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Denuncia per persecuzione

29 Agosto 2019 | Autore:
Denuncia per persecuzione

Cosa sono gli atti persecutori? Cosa può fare la vittima di stalking? Cosa comporta una querela per persecuzione? Divieto di avvicinamento: cos’è?

Da tempo, ti sei accorto che c’è qualcuno che ti segue mentre vai a lavoro, quando fai la spesa e, più in generale, ogni volta che esci di casa. Non solo: ricevi anche delle telefonate mute a tutte le ore del giorno e della notte. All’inizio non ci facevi caso, ma poi sono diventate sempre più frequenti. Hai cominciato, quindi, a sentirti perseguitato. Vorresti sporgere denuncia, ma temi che le autorità archivino subito tutto perché non hai ricevuto alcuna minaccia esplicita. Come comportarsi in questi casi? Ebbene, sappi che puoi sporgere denuncia per persecuzione.

Secondo la legge, può essere perseguito penalmente colui che, mediante più condotte ripetute nel tempo, costringa la vittima a temere per sé o per i propri cari, a cambiare le abitudini della propria vita oppure a vivere in un costante stato d’ansia. Si tratta del ben noto reato di stalking, che in Italia viene punito col nome di atti persecutori. Se ne vuoi sapere di più su questo argomento, prosegui nella lettura: vedremo insieme come si fa e cosa comporta una denuncia per persecuzione.

Il reato di atti persecutori

Secondo il Codice penale [1], è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Si tratta del delitto di atti persecutori, meglio conosciuto come stalking, termine inglese utilizzato per lo più dai cacciatori e che, tradotto in italiano, significa all’incirca “fare la posta”, cioè puntare qualcuno per poi braccarlo.

Caratteristiche degli atti persecutori

Perché possa configurarsi il reato di atti persecutori occorre che dalla condotta reiterata dello stalker derivi, per la vittima, almeno una di queste conseguenze:

  • un comprovato e perdurante stato d’ansia o di paura;
  • un fondato timore per la propria incolumità o per quella di un proprio caro;
  • la necessità di mutare le proprie abitudini di vita per sfuggire alla persecuzione.

Per pacifica giurisprudenza [2], perché sia abbia il reato di atti persecutori è sufficiente che l’autore della condotta delittuosa ponga in essere anche soltanto due azioni idonee a perseguitare la vittima.

La denuncia per atti persecutori

La persona vittima di persecuzione può recarsi presso la più vicina stazione dei carabinieri (o comando di polizia, è indifferente) e sporgere denuncia/querela. Dice la legge che il delitto di stalking è punito a querela della persona offesa, querela da farsi entro il termine di sei mesi dall’ultimo atto persecutorio.

In pratica, solamente la vittima dello stalking può chiedere alla giustizia di attivarsi affinché fermi lo stalker; soltanto nel caso in cui la vittima sia un minore oppure una persona affetta da handicap la denuncia potrà essere sporta da chiunque, anche da un familiare o da un conoscente.

Cosa succede dopo la denuncia per persecuzione?

A seguito della denuncia per persecuzione, la legge prevede una serie di attività che l’autorità giudiziaria deve porre in essere per tutelare nel modo più efficace possibile la vittima dello stalking.

Innanzitutto, l’autorità (polizia, carabinieri, ecc.) che ha ricevuto la segnalazione deve darne immediatamente notizia al magistrato del pubblico ministero, anche oralmente [3]. Il pubblico ministero, ricevuta repentinamente la notizia della denuncia per persecuzione, convoca la vittima per l’assunzione di ogni informazione utile, entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano fondate ragioni per derogarvi (nell’interesse della persona offesa o del buon esito delle indagini) [4].

Intanto, la polizia giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti di indagine delegati dal pubblico ministero, mettendo immediatamente a disposizione di quest’ultimo la documentazione dell’attività svolta [5].

Il divieto di avvicinamento alla persona offesa

All’interno della denuncia per persecuzione la vittima può chiedere espressamente che l’autorità giudiziaria disponga il divieto di avvicinamento [6]. Cosa vuol dire?

Il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa è una misura cautelare che viene disposta dal giudice su richiesta del magistrato del pubblico ministero ogni volta che sussista l’esigenza di dover proteggere la vittima da una persecuzione pericolosa.

Con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all’indagato/imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa.

Qualora, poi, sussistano ulteriori esigenze di tutela, il giudice può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

La predisposizione di questa misura cautelare non dipende, però, dalla richiesta o meno che la vittima ne faccia nella denuncia per persecuzione: come ricordato all’inizio del paragrafo, solamente il p.m. può avanzare tale richiesta al giudice.

Tra l’altro, va detto che, mentre in passato la persona che aveva ricevuto il divieto di avvicinarsi ai posti frequentati dalla vittima rischiava, nel caso di trasgressione, di riceve soltanto una misura cautelare più afflittiva (tipo gli arresti domiciliari), ora la violazione di tale divieto rappresenta uno specifico reato: secondo il Codice penale [7], chiunque violi il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (ma anche l’obbligo di allontanarsi dalla casa familiare) è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

note

[1] Art. 612-bis cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 6417 del 17 febbraio 2010.

[3] Art. 347, terzo comma, cod. proc. pen., così come modificato dalla legge n. 69 del 19 luglio 2019 in vigore dal 9 agosto 2019.

[4] Art. 362, comma 1-ter, cod. proc. pen.

[5] Art. 370, comma 2-bis, cod. proc. pen.

[6] Art. 282-ter cod. proc. pen.

[7] Art. 387-bis cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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