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Posso incassare un assegno per conto di un’altra persona?

15 Agosto 2019
Posso incassare un assegno per conto di un’altra persona?

Cassazione: rischia un’incriminazione di riciclaggio chi versa sul proprio conto corrente assegni per conto terzi per poi restituire i contanti. 

Qualche giorno fa ci siamo occupati di un tema spesso dibattuto: si può versare un assegno su un conto altrui? Abbiamo visto, in quella occasione, che tale possibilità trova due limiti: da un lato il divieto di trasferibilità degli assegni superiori a mille euro; dall’altro i problemi fiscali che incontrerebbe il prestanome che, così facendo, dovrebbe giustificare al Fisco le ragioni per cui ha ricevuto un pagamento da parte di un terzo senza che di ciò vi sia traccia sulla propria dichiarazione dei redditi.

Di recente, la Cassazione è tornata su questo tema. Rispondendo alla domanda «posso incassare un assegno per conto di un’altra persona?», la recente sentenza [1] ha messo in guardia da qualsiasi triangolazioni. Il rischio, infatti, è di subire una incriminazione penale e, con essa, una condanna anche molto severa.

Come avrai modo di vedere, le sanzioni delle leggi penali colpiscono tanto chi agisce in buona fede quanto in malafede.

Come mai? Perché non è possibile incassare un assegno per conto di un’altra persona? Esiste più di un divieto che va preso attentamente in considerazione. Ecco allora quali sono i rischi a cui si va incontro se ci si presta a un “giochetto” del genere.

Chi può incassare un assegno

L’assegno è “nominativo”: significa che solo il beneficiario può incassarlo. Del resto, il dipendente della banca allo sportello, prima di consegnare i contanti al portatore o di accreditare l’importo sul suo conto corrente, lo identifica chiedendogli un documento.

In alternativa, il beneficiario dell’assegno può consegnare il titolo a un altro soggetto con cui ha un debito. L’assegno diventa così una forma di pagamento alternativa alla carta moneta. Il terzo ne diventa legittimo proprietario e ne può incassare l’importo. Affinché ciò avvenga, è necessaria la cosiddetta “girata”: il primo possessore dell’assegno firma il titolo sul retro (sotto la dicitura “girate”) e lo fa firmare al suo creditore. Quest’ultimo, a sua volta, può recarsi in banca per ottenere il pagamento dell’assegno o, a sua volta, girarlo a un’altra persona; e così via. Il numero di girate può essere, in teoria, illimitato.

Il sistema della girata, però, consente evasioni fiscali e poca trasparenza nei passaggi di denaro. Così la legge ne ha posto, di recente, un freno: tutti gli assegni di importo superiore a mille euro non sono più trasferibili. Quelli di importo inferiore a mille euro possono ancora contenere la girata, ma è necessario fare apposita richiesta alla banca di un carnet apposito (visto che, ormai, tutti i blocchetti di assegni contengono la clausola “non trasferibile”).

Resta, quindi, ancora possibile incassare un assegno per conto di un’altra persona se il titolo è di importo inferiore a mille euro e contiene la girata.

Cosa si rischia a incassare un assegno per conto di un’altra persona?

La legge accorda all’Agenzia delle Entrate un beneficio processuale tutte le volte in cui deve procedere all’accertamento dell’evasione: può ritenere provata l’esistenza di nero quando un soggetto ottiene un pagamento di cui non riesce a dimostrarne le ragioni. Quindi, se colui che versa sul proprio conto un assegno non riesce a spiegare per quale motivo ha ricevuto tale pagamento, l’importo verrà ritenuto un normale “reddito”: sarà, quindi, tassato e sanzionato per non essere stato denunciato al Fisco.

Oltre a un controllo fiscale, il terzo che si presta a triangolazioni rischia – secondo la Cassazione – anche un processo penale per riciclaggio. Come mai? Ecco la spiegazione.

Riciclaggio per chi incassa un assegno per conto di un’altra persona

Secondo la Suprema Corte, commette il reato di riciclaggio chi monetizza diversi assegni bancari, di valore complessivamente elevato (quindi, tanti assegni da mille euro) sul proprio conto corrente bancario per conto di un altro soggetto per poi consegnare a quest’ultimo il denaro in contanti.

Sebastiano è dipendente di una società. Su incarico del proprio datore di lavoro, l’amministratore della società per cui tale soggetto lavora, Sebastiano versa su un suo conto corrente diversi assegni bancari poi risultati provenienti da attività truffaldine. Sebastiano sconterà la condanna anche se non era al corrente di ciò. Il semplice fatto di aver versato sul proprio conto i proventi di reati lo espone alla condanna penale.

La Cassazione ha così ribadito la differenza tra il reato di ricettazione e quello di riciclaggio. Il riciclaggio scatta quando c’è una sostituzione nel trasferimento di beni o di denaro di provenienza delittuosa ovvero nel compimento di altre operazioni con la finalità di ostacolare l’identificazione dell’origine di tali beni o fondi. Per la condanna basta la semplice consapevolezza di fare delle operazioni tese anche solo ad ostacolare potenzialmente la provenienza delittuosa dei beni.

Si concretizza il reato di riciclaggio, secondo la pronuncia della Cassazione, sia nel caso in cui la condotta dell’imputato sia tesa in modo definitivo a impedire l’accertamento dell’origine illecita delle attività o dei beni sia quando tali condotte siano solo volte a rendere più difficile l’accertamento della provenienza del denaro sporco anche indipendentemente come nel caso specifico dalla possibilità di poter poi tracciare e rintracciare le operazioni bancarie.

È quindi sufficiente, per configurare il delitto di riciclaggio, il solo fatto di accreditare sul proprio conto corrente assegni bancari di importo cospicuo da parte di un soggetto che, senza alcuna valida giustificazione giuridica, li ha poi monetizzati versando la provvista al proprio dante causa.

Non è la prima volta che la Cassazione ritiene punibili le attività che, seppur formalmente lecite, possono ostacolare l’identificazione dell’origine illecita dei fondi.


note

[1] Cass. sent. n. 35404/2019.


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