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Diritti delle coppie di fatto

30 Agosto 2019 | Autore:
Diritti delle coppie di fatto

Matrimonio, unione civile e convivenza di fatto: qual è la differenza? Quali sono le tutele per le persone che non formalizzano la propria convivenza?

Per vivere felicemente insieme è sufficiente che due persone si vogliano bene: non occorrono particolari formalità o adempimenti quando ci sono i sentimenti ad unire. Eppure, non si può vivere per sempre di solo amore: si arriva ad un certo punto in cui la coppia desidera unirsi in un vincolo riconosciuto dallo Stato, di modo che, nel caso di separazione, malattia o morte, la legge possa prendere in considerazione quell’unione che a lungo c’è stata. Restare per sempre una coppia di fatto, infatti, potrebbe comportare degli svantaggi. Devi sapere che, ad oggi, anche le persone non unite in matrimonio possono vedere riconosciuta la propria unione. Quali sono i diritti delle coppie di fatto?

A seguito della ben nota legge Cirinnà del 2016, in Italia sono state introdotte altre due forme di unione che si affiancano all’unica già esistente, cioè al matrimonio. Oggi, pertanto, due persone avvinte da un sentimento d’amore possono: sposarsi; registrare presso il comune di residenza una convivenza di fatto; contrarre un’unione civile (destinata solamente alle coppie dello stesso sesso).

Quando si parla di coppie di fatto, dunque, bisogna comprendere bene di cosa si sta discorrendo: in termini giuridici, la coppia di fatto è quella che, ancora oggi, resta fuori da ogni forma di tutela giuridica, in quanto la convivenza di fatto è riferibile a quelle coppie che convivono ma che decidono di formalizzare la loro posizione al registro dell’anagrafe del comune.

Se quanto detto sinora ti interessa e ne vuoi sapere di più, ti consiglio di proseguire nella lettura di questo articolo: vedremo insieme qual è la differenza tra i vari tipi di unione che ti ho sopra elencato e, soprattutto, quali sono i diritti delle coppie di fatto, cioè di coloro che convivono e non hanno registrato tale condizione presso il comune di residenza.

Coppie di fatto: chi sono?

Cominciamo subito col fare chiarezza terminologica spiegando quando si può parlare di coppia di fatto. Sino a qualche tempo fa, le coppie di fatto erano tutte quelle che convivevano senza aver contratto matrimonio: in pratica, se vivevi col tuo compagno o con la tua compagna senza essere sposato, davi vita ad una coppia di fatto.

Con la nota legge Cirinnà del 2016 [1], in Italia sono state introdotte due forme di unione tra persone diverse dal matrimonio: le unioni civili, destinate solamente alle persone dello stesso sesso, e le convivenze di fatto, destinate alle coppie che, pur non volendo sposarsi, decidono in qualche modo di formalizzare la loro unione.

Pertanto, alla luce dell’attuale quadro normativo, le coppie di fatto sono costituite dalle persone che non solo non hanno voluto sposarsi, ma non hanno proceduto nemmeno a dichiarare la propria convivenza presso il comune di residenza.

Da tanto deriva, come meglio vedremo nel prosieguo di questo articolo, che le coppie di fatto sono ancora oggi sfornite di una tutela giuridica precisa: ciò avviene perché esse, nonostante la legge abbia messo a disposizione di coloro che non vogliono (o non possono) convolare a nozze strumenti alternativi per poter vedere riconosciuta la loro unione, hanno preferito ugualmente non procedere ad alcuna formalizzazione.

Quanto detto non significa, però, che le coppie di fatto siano totalmente invisibili agli occhi dello Stato: prosegui nella lettura se vuoi conoscere i diritti delle coppie di fatto.

Le coppie di fatto hanno diritti?

Abbiamo detto che le coppie di fatto sono composte da persone conviventi che, però, hanno deciso di non formalizzare la propria unione, né sposandosi né registrandosi in comune al fine di dar luogo ad una convivenza di fatto riconosciuta dalla legge.

Le coppie di fatto hanno diritti? Nonostante la legge non preveda nulla per le persone che vivano in tale condizione, la giurisprudenza ha nel tempo elaborato alcuni strumenti volti a tutelare le coppie di fatto, soprattutto nel caso di crisi o di fine dell’unione. Vediamo di cosa si tratta.

Quali sono i diritti delle coppie di fatto?

Di seguito, troverai elencati i principali diritti che i giudici (e, solo sporadicamente, la legge) hanno riconosciuto ai conviventi che non hanno registrato la loro unione né si sono sposati.

Diritto di vivere nella stessa casa

Il primo problema che si pone in tema di diritti delle coppie di fatto è quello riguardante il diritto del partner di rimanere in casa anche dopo la fine della relazione.

Tizio convive da dieci anni con Caia nell’abitazione di quest’ultima. Dopo un periodo di crisi, Caia prende la decisione di porre fine alla relazione e pretende che Tizio abbandoni immediatamente la casa, visto che è di sua proprietà. Tizio rifiuta di allontanarsi all’istante perché non saprebbe dove andare.

Nell’esempio appena riportato si potrebbe pensare che, finita la relazione, ognuno debba immediatamente tornare a casa sua come se nulla fosse. In realtà, non è così: se l’abitazione in cui si è svolta la convivenza è di proprietà solamente di uno dei partner, al termine della relazione non si può cacciare di casa l’altro dall’oggi al domani. Quest’ultimo infatti vanta un diritto di possesso che non gli può essere negato.

Diritto di subentrare nel contratto di locazione

Se la casa in cui si è svolta la convivenza è presa in affitto, alla morte dell’uno il convivente sopravvissuto ha diritto di subentrare nel contratto fino alla sua naturale scadenza.

Diritto all’affidamento dei figli

I rapporti tra i genitori non devono ripercuotersi negativamente sui figli; per tale ragione, la legge non fa distinzione tra figli nati in costanza di matrimonio, figli nati da relazione extraconiugale o figli di persone solamente conviventi: la prole ha sempre diritto di essere mantenuta, istruita ed educata, possibilmente non facendo mancare l’affetto né dei genitori né del resto della famiglia (nonni in primis).

Dunque, i genitori hanno il diritto all’affidamento dei figli a prescindere dalla loro unione: il dovere di mantenimento, il diritto di visita e l’affidamento condiviso non conoscono differenza tra coppie che sono salite sull’altare e coppie che, invece, non lo hanno fatto.

Il diritto al risarcimento del danno nel caso di morte

Se uno dei due conviventi muore per fatto illecito altrui (per esempio, a causa di un sinistro stradale), il superstite ha diritto ad essere risarcito al pari di un coniuge. Non ogni convivenza, però, giustifica un’azione risarcitoria: nello specifico, il diritto al risarcimento scatta solo se la convivenza abbia una stabilità tale da far ragionevolmente ritenere che, ove non fosse intervenuta l’altrui azione, sarebbe continuata nel tempo.

Diritto a trattenere le somme ricevute

Spesso capita che, alla fine di una relazione, soprattutto se duratura e caratterizzata da convivenza, uno dei partner chieda all’altro la restituzione dei regali e di eventuali somme di danaro spese per il benessere altrui o della coppia. Ebbene, una richiesta del genere è infondata, nel senso che non è possibile chiedere la restituzione di ciò che è stato dato in costanza del rapporto.

Secondo i giudici, versare del denaro al partner, durante la convivenza, configura, nel rispetto dei principi di proporzionalità e adeguatezza, l’adempimento di un’obbligazione naturale, essendo espressione della solidarietà tra due persone unite da un legame stabile e duraturo [2].

Violazione degli obblighi familiari

Secondo la giurisprudenza, è legittimo richiedere, nei confronti dell’ex convivente, il risarcimento dei danni per violazione degli obblighi familiari [3]. Ciò può accadere quando uno dei partner privi l’altro della necessaria assistenza morale e materiale, soprattutto se ricorrono determinate condizioni: si pensi all’uomo che, dopo una lunga convivenza con la sua compagna, ora incinta, decida all’improvviso di interrompere la relazione per intraprenderne un’altra, abbandonandola in precarie condizioni economiche.

Dunque, anche se non si è sposati, il convivente leso nei propri diritti di assistenza può adire il tribunale chiedendo il risarcimento, morale e patrimoniale, patito.

Diritto al permesso di soggiorno

Ai fini del rilascio del permesso di soggiorno rileva anche la convivenza stabile dello straniero che dimostri di trarre da tale tipo di rapporto mezzi leciti di sostentamento [4]. Per la stessa ragione non si può espellere lo straniero non solo in caso di matrimonio, ma anche di convivenza in Italia, con una donna incinta [5].

Il reato di maltrattamenti in famiglia

Tra i diritti che può vantare qualsiasi convivente v’è senz’altro quello ad essere rispettato e, soprattutto, a non essere maltrattato dal partner, né fisicamente né psicologicamente.

Il reato di maltrattamenti in famiglia può configurarsi non soltanto nel caso di coppia sposata ma, più in generale, nel caso di ogni convivenza: il Codice penale [6] dice che chiunque maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Coppia di fatto: quali diritti non hanno?

Ai diritti delle coppie di fatto appena elencati fanno da contraltare una serie di situazioni e circostanze che, al contrario, non sono attribuibili ai meri conviventi.

Le coppie di fatto non hanno diritto:

  • a non essere traditi. In altre parole, non sussiste l’obbligo alla reciproca fedeltà;
  • all’assegno di mantenimento successivo alla separazione (che riguarda solo le coppie unite dal vincolo matrimoniale) né agli alimenti, salvo che tra le parti non intercorra un accordo scritto diverso;
  • all’eredità del convivente defunto, a meno che questi non faccia testamento. Anche in quest’ultimo caso, però, non può spettare più della quota disponibile, non essendo il convivente un erede legittimario;
  • alla pensione di reversibilità;
  • alla possibilità di costituire un fondo patrimoniale, destinato solo alle coppie sposate. La legge consente però costituire un vincolo di destinazione o istituire un trust nel caso in cui si intendessero tutelare gli interessi di figli nati dall’unione.

note

[1] Legge n. 76/2016 del 20.05.2016 (cosiddetta legge Cirinnà).

[2] Cass. sent. n. 1277/2014.

[3] Cass. sent. n. 15481/2013.

[4] Tar Liguria, sent. n. 25/2015.

[5] Cass. sent. n. 3373/2014.

[6] Art. 572 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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