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Falsa delega condominiale: cosa rischio?

11 Agosto 2019
Falsa delega condominiale: cosa rischio?

Delega in bianco e votazione in modo contrario agli accordi: la prova spetta al delegante.

Potresti trovare utile una recente ordinanza della Cassazione [1] che spiega cosa si rischia in caso di falsa delega condominiale. Il riferimento è a quei casi in cui chi è impossibilitato a partecipare a un’assemblea di condominio delega un’altra persona – di solito un condomino dello stesso edificio – a partecipare e votare per proprio conto.

Ebbene, anche in queste ipotesi possono verificarsi dei conflitti e degli illeciti. Si pensi, ad esempio, a chi, approfittando della perenne assenza di uno dei proprietari di immobili (magari perché fuori sede), compili da sé una delega per conto di questi pur senza aver mai ricevuto l’autorizzazione. Oppure si pensi a chi, avendo ottenuto una delega a votare in un determinato modo da uno dei condomini, lo faccia in modo completamente diverso.

Se anche tu, dunque, ti sei già chiesto, in caso di falsa delega condominiale, cosa rischio, ecco quali sono stati i chiarimenti della Cassazione.

La falsa delega è reato?

Compilare una falsa delega senza aver mai ricevuto l’incarico da parte del proprietario dell’appartamento o alterare la scrittura mediante aggiunte o cancellazioni non è più reato. Difatti, una recente riforma [2] ha depenalizzato il falso in scrittura privata.

Tale illecito è punito solo a livello amministrativo, con una sanzione che va da 200 euro a 12mila euro. Tale “multa”, però, può essere applicata solo da un giudice civile, a seguito di una causa intrapresa dalla vittima e rivolta a contestare tale comportamento.

Cosa rischio per la falsa delega?

Chi vota per conto di uno dei condomini in modo diverso da come questi gli ha chiesto non può essere denunciato penalmente. Tale comportamento, come appena detto, non integra un reato. Sul piano civilistico, però, scattano alcune conseguenze.

C’è innanzitutto da dire che l’assemblea condominiale, tenutasi nonostante il voto del delegato manifestato in modo difforme rispetto alle istruzioni ricevute dal delegante, è valida e non può essere impugnata neanche dalla vittima di tale comportamento. Quello che si contesta non è un vizio o un’irregolarità della delega, ma il cattivo adempimento del delegato a ciò che gli era stato richiesto dal delegante, una violazione delle istruzioni di quest’ultimo.

Tuttavia, il responsabile della falsa delega è tenuto a risarcire i danni che il delegante abbia subito a seguito della delibera a lui pregiudizievole. Tale danno però scatta solo quando il voto su delega sia stato determinante all’approvazione di una mozione piuttosto che di un’altra. Se, invece, la votazione avrebbe avuto lo stesso esisto, sia con che senza la falsa delega, il rappresentato non ha alcuna azione contro il colpevole.

Insomma, per ottenere il risarcimento del danno è necessario che il voto infedele abbia inciso o sulla regolare costituzione dell’assemblea o sul raggiungimento della maggioranza deliberativa prescritta dalla legge o dal regolamento di condominio.

Falsa delega in condominio: si può impugnare la votazione?

Secondo l’ordinanza in commento della Cassazione, in caso di partecipazione di un condomino all’assemblea a mezzo di rappresentante, qualora il condomino rappresentato impugni la deliberazione dell’assemblea, assumendo che la stessa sia stata adottata in forza del voto di un proprio “infedele” delegato per abusivo riempimento della delega firmata in bianco deve fornire la prova di un accordo di contenuto diverso da quello del foglio sottoscritto; non è sufficiente il semplice disconoscimento del contenuto della delega.

Solo il condomino delegante che si ritenga falsamente rappresentato è legittimato a far valere gli eventuali vizi della delega o la carenza del potere di rappresentanza e non anche gli altri condomini in quanto estranei al rapporto.

Il condomino falsamente rappresentato può anche decidere di ratificare il comportamento del falso procuratore, ad esempio omettendo di impugnare la deliberazione dell’assemblea.

Oggi, la delega per la partecipazione all’assemblea condominiale deve avere forma scritta (il codice civile stabilisce infatti che «Ogni condomino può intervenire all’assemblea anche a mezzo di rappresentante, munito di delega scritta»). Pertanto, anche la prova dell’esistenza, dell’oggetto e dei limiti della delega per la partecipazione ad una assemblea condominiale deve essere fondata su una prova scritta. Qualora il condomino rappresentato impugni la deliberazione dell’assemblea assumendo che la stessa sia stata adottata in forza del voto di un proprio “infedele” delegato per abusivo riempimento della delega in bianco, non basta il disconoscimento del documento; è, invece, necessario raggiungere la prova di un accordo (cosiddetto «patto di riempimento) dal contenuto diverso rispetto a quello presente sul figlio sottoscritto.


note

[1] Cass. ord. n. 16673/18 del 25.06.2019.

[2] D.lgs. n. 7/2016.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 10 aprile – 25 giugno 2018, n. 16673

Presidente D’Ascola – Relatore Scarpa

Fatti di causa e ragioni della decisione

S.A. ha proposto ricorso in cassazione articolato in tre motivi avverso la sentenza della Corte di Appello di Roma n. 4646/2017 del 21 luglio 2016.

Resiste con controricorso il Condominio (omissis) .

S.A. impugnò la deliberazione dell’assemblea 16 settembre 2006 del convenuto Condominio (omissis) , assumendo di aver conferito delega per quell’adunanza all’amministratrice B.M.L. e di essere stato invece rappresentato da S.V. , con conseguente invalidità della delibera per difetto dei quorum. Avendo il Condominio prodotto delega sottoscritta da S.A. per la partecipazione a quella assemblea, diversa da quella invece esibita dall’attore, il S. all’udienza del 26 ottobre 2001 riconobbe la sua firma, ma replicò che la stessa delega allegata dal Condominio convenuto fosse stata in realtà da lui rilasciata in bianco e per un’assemblea diversa da quella del 15/16 settembre 2006. Venne così revocata l’ordinanza di ammissione di ctu grafologica (rectius: calligrafica) e il Tribunale di Civitavecchia, con sentenza del 23 maggio 2012, rigettò la domanda.

Proposto appello da S.A. , lo stesso venne respinto dalla Corte d’Appello di Roma, affermando che doveva essere l’appellante a dimostrare l’illecita compilazione della delega prodotta da Condominio, la cui sottoscrizione era stata riconosciuta dal S. . Inoltre, i giudici di appello motivarono la superfluità dell’espletamento della ctu calligrafica, come anche di quella comparativa con precedenti deleghe condominiali.

Il primo motivo del ricorso di S.A. deduce la violazione degli artt. 216 c.p.c. e 1175 c.c., l’insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla revoca dell’ordinanza ammissiva della ctu “grafologica” ed alla produzione di altra delega da parte del Condominio, come alla presenza di due deleghe diverse per la stessa assemblea, dovendosi tener conto che la delega prodotta dall’attore era stata disconosciuta. Il secondo motivo di ricorso denuncia la violazione degli artt. 88 c.p.c. e 1175 c.c., ovvero l’erronea applicazione dei principi di lealtà e probità, insistendosi sulla diversità tra la delega allegata dal Condominio e quella invece esibita dall’attore all’atto della sua costituzione.

Il terzo motivo di ricorso deduce, infine, la violazione dell’art. 216 c.p.c. per la mancata verificazione della delega posta a base del ricorso.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere rigettato per manifesta infondatezza, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375, comma 1, n. 5), c.p.c., il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

Il ricorrente ha presentato memoria ai sensi dell’art. 380 bis, comma 2, c.p.c.

Devono disattendersi le eccezioni del controricorrente di inammissibilità del ricorso, in quanto la procura dello stesso, giacché rilasciata a margine della pagina che contiene la sottoscrizione del difensore e prima della relata di notifica, soddisfa il requisito della specialità di cui all’art. 365 c.p.c.; come pure rispettato è il requisito della esposizione sommaria dei fatti di causa, visto che il ricorrente riproduce una sufficiente narrativa della vicenda processuale, e rende comprensibile l’oggetto della pretesa ed il tenore della sentenza impugnata in immediato coordinamento con i motivi di censura.

I tre motivi di ricorso vanno poi esaminati congiuntamente, per la loro connessione, e si rivelano in parte inammissibili, e comunque infondati.

È inammissibile la doglianza di “insufficiente e contraddittoria motivazione” in quanto l’invocato parametro dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., come riformulato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, convertito in legge n. 134 del 2012, contempla soltanto il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo. Tale ultimo attributo è, nella specie, da negare, perché è intendere in tal senso decisivo solo un fatto che, se esaminato dal giudice, avrebbe ex se portato ad una diversa soluzione della controversia, laddove l’omesso esame di elementi istruttori non si risolve nella corretta prospettazione di un vizio ex art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., ove i fatti storici siano stati comunque presi in considerazione nella sentenza impugnata, ancorché essa non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U, 07/04/2014, n. 8053).

Altrettanto inammissibili sono le censure rivolte avverso l’ordinanza istruttoria di revoca della CTU, trattandosi di provvedimento di natura tipicamente ordinatoria, con funzione strumentale e preparatoria rispetto alla futura definizione della controversia, privo come tale di qualunque efficacia decisoria ed insuscettibile, pertanto, di essere oggetto di immediate censure in sede di legittimità.

D’altro canto, la consulenza tecnica non è un mezzo istruttorio rimesso alla disponibilità delle parti, ma rappresenta l’espressione di un potere (propriamente discrezionale) del giudice, cui è rimessa la facoltà di valutarne la necessità o l’opportunità, con la conseguenza che, pur dopo la sua ammissione, al giudice stesso ne è consentita la revoca, in base ad una diversa e sopravvenuta valutazione dei fatti di causa (normalmente sottratta al sindacato di legittimità: Cass. Sez. 3, 11/08/2000, n. 10707).

I motivi di ricorso rivelano altresì scarsa specificità e riferibilità alla ratio decidendi dell’impugnata sentenza.

Ove un condomino impugni una deliberazione dell’assemblea, assumendo che la stessa sia stata adottata in forza del voto di un proprio “falso” (o “infedele”) delegato, voto che abbia inciso sulla regolare costituzione dell’assemblea, o sul raggiungimento della maggioranza deliberativa prescritta dalla legge o dal regolamento (non trovando nella specie applicazione, ratione temporis, quanto ora stabilito dall’art. 67, commi 1 e 5, disp. att. c.c., in seguito alle modifiche introdotte dalla legge n. 220 del 2012), occorre considerare come i rapporti tra il rappresentante intervenuto in assemblea ed il condomino rappresentato vadano disciplinati in base alle regole sul mandato. Solo, dunque, il condomino delegante e quello che si ritenga falsamente rappresentato sono legittimati a far valere gli eventuali vizi della delega o la carenza del potere di rappresentanza, e non anche gli altri condomini, perché estranei a tale rapporto (Cass., Sez. 2, 30/01/2013, n. 2218; Cass. Sez. 2, 07/07/2004, n. 12466).

In forza dell’originaria formulazione dell’art. 67, comma 1, c.c. (avendo soltanto la Riforma del 2012 imposto la forma scritta della delega), era del resto consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il potere rappresentativo conferito dal condomino ad un altro soggetto per la partecipazione all’assemblea condominiale potesse essere attribuito anche verbalmente; pertanto la prova dell’esistenza, dell’oggetto e dei limiti del mandato poteva essere acquisita con ogni mezzo, anche con presunzioni (Cass. Sez. 2, 14/07/1972, n. 2416; Cass. Sez. 2, 28/06/1979, n. 3634).

Nel caso in esame, il Condominio (omissis) , convenuto da S.A. , che chiedeva di invalidare la deliberazione dell’assemblea 16 settembre 2006, assumendo di aver conferito delega per partecipare alla stessa all’amministratrice B.M.L. e non a S.V. , produsse una delega sottoscritta dal S. che ne avrebbe comprovato il valido conferimento di rappresentanza proprio a chi risultava essere suo delegato in quella adunanza. A questo punto, S.A. , pur riconoscendo la sottoscrizione (dal che discende la totale irrilevanza della CTU calligrafica), dedusse che tale delega era stata rilasciata in bianco e per un’assemblea diversa da quella del 15/16 settembre 2006. In sostanza, l’attore, poi appellante, ora ricorrente, ha effettuato una denunzia di abusivo riempimento da parte di un terzo (nella specie, il delegato) di un foglio firmato in bianco, esponendo che il riempimento fosse avvenuto “contra pacta”. A nulla valeva, quindi, il disconoscimento, giacché esso non costituisce mezzo processuale idoneo a dimostrare l’abusivo riempimento del foglio in bianco, sia che si tratti di riempimento “absque pactis”, sia che si tratti (come appunto qui dedotto dal ricorrente) di riempimento “contra pacta”, dovendo, nel secondo caso, in particolare, essere fornita la prova di un accordo dal contenuto diverso da quello del foglio sottoscritto (Cass. Sez. 3, 16/12/2010, n. 25445; Cass. Sez. 2, 12/06/2000, n. 7975). Il S. , allora, non ha dato prova di quale diverso contenuto dovesse avere la delega esibita dal Condominio proprio relativamente all’assemblea del 16 settembre 2006. Non rivela, invece, alcuna decisività soffermare le censure di legittimità sulla diversa delega che il ricorrente sostiene di aver prodotto in giudizio, avendo la Corte d’Appello giustamente fondato la propria decisione sulla delega scritta che il Condominio aveva conservato agli atti e poi esibito al momento della sua costituzione, per dimostrare la valida partecipazione dei condomini che si erano fatti rappresentare nell’assemblea del 16 settembre 2006.

Il ricorso va perciò rigettato e il ricorrente va condannato a rimborsare al controricorrente le spese del giudizio di cassazione.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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