Business | Articoli

Assegno di divorzio: quando spetta?


Assegno di divorzio: quando spetta?

> Business Pubblicato il 30 maggio 2018



L’assegno di divorzio spetta all’ex moglie solo qualora dimostri di non essere in grado di mantenersi da sola, ossia di non possedere l’indipendenza ed autosufficienza economica

Il tema del mantenimento alla ex moglie è molto ricorrente nelle dispute giudiziarie tra ex coniugi. Fin dall’approvazione della legge sul divorzio la questione del mantenimento è sempre andata a svantaggio dei mariti, generalmente ritenuti parti economicamente più ricche. In realtà è bene precisare che nel nostro ordinamento non esiste una norma che imponga all’ex marito di mantenere la propria ex moglie, ma si tratta piuttosto di una interpretazione della giurisprudenza. Questa interpretazione, tuttavia, sembra giunta al tramonto: l’orientamento più recente della Corte di Cassazione, infatti, è nel senso di ritenere che gli ex mariti, non devono considerarsi costretti a versare il relativo contributo sempre e comunque.

Prima di entrare nel vivo del dibattuto giurisprudenziale sul tema appare opportuno premettere alcuni concetti al fine di rendere più chiara la questione. In particolare fare la giusta distinzione tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio, atteso che spesso le due espressioni vengono utilizzate indifferentemente in modo improprio e fare alcune precisazioni di carattere generale.

Assegno di mantenimento e di divorzio: le differenze

La parola mantenimento viene utilizzata molto spesso con riferimento all’obbligo del coniuge con il reddito più alto (generalmente il marito) di pagare un assegno periodico al coniuge economicamente più povero (generalmente la moglie). In realtà, bisogna distinguere tra assegno di mantenimento con riferimento alla somma che viene erogata con la separazione e fino al divorzio, e assegno di divorzio con riferimento invece alla somma da corrispondere dopo il divorzio. L’assegno di mantenimento è il contributo mensile che un coniuge versa all’altro dopo la separazione e prima del divorzio. La ratio di tale assegno è quella di eliminare ogni disparità di reddito tra moglie e marito.

L’assegno di divorzio, invece, è il contributo che il marito versa alla moglie dopo il divorzio e fino a quando non interviene una nuova pronuncia del giudice che lo revoca o lo riduce. Infatti, nel caso di mutamento delle condizioni economiche dei coniugi è possibile revisionarlo e modificarlo. La misura dell’assegno dipende da una serie di fattori come:

  • la situazione reddituale dei coniugi;
  • durata del matrimonio;
  • capacità lavorativa del coniuge con reddito più basso;
  • disponibilità della casa.

Assegno di divorzio: la giurisprudenza

Nei mesi scorsi, infatti, la Suprema Corte [1] ha avuto modo di affermare che l’assegno divorzile non spetta all’ex che da separata conduce una vita dignitosa, chiarendo inoltre che – ai fini della corresponsione dell’assegno di divorzio – nessuna rilevanza assume l’eventuale divario economico esistente tra moglie e marito.  Con questa sentenza i giudici si sono uniformati ad una linea di pensiero che, in tema di assegno divorzile, è stata inaugurata alcuni mesi prima. Come noto, la famosissima sentenza della Cassazione del 10 maggio 2017 scorso [2] ha portato ad una radicale rivisitazione dei criteri per il riconoscimento ed il calcolo dell’assegno di divorzio. Se, infatti, rispetto al passato, non è mutata la situazione con riferimento all’ assegno di mantenimento dovuto  dopo la separazione (e il cui scopo resta quello di consentire al coniuge più debole la conservazione di un tenore di vita analogo a quello goduto durante la vita matrimoniale), stessa cosa non può dirsi riguardo all’assegno di divorzio. Il divorzio, infatti, recide ogni legame tra gli ex coniugi, sicché uno di loro potrà aver diritto all’assegno solo in mancanza di autonomia economica e sempre che questa non sia determinata da propria colpa (si pensi, ad esempio, alle dimissioni dal lavoro oppure all’ex che non si impegni affatto nella ricerca di un lavoro). Scopo dell’assegno di divorzio, dunque, è quello di garantire al coniuge più “debole” l’autosufficienza economica che è cosa ben diversa dall’agiatezza. 

Dello stesso avviso anche il Tribunale di Napoli [3] che ha ribadito che l’assegno di divorzio non ha più la finalità di colmare le sperequazioni tra i redditi dei coniugi ma solo di garantire a chi dei due non può più mantenersi da solo lo stretto necessario. Per cui il suo ammontare non viene più determinato sulla base del reddito dell’ex coniuge né sul pregresso tenore di vita.

Assegno di divorzio: quando spetta?

Ai fini del riconoscimento dell’assegno di divorzio non è sufficiente che l’ex coniuge non abbia mezzi adeguati, ma occorre anche che non possa procurarseli per ragioni oggettive. Al riguardo, negli ultimi tempi, si è registrata una maggior rigidità da parte dei giudici, i quali non solo sembrano circoscrivere il riconoscimento dell’assegno ai casi di comprovata impossibilità a procurarsi un reddito da parte del coniuge più debole, ma anche riguardo alla prova che questi dovrà fornire sul punto. Non basta, insomma, domandare l’assegno dichiarandosi, ad esempio, casalinga; bisognerà, invece, dimostrare in giudizio la propria effettiva incapacità economica.

Assegno di divorzio: cosa deve valutare il giudice?

La legge sul divorzio [4] elenca in modo più dettagliato i requisiti (corrispondenti alle “circostanze” e ai “redditi” di cui all’assegno di mantenimento) dei quali il giudice deve tener conto ai fini del riconoscimento e della quantificazione dell’assegno divorzile. Essi, tuttavia, non costituiscono un elenco tassativo, potendo il magistrato valutarne solo alcuni. Si tratta in particolare:

  • della durata del matrimonio: la brevità dell’unione rende più debole il vincolo familiare da cui scaturisce l’obbligo di versare l’assegno; in altre parole, un matrimonio durato poco non può costituire una sorta di “assicurazione a vita” per il coniuge più debole, il quale potrà sì aspettarsi di ricevere un assegno dall’ex, ma certamente di importo ridotto rispetto a quanto previsto nel caso di unioni più durature;
  • del contributo personale fornito alla vita famigliare durante il matrimonio: si pensi alla donna che pur non avendo mai lavorato abbia comunque consentito per anni al marito un notevole risparmio in quanto si sia sempre occupata della cura della casa e dei figli. Tale contributo deve essere stato effettivo e non potrebbe certamente ritenersi sussistente nel caso in cui la donna, pur essendo sempre rimasta in casa, si sia abitualmente avvalsa dell’aiuto di colf e di baby sitter, pesando parimenti sul bilancio familiare;
  • del contributo economico fornito alla conduzione familiare durante il matrimonio: in tal caso il giudice dovrà più che altro fare riferimento alle risultanze emerse a riguardo nel giudizio di separazione;
  • delle condizioni dei coniugi, ossia della loro attuale situazione patrimoniale e personale (e i suoi riflessi sul piano economico): si pensi all’instaurazione di una nuova famiglia da parte del coniuge che dovrebbe versare l’assegno oppure al subentro di gravi problemi di salute che riducono la capacità lavorativa di uno dei due;
  • delle ragioni della decisione, cioè dei comportamenti, anche processuali, che hanno portato alla definitiva conclusione del rapporto coniugale. In passato gran parte degli assegni di mantenimento sono stati accordati a semplice richiesta: il giudice ha accordato in automatico il mantenimento, quasi si trattasse di una misura assistenziale perpetua, una sorta di assicurazione sulla vita. Sembra invece consolidarsi il principio per cui, se il richiedente (di norma la donna) non offre una valida giustificazione economica, con una prova rigorosa, della sua incapacità a procurarsi un reddito, perde ogni diritto. Tutti i principi sin qui esposti trovano ulteriore conferma in una recente pronuncia della Corte di Cassazione. Come anticipato ad incipit del presente articolo, infatti, la Suprema Corte ha avuto modo di tornare sul tema proprio alcuni giorni fa, affermando che l’assegno di divorzio non spetta all’ex che, da separata, conduce una vita libera e dignitosa, pur se non alla stessa stregua di quella del marito. Infatti, sottolineano i giudici: nessun rilievo ha il mero divario economico esistente tra le parti. L’aspetto più interessante della sentenza in commento è che la Corte rigetta la domanda della donna,  per non aver questa fornito alcuna prova in ordine al preteso diritto di ricevere l’assegno. L’assegno, insomma, non è una misura automatica, che scatta per il solo fatto del divorzio tra i due coniugi, ma è necessario dimostrare di averne diritto.

Assegno di divorzio: spetta se l’ex conduce una vita dignitosa?

Tutti i principi sin qui esposti trovano ulteriore conferma in una recente pronuncia della Corte di Cassazione. Come anticipato ad incipit del presente articolo, infatti, la Suprema Corte ha avuto modo di tornare sul tema proprio alcuni giorni fa, affermando che l’assegno di divorzio non spetta all’ex che, da separata, conduce una vita libera e dignitosa, pur se non alla stessa stregua di quella del marito. Infatti, sottolineano i giudici: nessun rilievo ha il mero divario economico esistente tra le parti. L’aspetto più interessante della sentenza in commento è che la Corte rigetta la domanda della donna,  per non aver questa fornito alcuna prova in ordine al preteso diritto di ricevere l’assegno. L’assegno, insomma, non è una misura automatica, che scatta per il solo fatto del divorzio tra i due coniugi, ma è necessario dimostrare di averne diritto.

Assegno di divorzio: chi deve fornire la prova?

In passato gran parte degli assegni di mantenimento sono stati accordati a semplice richiesta: il giudice ha accordato in automatico il mantenimento, quasi si trattasse di una misura assistenziale perpetua, una sorta di assicurazione sulla vita. Sembra invece consolidarsi il principio per cui, se il richiedente (di norma la donna) non offre una valida giustificazione economica, con una prova rigorosa, della sua incapacità a procurarsi un reddito, perde ogni diritto.

Matrimonio nullo: spetta l’assegno di mantenimento?

In tema di assegno di mantenimento e divorzio, un quesito non del tutto stravagante è quello riguardante il caso del matrimonio dichiarato nullo: in questo caso spetta l’assegno di mantenimento all’ex coniuge?

Sul punto, è bene sapere che nel corso del tempo si sono sviluppati diversi orientamenti giurisprudenziali. Secondo una prima interpretazione [5], permane l’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento anche se il matrimonio viene dichiarato nullo.

Tale conclusione è nata dal fatto che quanto disposto dal giudice in sede di divorzio, con particolare riferimento alla sfera economica e patrimoniale, diventa, dopo il passaggio in giudicato della sentenza [6], intangibile. Ciò prescinde dalla sopravvenuta dichiarazione di invalidità originaria del matrimonio.

La Suprema Corte ha precisato che seppure le sentenze che hanno ad oggetto la cessazione degli effetti civili del matrimonio siano suscettibili di modifica [7], in presenza di mutamenti delle condizioni originarie, la nullità del vincolo non consentirebbe di apportare alcun mutamento, come quello di esonerare l’ex coniuge dal corrispondere l’assegno di mantenimento, perché tale circostanza non rientrerebbe tra quelle previste per legge (nel dettaglio, quelle idonee ad alterare l’assetto economico fra le parti o di relazione con i figli).

Pertanto, secondo questo orientamento, in presenza del riconoscimento della nullità del matrimonio religioso, a seguito del riconoscimento degli effetti civili della sentenza ecclesiastica, sopravvenuta ad una sentenza di divorzio, i provvedimenti di natura economica restano gli stessi. L’ex coniuge, pertanto, dovrebbe continuare a corrispondere il mantenimento.

Matrimonio nullo e assegno di mantenimento: la pronuncia della Suprema Corte

A disattendere e ribaltare completamente quanto finora enunciato è stata una recentissima ordinanza della Suprema Corte che si è resa artefice del seguente principio di diritto.

L’obbligo dell’assegno di mantenimento all’ex, stabilito in sede di separazione dei coniugi, viene meno nel caso di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario, anche se la sentenza di separazione è passata in giudicato [8].

In virtù di quanto disposto, un ex marito si è visto accogliere il ricorso con il quale aveva chiesto la revoca dell’assegno, a seguito dell’efficacia riconosciuta dalla corte d’Appello della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del vincolo matrimoniale.

A sostegno di quanto affermato, vi è la considerazione che il contributo ha una natura differente, a seconda se corrisposto al coniuge separato o come oggetto dell’assegno divorzile. Invero, con la separazione il vincolo coniugale permane, così come il dovere di assistenza materiale. Nel divorzio, invece, il rapporto patrimoniale si estingue, e l’assegno di mantenimento ha natura assistenziale rispetto all’ex coniuge che si trova in difficoltà economica.

Ciò posto, è logico affermare che venuto meno il vincolo matrimoniale, vuoi con la sentenza di divorzio passata in giudicato o con la sentenza ecclesiastica riconosciuta efficace, viene meno anche il presupposto dell’assegno di mantenimento.

Diversamente, per la sentenza di separazione passata in giudicato, l’intervenuta nullità non deve essere vista come giustificato motivo o meno di modifica delle condizioni ivi stabilite, bensì come venir meno dell’elemento fondante il corrispettivo, quale il vincolo matrimoniale, dichiarato nullo, ovvero come se non fosse mai avvenuto.

Alla luce di tutto quanto detto, si può concludere come segue.

Chi ha ottenuto un provvedimento dell’autorità ecclesiastica dichiarativo della nullità del matrimonio religioso, non dovrà più:

  • esperire la procedura di divorzio;
  • pagare l’assegno di mantenimento, se la pronuncia della nullità segue una sentenza di separazione/divorzio non ancora definitiva.

note

[1] Cass. ord. n. 30257 del 15.12.2017.

[2] Cass., sent. n. 11504 del 10.05.2017.

[3] Trib. Napoli, sent. n. 8989 del 05.10.2017.

[5] Cfr. Cass. Civ., sent. n. 4292/2001; Cass. Civ., sent. n. 4795/2005; Cass. Civ., sent. n. 3186/2008; Cass. Civ., sent. n. 12989/2012; Cass. Civ., sent. n. 21331/2013.

[6] Art. 2909 Cod. Civ.

[7] Art. 9 Legge 898/1970.

[8] Cass. Civ., ordinanza n. 11553 del 11.05.2018.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI