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Il datore di lavoro può pagare coi buoni pasto?

13 Agosto 2019
Il datore di lavoro può pagare coi buoni pasto?

Da retribuire da parte della ASL i 15 minuti della pausa pranzo soppressa nei giorni di percezione di buoni pasto fruibili solo al di fuori dell’orario di lavoro.

Le nuove direttive aziendali parlano chiaro: vengono revocati i 15 minuti di pausa pranzo in cambio dell’erogazione di buoni pasto, utilizzabili fuori dell’orario di lavoro. In buona sostanza il capo ti sta dicendo che, a fronte di un maggior dispendio di energie, sarai ricompensato con i cosiddetti “ticket restaurant”.

La soluzione ti sembra inverosimile. Preferiresti avere un aumento in busta paga, anche per essere libero di fare la spesa dove ritieni sia meglio. Ma anche i sindacati interni sembrano non aver mosso ciglia.

Il datore di lavoro può pagare coi buoni pasto? L’eventuale straordinario fatto dai dipendenti che, in tal modo, hanno rinunciato alla pausa pranzo, può essere retribuito “in natura”?

La questione è stata analizzata da una recente ordinanza della Cassazione [1]. Ecco cosa è stato detto dai giudici in questa occasione.

La funzione del buono pasto

I buoni pasto sono sostitutivi del servizio mensa interno all’azienda. Essi quindi, sostiene la Corte, non hanno una funzione retributiva ma assistenziale.

Si tratta di buoni spendibili negli esercizi commerciali convenzionati. Possono essere utilizzati anche quando l’orario di lavoro non prevede una pausa per il pasto.

Il lavoratore ha diritto ai buoni pasto tanto nell’ipotesi in cui durante la fascia oraria concordata per i pasti risulti impegnato al lavoro, quanto nel caso in cui abbia terminato di lavorare, ma i tempi di percorrenza non gli consentano di raggiungere la propria abitazione entro l’ora di pranzo o di cena.

La distribuzione ai dipendenti di buoni acquisto utilizzabili presso esercizi convenzionati si traduce essenzialmente in un compenso in natura e, di conseguenza, il benefit deve essere quantificato in base al valore nominale del buono.

I buoni pasto sono incedibili e possono essere cumulati per essere usati contemporaneamente fino al limite di 8. Non possono essere venduti o convertiti in denaro.

Il diritto del lavoratore ai buoni pasto sussiste tanto nel caso in cui durante la fascia oraria concordata per il pranzo egli sia impegnato al lavoro, quanto nel caso in cui egli abbia terminato di lavorare, ma i tempi di percorrenza non gli consentano di raggiungere la propria abitazione entro l’esaurirsi di tale fascia oraria [2].

Buoni pasto in sostituzione dello straordinario

Veniamo ora al tema oggetto dell’articolo: il datore di lavoro può pagare lo straordinario con i buoni pasto? La risposta fornita dalla Cassazione è negativa. Va pertanto retribuito come lavoro straordinario il tempo della pausa pranzo soppresso, anche se il datore di lavoro corrisponde in compensazione buoni pasto spendibili fuori dell’orario di lavoro.

L’erogazione di buoni pasto in relazione alle giornate di lavoro comprensive del quarto d’ora destinato inizialmente, in base alle fonti del contratto di lavoro, alla fruizione del pasto non assolvono affatto al riconoscimento economico dovuto dal datore di lavoro per l’attività svolta in quel tempo.

Inoltre, la pausa soppressa senza la corrispondente previsione di un’adeguata turnazione tra i lavoratori costituisce violazione dell’obbligo contrattuale dell’azienda di prevedere la pausa per la fruizione del pasto e sostanzia di fatto l’imposizione di lavoro straordinario non retribuito, anche se viene corrisposto il buono pasto.

note

[1] Cass. sent. n. 21325/19 del 12.08.2019.

[2] Cass. 24 ottobre 2014 n. 22702


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