aspettativa non retribuita ai sensi della L.53/2000, sembrerebbe probabile che l’Inps abbia respinto la domanda sulla base di questo presupposto.

A questo punto, bisogna tuttavia domandarsi se il riscatto dell’aspettativa della quale la lettrice ha fruito può essere richiesto anche relativamente a periodi precedenti, rispetto all’entrata in vigore della L. 53/2000 e del DM 278/2000.

Per i lavoratori dipendenti, i periodi di sospensione o interruzione per cause previste da leggi o contratti, privi di qualsiasi copertura contributiva, (quali ad esempio i periodi di aspettativa per motivi personali o per malattia, e, in generale, tutti i periodi di interruzione del rapporto di lavoro con diritto alla conservazione del posto), possono essere riscattati nella misura massima di tre anni, se successivi al 31 dicembre 1996, in base alle previsioni dell’art.5 D.lgs. 564/1996.

Sul punto, però, va segnalato che l’art.1, co. 789, L.296/2006 ha esteso questa facoltà di riscatto anche ai periodi di aspettativa antecedenti al 31 dicembre 1996, in deroga alle previsioni dell’art.5 D.lgs. 564/1996, considerando il periodo massimo riscattabile pari a due anni.

In base a quanto esposto, il periodo di aspettativa, anche se anteriore al 31 dicembre 1996, è riscattabile, ma deve risultare da registrazioni ufficiali quali libro paga, libro matricola, libretto di lavoro, dichiarazioni/autorizzazioni dell’epoca, rilasciate dal datore di lavoro.

Relativamente agli stessi periodi di aspettativa, è necessario anche comprovare la ricorrenza dei gravi motivi alla base dell’assenza stessa. A tal fine, all’atto della presentazione della domanda di riscatto, è indispensabile produrre, con riferimento all’ipotesi indicata, la documentazione di data certa prevista dall’art.3, commi 1, 2, e 3, del DM 278/2000 (come specificato anche nel DM 31 Agosto 2007 e nella Circolare Inps 26/2008).

La lettrice, in particolare, in base a quanto esposto, rientra nella seguente ipotesi: “3. La lavoratrice o il lavoratore che intendono usufruire del congedo di cui all’articolo 2 per i motivi di cui al comma 1, lettere b) e c), sono tenuti a dichiarare espressamente la sussistenza delle situazioni ivi previste.”

La circolare Inps 26/2008 precisa, a questo proposito, che, poiché si tratta di periodi remoti e di un’aspettativa già goduta dal lavoratore, è necessario che la documentazione probatoria sia risalente all’epoca della fruizione dell’aspettativa medesima (se di formazione successiva è comunque necessario che non vi siano elementi tali da far presumere che la stessa sia stata precostituita allo scopo di usufruire della facoltà di riscatto), in modo da fornire la prova oggettiva che siano stati proprio i gravi motivi familiari o personali a giustificare la richiesta dell’aspettativa da parte del lavoratore. L’Istituto esclude pertanto la possibilità di ricorrere a dichiarazioni rilasciate ora per allora, a meno che le stesse non provengano da enti o strutture pubbliche sulla base delle risultanze degli atti d’ufficio.

Nella stessa circolare, l’Inps precisa altresì che la domanda va presentata presso l’ordinamento previdenziale nel quale risulta accreditata la contribuzione del periodo nel quale si inserisce quello di aspettativa. Quanto alle richieste di riscatto relative ad aspettative inserite in periodi contributivi oggetto di trasferimento o ricongiunzione definiti, l’Istituto si è riservato di fornire ulteriori disposizioni, ad oggi non conosciute.

Con tutta probabilità, dunque, nell’ipotesi in esame la problematica deriva dal fatto che il riscatto non sia avvenuto presso la gestione di previdenza alla quale era iscritta in qualità di dipendente di un datore di lavoro del settore privato, ma presso la gestione di previdenza dei dipendenti pubblici. Il che, in linea teorica, non dovrebbe comportare problemi, considerando che la facoltà di riscatto dei periodi di aspettativa non retribuita antecedenti al 31 dicembre 1996 è prerogativa anche dei dipendenti pubblici. Tuttavia, mancando una pronuncia espressa dell’Inps in merito, ed essendo stata presentata la domanda presso una gestione previdenziale differente, è assai probabile che la questione sia respinta in via amministrativa.

Il rigetto in via amministrativa è probabile anche in mancanza di documentazione scritta di data certa risalente all’epoca della fruizione dell’aspettativa, recante le motivazioni giustificative della richiesta di aspettativa, o in assenza di registrazioni ufficiali relative all’aspettativa stessa.

Ai fini della valutazione di convenienza di un eventuale ricorso giudiziale, a parere dello scrivente è indispensabile determinare l’incremento del trattamento, derivante dall’aggiunta delle 8 mensilità di contribuzione, confrontato con l’onere di riscatto, e con l’onorario del legale che eventualmente seguirebbe la lettrice nella causa. Si noti che un calcolo della pensione certificato da presentare in giudizio, comprensivo degli oneri di riscatto, rilasciato da un professionista abilitato, come un consulente del lavoro, ha dei costi che partono da un minimo di circa 650-700 euro, ai quali dovrebbe aggiungere l’onorario dell’avvocato. Pertanto, l’incremento della pensione derivante dal recupero del periodo di aspettativa, tolto il costo del riscatto e tolti i costi della causa, potrebbe risultare poco significativo e rendere un eventuale giudizio non conveniente.

Senza contare, vista la “nebulosità” della normativa, e gli elementi di incertezza introdotti dalla circolare Inps 26/2008, che la riuscita del giudizio non sarebbe affatto scontata, specie in mancanza di documentazione scritta di data certa risalente all’epoca dell’aspettativa, e considerando altresì la ricongiunzione dei contributi della lettrice nel pubblico.

In definitiva, si consiglia alla lettrice un ricorso giudiziale nel caso in cui ricorrano almeno questi tre elementi:

  • si trovi in possesso di registrazioni ufficiali, quindi di documenti scritti di data certa, comprovanti la fruizione del periodo di aspettativa, risalenti all’epoca dell’aspettativa stessa;
  • sia in possesso della sua dichiarazione della sussistenza delle motivazioni alla base della fruizione dell’aspettativa personale, ugualmente risalente all’epoca dell’aspettativa stessa;
  • l’incremento del trattamento di pensione derivante dal riscatto sia davvero significativo, se confrontato col costo della causa e con l’onere di riscatto richiesto.

Articolo tratto dalla consulenza resa dalla dott.ssa Noemi Secci



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