Diritto e Fisco | Articoli

Oltraggio a pubblico ufficiale: quando è reato

18 Agosto 2019
Oltraggio a pubblico ufficiale: quando è reato

Quando offendere un poliziotto, un carabiniere, un medico o un insegnante può costare una condanna penale.

Spesso si pensa che offendere un poliziotto costituisca reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Non è affatto così. Affinché scatti l’illecito penale non basta l’offesa proferita nei confronti di un poliziotto, un carabiniere o chiunque altro eserciti funzioni pubbliche (ad esempio un medico dell’ospedale, un insegnante, il funzionario di un ente pubblico, il sindaco, ecc.). La legge pone una serie di rigide condizioni che non sempre si verificano. Sicché può ben succedere che una parolaccia, una ingiuria, una imprecazione o qualsiasi altro impropero non faccia scattare il reato in commento.

Una recente sentenza [1] della Cassazione spiega quando è reato l’oltraggio a pubblico ufficiale. La commenteremo qui di seguito in modo che si possa comprendere quando si rischia il penale e quando invece un semplice risarcimento. Già, perché il fatto che la condotta offensiva non costituisca «oltraggio a pubblico ufficiale» non toglie che possa rientrare negli estremi della ingiuria e comportare quindi – come avremo modo di vedere a breve – fonte di responsabilità risarcitoria per l’eventuale danno all’onore e alla reputazione della persona.

Ma procediamo con ordine e vediamo meglio quando scatta l’oltraggio a pubblico ufficiale e quando è reato.

Quando c’è oltraggio a pubblico ufficiale?

Affinché sussista il reato di oltraggio a pubblico ufficiale devono sussistere tutte le seguenti condizioni, nessuna esclusa. Mancando anche solo una di queste, l’illecito penale non si configura.

Frase offensiva

La critica è ammessa, l’offesa no. Dire a un vigile che non ha visto correttamente una manovra di sorpasso non è un’ingiuria. Dirgli però che è cieco o che è “di parte” lo è. Rivolgersi a un poliziotto avvisandolo di non oltrepassare i confini dei poteri che gli sono attribuiti dalla legge è del tutto legittimo; non è invece lecito insinuare minacce velate («Non sai chi sono io», «Te la farò pagare», ecc.).

Anche le parole volgari ormai entrate nel linguaggio comune («Sei un deficiente») non sono ammesse; per cui, se rivolte a un pubblico ufficiale, integrano il reato. Tali parole devono assumere una valenza obiettivamente denigratoria nei confronti di chi esercita la pubblica funzione. Per cui non scatta il reato se la frase costituisce espressione di semplice critica, anche accesa, o di villania.

Il luogo

Il reato scatta solo se avviene in luogo pubblico o aperto al pubblico.

Non si risponde del reato di oltraggio a pubblico ufficiale se l’offesa è riferita in un luogo privato, ad esempio all’interno della propria abitazione o del condominio.

Marco riceve la visita dell’ufficiale giudiziario e, in quella occasione, lo offende in tutti i modi. Marco non risponderà di oltraggio a pubblico ufficiale, non essendo avvenuto il fatto in un luogo pubblico ma dentro il proprio domicilio.

Questa condizione è posta perché il reato in questione è rivolto a tutelare l’onore e il prestigio del pubblico ufficiale dinanzi alla collettività.

Per “luogo pubblico” si intende quel luogo continuativamente libero, di diritto e di fatto, a tutti o a un numero indeterminato di persone senza alcuna limitazione di accesso o di orario (ad esempio una piazza). Invece per “luogo aperto al pubblico” si intende quello ove vi è un accesso limitato a determinati momenti, o a specifiche categorie di soggetti aventi determinati requisiti, oppure è sottoposto all’osservanza di definite condizioni, poste da chi esercita un diritto sul luogo in questione (il parcheggio di un supermercato, un cinema, ecc.).

La presenza di più persone

L’oltraggio a pubblico ufficiale – precisa la Cassazione nella sentenza richiamata in apertura – scatta solo se in presenza di almeno due persone diverse rispetto al pubblico ufficiale destinatario delle espressioni oltraggiose.

Giovanni viene fermato da due agenti della polizia per essere passato col rosso. Si lascia prendere dalla foga ed offende i due verbalizzanti, mentre questi si trovano ai margini della strada, senza che nessuno possa sentire le espressioni. Poiché, oltre ai due pubblici ufficiali, non ci sono almeno due persone, il reato di oltraggio a pubblico ufficiale non si configura.

La presenza dei terzi può essere ravvisabile anche nelle immediate circostanze: l’importante è che questi possano sentire le espressioni ingiuriose, proprio perché scopo della norma penale è tutelare il decoro della divisa.

Non è necessario che il reato venga commesso in presenza del pubblico ufficiale offeso (requisito che in passato ulteriormente evidenziava l’affinità dell’oltraggio con l’ingiuria).

Luigi offende pubblicamente il sindaco della sua città dinanzi a più persone. Luigi risponderà di oltraggio a pubblico ufficiale.

Il momento dell’offesa

Il reato di oltraggio a pubblico ufficiale scatta solo se la vittima sta compiendo un atto del proprio ufficio e proprio a causa di ciò. Non è sufficiente, dunque, che il pubblico ufficiale si trovi “nell’esercizio delle sue funzioni”.

Adolfo vede un vigile che fa delle multe e si mette a ridere a causa del volto di questi: Adolfo dice che il poliziotto assomiglia a un topo. Adolfo non commette oltraggio perché, se anche è vero che il vigile sta svolgendo le sue funzioni, non è per questo che viene deriso.

Aldo vede un medico del pronto soccorso che cammina lentamente e, nel rivolgersi ad altre persone presenti nello stesso corridoio, lo insulta dicendo che è uno scansafatiche, che con tutta la gente che c’è in attesa di soccorso, il sanitario è indifferente a tanta sofferenza. Aldo commette il reato in commento.

L’aggravante

Il Codice penale stabilisce poi che la pena è aumentata se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Nello specifico, deve trattarsi di una condotta sufficientemente specificata, tale da configurare l’evento riportato come compiutamente identificato, anche per il tramite di elementi spaziali e temporali.

La reazione legittima agli abusi del pubblico ufficiale

Il Codice penale giustifica le offese al pubblico ufficiale se queste sono dettate dalla reazione a un abuso ricevuto. In pratica, non si viene puniti se il pubblico ufficiale ha dato la causa al fatto eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni.

Non si tratta solo dei comportamenti illegittimi del pubblico ufficiale, frutto di abuso e prevaricazione, ma anche di quegli atti che, formalmente legittimi, si esprimono con modi aggressivi, offensivi e sconvenienti, divenendo in tal modo idonei a legittimare la reazione del privato di fronte all’agire del pubblico ufficiale.

Se non è oltraggio è ingiuria

Se non ricorrono i presupposti dell’oltraggio e la frase proferita è ugualmente offensiva possono ricorrere gli estremi della ingiuria, reato che si consuma tra due soggetti posti sullo stesso piano (ossia due privati). L’ingiuria non è però un reato, ma solo un illecito civile. Sicché il responsabile dovrà essere citato in una causa di responsabilità civile per una condanna al risarcimento del danno. All’esito del giudizio, il giudice potrà infliggergli anche una sanzione amministrativa.


note

[1] Cass. sent. n. 35428/19 del 1.08.2019.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 6 marzo – 1 agosto 2019, n. 35428

Presidente Petitti – Relatore Costanzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza n. 3470/2018, la Corte di appello di Palermo ha confermato la condanna inflitta dal Tribunale d Trapani a Se. Am. per il reato ex artt. 81, comma 2 e 651 cod. pen. (capo A) e 341 bis cod. pen. (capo B) descritti nelle imputazioni.

2. Nel ricorso presentato dal difensore di Am. si chiede l’annullamento della sentenza deducendo: a) violazione e falsa applicazione dell’art. 341 bis cod. pen. e vizio della motivazione, perché è mancata la necessaria presenza di più persone per integrare il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, essendo stati presenti ai fatti solo i due agenti di pubblica sicurezza operanti, i quali, per altro verso, compirono, nel richiedere i documenti all’imputato per identificarlo, un atto non di ufficio ma arbitrario perché essi già lo conoscevano; b)violazione di legge e vizio della motivazione nel disconoscere le circostanze attenuanti generiche per l’assenza di elementi di valutazione favorevoli e per la mancanza di resipiscenza da parte del ricorrente

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è fondato.

a. Correttamente la Corte di appello ha escluso che l’azione dei pubblici ufficiali sia stata arbitraria evidenziando che essi erano doverosamente intervenuti perché era stata segnalata la presenza di un soggetto che si aggirava con fare sospetto nei pressi di alcuni garage e, individuandolo nell’imputato, gli chiesero le generalità; non avendole questi fornite, gli chiesero di esibire i documenti e, poiché egli dichiarava di non averli, lo accompagnarono presso la sua abitazione a casa (poco distante) fino a che Am. pronunciò le espressioni offensive riportate nell’imputazione. L’assunto difensivo (peraltro indimostrato) secondo cui i pubblici ufficiali già conoscevano l’imputato non è, comunque rilevante perché per l’applicazione dell’art. 393 bis cod. pen., si richiede un’attività ingiustamente persecutoria del pubblico ufficiale, il cui comportamento fuoriesca del tutto dalle ordinarie modalità di esplicazione dell’azione di controllo e prevenzione demandatagli nei confronti del privato destinatario (Sez. 2, n. 8890 del 31/01/2017, Rv. 269368; Sez. 5, n. 35686 del 30/05/2014, Rv. 260309).

Tuttavia, ai fini della configurabilità del reato di oltraggio previsto dall’art. 341 bis cod. pen. è necessaria la presenza di almeno due persone (Sez. 6, n. 16527 del 30/01/2017, Rv. 270581) diverse rispetto ai pubblici ufficiali destinatari delle espressioni oltraggiose (Sez, 6, n. 16106 del 18/03/2016; Sez. 6, n.11443 del 25/02/2016; Sez. 6 n. 20936 del 12/02/2015, non massimate).

Invece, nel caso in esame, dalla sentenza impugnata si desume che quando l’imputato pronunciò le espressioni ingiuriose riportate nell’imputazione le due persone presenti erano, appunto, i pubblici ufficiali procedenti, fra i quali, quello destinatario delle offese (p. 3, non numerata).

Ne deriva l’annullamento della sentenza impugnata relativamente al reato ex art. 341 bis cod. pen. oggetto del ricorso, perché il fatto non sussiste.

1. 2. Quanto al secondo motivo di ricorso, deve ribadirsi – che il riconoscimento delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, che deve motivare quanto basta a chiarire la sua valutazione sull’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato e alla personalità del reo (Sez.6, n.41365 del 28/10/2010, Rv.248737; Sez.I, 46954 del 04/11/2004, Rv.230591) e la Corte d’appello ha evidenziato che nessuna circostanza le è risultata valorizzabile per applicare l’art. 62-bis cod. pen., mancando – peraltro ogni sua resipiscenza – e emergendo una negativa personalità proclive a delinquere come ricavabile dai precedenti penali, anche specifici (p. 4).

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube