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Cohousing: cos’è e per chi è utile

13 Agosto 2019 | Autore: Maria Teresa Biscarini
Cohousing: cos’è e per chi è utile

Le nuove comunità che consentono di ridurre i costi di abitazione, il senso di solitudine in un’ottica di vicinato elettivo.

Il termine “cohousing” in italiano potrebbe tradursi con “residenza condivisa” o “coresidenza”. Il suo significato in prima battuta potrebbe apparire banale, in quanto è fuor di dubbio che l’unità abitativa quasi sempre va associata a più persone. Salva, infatti, l’ipotesi delle persone single, gli spazi abitativi di norma sono sempre in condivisione; sia, infatti, che si tratti di unioni di fatto, di unioni civili o religiose, la coabitazione è un diretta conseguenza di qualsiasi legame instaurato dall’essere umano. Ed è proprio questo il punto che rende diverso il cohousing dalle altre forme di coabitazione fino ad oggi tendenzialmente sperimentate.

Le persone, cioè, che si indirizzano verso una modalità abitativa in cohousing non necessariamente si conoscono, né tantomeno sono tra loro legate da vincoli affettivi. Se, dunque, anche tu senti di non essere sufficientemente ferrato sul punto, continua a leggere questo articolo per avere maggiori informazioni sul cohousing: cos’è e per chi è utile. Con gli odierni stili di vita in continuo mutamento, queste nuove forme di abitabilità “allargata” potrebbero rivelarsi utili in varie circostanze di vita, sia per combattere problemi di solitudine, ma anche per contenere i costi che un’abitazione di proprietà inevitabilmente porta con sè. Vediamo, dunque, quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il cohousing sia in Italia che all’estero.

Proprietà privata degli alloggi

Una caratteristica peculiare riscontrabile tendenzialmente un pò dovunque il cohousing abbia preso piede è data dalla proprietà privata degli alloggi dei cohousers, vale a dire dei coresidenti. Va detto, però, che di solito le abitazioni private sono in questo caso di dimensioni più ridotte rispetto alla media delle normali abitazioni. Secondo alcune stime, le abitazioni sarebbero più piccole in un range che può variare dal 5 al 15%. Perchè? Ci si potrebbe chiedere. La risposta è presto data e può fondarsi su una duplice motivazione: contenere i costi complessivi dell’intera area interessata dal progetto di cohousing e favorire un reale ed intenso utilizzo delle aree comuni che comportano una quota di partecipazione in capo a ciascun cohouser.

Ampi spazi comuni

A corredo degli alloggi privati in cohousing ci sono le aree in comune che non sono semplicemente androni, ingressi, scale, portinerie o aree verdi, già presenti in qualsiasi realtà condominiale, ma veri e propri spazi attrezzati destinati all’uso collettivo. Entrando più nel vivo dell’argomento, tra gli spazi coperti e scoperti destinati alla condivisione tra i coresidenti vanno annoverate, a seconda dei casi, ampie cucine, lavanderie, spazi per l’accoglienza di eventuali ospiti, laboratori per il fai da te, spazi gioco per i più piccini, fino anche a palestre, piscine, internet cafè, biblioteche e chi più ne ha più ne metta.

Comunità intenzionale

Il cohousing, come anticipato sopra, si propone, grazie anche alla previsione di una estesa area multiservizi di cui usufruire collettivamente, di incentivare la socialità e la relazione. Per cui si potrebbe dire che all’origine di questa opzione abitativa, c’è sicuramente il proposito di creare una comunità, dove cioè persone all’inizio estranee, possano entrare in relazione anche ai fini di una gestione efficace delle aree comuni. Questo in parole semplici potrebbe voler dire anche assumersi degli impegni personali a beneficio di tutti; per cui se dovesse essere urgente un intervento di taglio delle siepi dell’area destinata al gioco dei bambini e un cohouser avesse tempo, energie e dei forbicioni a disposizione, il senso di comunità vorrebbe che fosse lui ad intervenire, senza ricorrere a delibere assembleari ed amministratori. Trattandosi di una comunità, ci saranno ovviamente delle regole da stabilire prima ancora d’iniziare la convivenza, ma la peculiarità sarà proprio la maggiore partecipazione attiva alla gestione delle cose comuni da parte dei vari cohousers.

Tra le news giunte fino a noi dalla grande Cina, merita un momento di attenzione anche la storia di cohousing diffusa in rete giusto una manciata di giorni fa. Sembra, infatti, che delle intraprendenti cinesine, amiche e colleghe, ancora nel pieno della vita, abbiano acquistato una casa come futura location al fine di viverci e invecchiare insieme. Tra le mission che si sono date per fare comunità, ognuna di loro dovrà specializzarsi in una mansione utile per le altre, in modo da garantirsi una propria indipendenza: c’è, quindi, chi si dedicherà alla cucina, chi alla medicina tradizionale cinese, chi al suono di qualche strumento e chi si specializzerà in attività agricole. Una sorta di comunità multitasking a beneficio di tutte.

Vicinato elettivo

Fino ad oggi, avrai sicuramente sentito parlare di regole di buon vicinato, concetto che rimanda ad una nozione giuridica pregna di doveri per una pacifica e civile vita tra abitazioni limitrofe, ma forse è la prima volta che senti parlare di “vicinato elettivo”.

Le comunità di cohousing sono anche elettive; si fondano cioè su un’aggregazione di persone che possono avere già delle esperienze comuni, come nel caso del gruppo di colleghe cinesi, ma anche o forse soprattutto differenti. Una volta che le persone si sono costituite sotto forma di gruppo promotore, la loro realtà di vita andrà consolidandosi in un’ottica sempre più di squadra via via che il progetto comunitario verrà messo in condivisione e materializzato.

In parole molto semplici, mentre i condomini non te li scegli, i cohousers sì, con tutti i benefici che ne conseguono. Chi, infatti, decide di andare a vivere in cohousing ha già, potremmo dire, delle “affinità elettive” citando Goethe.

Condivisione

Altro must di cui si deve tener conto se si valuta la possibilità di andare a vivere in cohousing è il concetto affievolito di beni strumentali di proprietà. Che vuol dire? Semplicemente che all’interno del progetto di vita in comune potrebbe essere prevista anche la condivisione dell’auto, piuttosto che dell’acquisto di beni di prima necessità, pratica quest’ultima nota anche come gruppo di acquisto solidale.

Perchè mai “rinunciare” al concetto di proprietà esclusiva e privata? Magari si è faticato una vita per arrivare a potersi permettere dei beni e poi si decide che il mio è anche tuo e viceversa. Sotto certi aspetti, tutto ciò potrebbe sembrare un controsenso, ma via via che si entra più in profondità all’interno di questo stile di vita, si comprenderà che queste piccole rinunce potrebbero essere portatrici non solo di rilevanti risparmi in termini economici, ma anche di un senso nuovo di fare famiglia. Se, infatti, i parenti veri spesso possono rivelarsi dei veri serpenti, gli amici o le persone con le quali ci si sente più affini sono coloro con i quali è possibile sperimentare la condivisione più autentica.

Gestione non gerarchica

Come sopra anticipato, le comunità in cohousing sono amministrate direttamente dagli abitanti, per cui niente amministratore di condominio e annessi e connessi. Chi, infatti, si occupa di organizzare i lavori di manutenzione e della gestione degli spazi comuni sono le stesse persone che si ripartiscono i compiti solitamente in base alle competenze e agli interessi personali. Nelle comunità di cohousing, dunque, le responsabilità e i ruoli gestionali si suddividono in base ad una sorta di democratico talent scout, senza cioè che nessuno eserciti alcuna autorità sugli altri membri; le decisioni vengono, quindi, prese sulle base di un consenso.

Le “start-up” italiane

Tutto ciò premesso, vediamo ora a livello burocratico quali sono le caratteristiche delle prime realtà di cohousing sorte qui in Italia. Perchè se è vero che questa formula abitativa è nata in Scandinavia una cinquantina di anni fa per poi diffondersi in nord Europa, Australia, Usa e Giappone, negli ultimi anni ha cominciato ad attecchire anche in Italia. Dal punto di vista giuridico, questa nuova realtà ha dei tratti in comune con la multiproprietà, vista la turnazione nel godimento di alcuni spazi, mentre per altri è simile al condominio senza, però, una gestione gerarchica e sotto altri aspetti potrebbe avvicinarsi al residence, senza però alcun esborso di canoni di affitto, visto che i cohousers sono in linea di massima dei proprietari, seppur peculiari.

Tra le regioni capofila: la Lombardia, il Piemonte, il Trentino, l’Emilia Romagna, la Toscana e da ultimo anche la Calabria, la Sicilia e la Sardegna; ma come si vedrà i progetti comunitari sono ben diversi da caso a caso e quindi con un target di persone ben distintinto.

Torino

Per risparmiare sui costi e per facilitare le procedure burocratiche, i proprietari, costituiti da gruppi misti, vale a dire: pensionati, giovani coppie e famiglie con bambini, hanno costituito una cooperativa edilizia. La mission è stata, infatti, non costruire ex novo, ma ristrutturare uno stabile esistente secondo standards energetici e strutturali moderni.

Ferrara

Qui il progetto ha coinvolto più famiglie che hanno costituito una nuova società cooperativa di abitazione. E’stato così costruito un nuovo edificio ad hoc nel rispetto degli ultimi canoni della bioedilizia.

Bologna

In questo caso, il complesso residenziale si è rivolto a nuclei familiari. Tra le peculiarità: il nuovo edificio è stato costruito secondo i criteri della bioedilizia e del risparmio energetico, in un’ottica virtuosa di riqualificazione di una certa area urbana.

Forlì

Nella provincia di Forlì il cohousing ha preso le sembianze di villette bi-familiari o quadrifamiliari destinate quindi esclusivamente a nuclei familiari.

Lucca

E’ invece interamente finanziato dalla regione Toscana il progetto in provincia di Lucca che prevede la realizzazione di un complesso abitativo che rilegge in chiave contemporanea il concetto di corte di una volta.

Milano

Anche in questo caso, si tratta di un progetto inserito in un’ottica di economia sostenibile e rivolto ad un target di famiglie.

Bolzano

Il cohousing di Bolzano invece ha delle caratteristiche un po’ diverse. Infatti il progetto è destinato ad un target di persone giovani (fra i 18 e 35 anni di età), intenzionati ad intraprendere un percorso di autonomia e crescita. In questo caso i cohousers non sono proprietari, ma inquilini con un canone di affitto calmierato. La mission è sganciarsi dalla famiglia di origine ed avviare un’attività in proprio.

Calabria e Isole

Un ulteriore progetto di cohousing ai blocchi di partenza è quello messo in piedi da un’associazione di respiro internazionale, destinato a fornire accoglienza a ragazze in stato di solitudine e fragili con pochi mezzi a disposizione.

Come si può ben vedere, ce n’è un po’ per tutte le necessità e comunque trattandosi di una realtà in espansione, sicuramente cercando anche dalle tue parti, potresti scovare dei progetti di tuo potenziale interesse, sia che tu sia single, pensionato, studente, ragazza madre o abbia al tuo seguito pargoletti e consorte.


Di Maria Teresa Biscarini


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