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L’amministratore non può preferire alcuni creditori rispetto ad altri

8 Dicembre 2013
L’amministratore non può preferire alcuni creditori rispetto ad altri

Bancarotta preferenziale per l’imprenditore o il liquidatore che lede la par condicio creditorum: i creditori devono essere trattati tutti allo stesso modo.

L’azienda, qualora sia in stato di insolvenza e quindi di difficoltà economica irreversibile (anticamera del fallimento), non può estinguere i propri debiti solo con alcuni creditori (per esempio le banche) ledendo invece i diritti di altri creditori (come i lavoratori ed Equitalia), assistiti da titoli di prelazione prevalenti. E ciò anche se lo fa per tentare di salvare l’azienda.

In questi casi – ha dichiarato una recente sentenza della Cassazione [1] – scatta infatti il reato di bancarotta preferenziale.

Tale reato punisce l’imprenditore che, prima o durante la procedura fallimentare (per esempio nella fase di liquidazione), esegue pagamenti (o simuli titoli di prelazione) per favorire uno o più creditori ai danni, invece, di altri.

L’azienda, al contrario, deve sempre rispettare la cosiddetta “par condicio creditorum” ossia la parità di trattamento tra i creditori dello stesso tipo: cioè i chirografari e i privilegiati.

Per esempio: se l’imprenditore ha in cassa solo 100 euro e, dall’altro lato, quattro creditori chirografari che avanzano 100 euro ciascuno, non può pagare – per esempio – solo due di questi con 50 euro ciascuno (o peggio, uno solo con 100 euro); ma dovrà dare ad ognuno 25 euro.

Invece, tale comportamento illegittimo viene spesso posto in essere, forse con una punta di incoscienza.

Non poche volte, infatti, gli imprenditori tendono a chiudere con preferenza i rapporti con le banche o con gli altri fornitori privati: in genere, con le prime, per evitare che possano aggredire i fideiussori (spesso, i familiari); con i secondi, invece, per conservare una immagine di credibilità e poter avviare rapporti commerciali con una ulteriore attività economica.

Ma, la particolarità della sentenza in commento sta nel fatto che, secondo la Cassazione, il reato scatta anche se l’imprenditore è animato da perfetta buona fede di salvare l’azienda. Tutto ciò che è necessario, per far scattare la reclusione, è la volontà (dolo) di recare un vantaggio al creditore (o al creditori) soddisfatto, con l’accettazione dell’eventualità di un danno per altri.


note

[1] Cass. sent. n. 48802/2013.

Autore foto: 123rf.com


1 Commento

  1. uno amministratore di due s.r.l una va male una altra e una immobiliare mi possono aggredire sulla immobiliare unipersonale grazie

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