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Cartella di pagamento: cosa c’è da sapere

19 Agosto 2019
Cartella di pagamento: cosa c’è da sapere

Errori da non commettere se si riceve una cartella esattoriale da parte dell’Agenzia Entrate Riscossione o da una società di recupero dei crediti locali.

Non c’è italiano che non ne abbia ricevuta almeno una. La cartella esattoriale è solo la coda di un lungo procedimento amministrativo volto all’accertamento e alla riscossione dei crediti dello Stato, della pubblica amministrazione (ad es. Inps) e degli enti locali (Regioni, Province, Comuni). Crediti dovuti, il più delle volte, a imposte non corrisposte o a sanzioni (emblematico è il caso delle multe stradali). Di solito, però, quando arriva la cartella è troppo tardi per far valere eventuali motivi di opposizione. Nonostante ciò, la legge prevede la possibilità di una residuale difesa, di solito ancorata a motivi di forma o alla prescrizione del credito. Ecco perché abbiamo dedicato questa breve guida alle domande più frequenti sull’argomento. Ecco cosa c’è da sapere sulla cartella di pagamento.

Cartella di pagamento: cos’è?

Intuitivamente, tutti sanno cos’è una cartella esattoriale: si tratta di una ingiunzione di pagamento che proviene da un soggetto – l’esattore – deputato a riscuotere i crediti dello Stato (Agenzia Entrate Riscossione) o i crediti degli enti locali (si tratta di società private con cui la Regione, la Provincia e il Comune hanno siglato una apposita convenzione).

Rispetto a quanto succede con le classiche lettere di diffida degli avvocati, con le bollette o le fatture, la cartella esattoriale non necessita di un successivo giudizio per accertare l’esistenza del credito: cosicché, in caso di mancato pagamento, il creditore – ossia l’Agente per la Riscossione Esattoriale – può agire direttamente con il pignoramento nei confronti del debitore.

Questo concetto viene espresso con la seguente locuzione: la cartella esattoriale è un «titolo esecutivo», ossia ha la stessa forza di una sentenza emessa da un giudice.

La procedura che porta alla cartella esattoriale

Di solito, la procedura che porta alla cartella esattoriale è la seguente. L’amministrazione accerta il mancato pagamento da parte del contribuente di una imposta o una sanzione; così procede a diffidarlo con un proprio atto di accertamento o di intimazione (che può essere un accertamento fiscale o anche l’invio di una ingiunzione di pagamento). Appurato l’inosservanza dell’obbligo, l’ente forma il cosiddetto ruolo, un documento cioè in cui riporta il proprio credito e le ragioni che ne sono alla base. Il ruolo viene dichiarato esecutivo e inviato all’Agente della Riscossione per il recupero coattivo.

Normalmente, quindi, la cartella presuppone sempre la notifica di un previo accertamento. Ma non sempre. A volte, alcune imposte – che presuppongono un’auto liquidazione da parte del contribuente (ad esempio la Tari) – vengono riscosse direttamente con l’invio della cartella esattoriale.

In altri e opposti casi, vengono notificati al congruente atti già esecutivi che non richiedono la successiva cartella: si pensi all’accertamento fiscale dell’Agenzia Entrate immediatamente esecutivo o all’intimazione di pagamento dell’Inps. In tali situazioni il contribuente riceve dall’esattore solo una lettera di «presa in carico» della riscossione.

Cartella di pagamento: quanto tempo per pagare?

La cartella di pagamento va pagata entro 60 giorni. In questo calcolo ricadono anche i giorni festivi e feriali. Se però il sessantesimo giorno cade di sabato, la cartella può essere pagata il lunedì successivo.

Cartella di pagamento: che succede se non pago?

Chi non paga la cartella può, in teoria, subire già dal 61° giorno successivo alla notifica, un pignoramento o una misura cautelare (ipoteca, fermo auto). Ma ciò non succede mai. Di solito l’esattore aspetta diverso tempo prima di agire; a volte non agisce mai per svariate ragioni (debitore nullatenente, inefficienze amministrative, difficoltà di notifica, ecc.).

Se decorre più di un anno dalla notifica della cartella, l’esattore che vuol avviare un’esecuzione forzata deve notificare un nuovo atto, la cosiddetta intimazione di pagamento: si tratta di una nuova diffida a versare il dovuto entro 5 giorni. Se tale atto non viene spedito al debitore il pignoramento dopo 1 anno dalla cartella è illegittimo.

Anche l’intimazione, come la cartella, ha un’efficacia limitata nel tempo: non scade però dopo un anno ma dopo solo 180 giorni all’esito dei quali tuttavia è sempre possibile la notifica di una nuova intimazione per dar vita al pignoramento.

Ogni notifica di cartella o intimazione di pagamento interrompe i termini della prescrizione.

Cartella di pagamento: che succede se pago in ritardo?

Dal giorno successivo al 60°, scattano gli interessi. Non sono previste sanzioni.

In teoria, chi versa in ritardo la cartella dovrebbe chiedere un nuovo conteggio dall’esattore per sapere a quanto ammonta il debito con gli interessi. A volte però la maggiorazione è solo di pochi euro. In teoria, quindi, chi non versa l’intera somma corre il rischio di ricevere una nuova cartella per la differenza (gli interessi non conteggiati). Tuttavia, poiché non sono ammesse cartelle per importi inferiori a 30 euro, è molto probabile che, anche versando l’importo originario, non aggiornato, non si subisca alcuna conseguenza.

Che succede a chi non può pagare una cartella esattoriale?

Chi non può pagare le cartelle esattoriali non subisce alcuna conseguenza. Chiaramente deve trattarsi di persona “nullatenente”, senza cioè beni aggregabili. Si tenga però conto che i debiti passano agli eredi che accettano l’eredità e quindi sopravvivono alla morte del contribuente.

Il concetto di “nullatenente” che sfugge al pignoramento dell’esattore non coincide con quello di persona completamente priva di alcun reddito o bene. Difatti la legge ritiene impignorabili alcuni “beni” necessari per vivere: chi ne è titolare quindi non rischia ugualmente un pignoramento. Tali redditi impignorabili sono:

  • una percentuale dello stipendio variabile a seconda dell’entità dello stipendio. In particolare lo stipendio non può essere pignorato per più di un decimo (1/10) se non supera 2.500 euro; per più di un settimo (1/7) se supera 2.500 euro ma non 5.000 euro; per più di un quinto (1/5) se supera 5.000 euro;
  • una percentuale della pensione da cui viene detratto sempre il cosiddetto «minimo vitale». Il minimo vitale è pari a 1,5 volte l’assegno sociale annuo (al 2019: 616 euro circa). Dalla mensilità della pensione, quindi prima detratto il minimo vitale e la residua parte sarà pignorabile secondo le stesse percentuali viste prima per lo stipendio;
  • la prima casa, ossia l’abitazione del contribuente a patto che sia anche l’unico immobile di proprietà, non accatastato in A/8 o A/9, e luogo di residenza;
  • il deposito del conto corrente su cui viene depositato lo stipendio o la pensione per la parte che non eccede il triplo dell’assegno sociale (circa 1460 euro);
  • l’assegno di disoccupazione, le pensioni di invalidità, le polizze vita.

Si può impugnare una cartella di pagamento?

La legge consente di impugnare la cartella esattoriale ma non per vizi che derivano dall’atto di accertamento fiscale notificato in precedenza, contro il quale il contribuente ha solo 60 giorni dalla notifica dello stesso per sollevare eventuali contestazioni. Dunque, quando arriva la cartella tale termine e spirato. Unici motivi di impugnazione della cartella attengono a questioni sorte dopo la formazione del titolo esecutivo o a difetti di procedura. Sono quelli che vengono definiti «vizi propri della cartella».

Ecco alcuni di questi:

  • intervenuta prescrizione del credito (v. dopo);
  • intervenuta decadenza del credito: la cartella viene notificata dopo due anni da quando il ruolo è stato dichiarato esecutivo;
  • mancata notifica dell’accertamento a monte del procedimento;
  • assenza di motivazione, ossia l’indicazione delle ragioni per cui la cartella è stata emessa;
  • cartella priva del criterio di calcolo degli interessi: la cartella deve spiegare come si è giunti a calcolare gli interessi specificando il tasso applicato per ogni singola annualità;
  • cartella sospesa da un giudice o da un’autorità amministrativa;
  • cartella mai notificata: il vizio dell’omessa notifica della cartella non può mai essere contestato impugnando la cartella stessa poiché il ricorso sana la nullità. Difatti con l’impugnazione il contribuente tacitamente ammette di aver ricevuto l’atto (altrimenti non potrebbe impugnarlo) e quindi dimostra che la notifica ha raggiunto il suo scopo. Il contribuente deve allora attendere il successivo atto dell’esattore (ad esempio un pignoramento) e poi, in quella sede, contestare quest’ultimo deducendo l’omessa notifica della cartella;
  • cartella priva di uno dei suoi contenuti essenziali.

Come fare ricorso contro la cartella esattoriale

Il ricorso fatto da professionista segue ormai la procedura telematica. Fino a 3000 euro il ricorso può essere fatto dal cittadino e ad esso si applica ancora la vecchia procedura di atti cartacei con notifica del ricorso all’Agente della Riscossione, richiesta di mediazione (fino a 50mila euro), successivo deposito del ricorso in cancelleria.

I termini per il ricorso sono:

  • 60 giorni per le cartelle relative a imposte: la competenza è della Commissione Tributaria Provincia;
  • 40 giorni per le cartelle relative a contributi Inps e Inail: la competenza è del tribunale ordinario, sezione lavoro;
  • 30 giorni per le cartelle relative a multe stradali: la competenza è del giudice di pace.–

Cartella per debiti del defunto

La cartella ricevuta per debiti di un familiare defunto deve essere pagata solo da chi ha già accettato l’eredità. Chi ancora non l’ha fatto o ha rinunciato all’eredità non è tenuto a farlo. Chi ha accettato con beneficio di inventario deve pagare, ma se non lo fa non rischia un pignoramento dei propri beni ma solo di quelli ereditati.

Gli eredi possono però chiedere che dalla cartella vengano tolte le multe stradali e tutte le sanzioni che non sono trasmissibili con la successione. Leggi Debiti intrasmissibili agli eredi.

Prescrizione cartella di pagamento

Anche la Cassazione ha di recente sposato l’interpretazione secondo cui la prescrizione di una cartella si forma dopo 5 anni dalla sua notifica, sempre che nel frattempo non siano state effettuate altre notifiche (intimazioni di pagamento, avvisi di fermo o ipoteca) nel qual caso la prescrizione inizia a decorrere da tale successivo atto.

Un altro orientamento invece ritiene che la cartella si prescriva negli stessi termini di prescrizione del tributo per il quale è stata emessa e cioè:

  • 10 anni per Irpef, Ires, Iva, Irap, canone Rai, contributi camera commercio, imposta di bollo, catastale e ipotecaria;
  • 5 anni per Imu, Tari, Tasi, Tosap, contributi Inps e Inail, sanzioni, multe stradali;
  • 3 anni per bollo auto.

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