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Revoca del fallimento e risarcimento del danno

31 Agosto 2019
Revoca del fallimento e risarcimento del danno

Nel 1992 l’imprenditore (A) si aggiudica un appalto pubblico per la realizzazione di opere viarie, £ 2,3 mld in 500 giorni massimo. La P.A. committente (Stato) (B) viola il contratto (sospensioni illegittime per 1.500 giorni). (A) contesta (B) con sei riserve. (B) non risponde. Segue una decadenza sostanziale e processuale. (B) non contesta (A). Ne segue un progressivo declino economico-finanziario di (A). Nel  1996 avviene il fallimento di (A). I lavori non sono finiti. Stato passivo accertato di (A) è pari a € 600.000. (B) chiamata in giudizio dal fallimento viene condannata in 1° e 2° grado al risarcimento di € 4,5 milioni.

Nel 2016, la Cassazione rinvia in appello, possibile decadenza di una (irrilevante) delle sei riserve. Nel 2018 la curatela accetta la transazione proposta da (B) in danno di (A), per € 1 milione nel solito esercizio economico. Stato passivo accertato  pari a € 600.000, stato attivo accertato è pari a € 1 milione. Considerata la plusvalenza di € 400.000 conviene chiedere la revoca del fallimento ed il rimborso delle maggiori spese sostenute € 500.000?

La revoca del fallimento non è più fattibile alla luce della nuova riforma della legge fallimentare.

Secondo l’art. 18, contro la sentenza che dichiara il fallimento, può essere proposto reclamo dal debitore e da qualunque interessato con ricorso da depositarsi nella cancelleria della corte d’appello nel termine perentorio di trenta giorni.

Tra l’altro, questo termine di trenta giorni è indicato come termine di decadenza, non soggetto, quindi, a sospensione.

L’imprenditore, tuttavia, potrà agire per ottenere un risarcimento del danno da procurato fallimento, in cui lo Stato, non adempiendo una propria obbligazione, ha causato il fallimento dell’azienda B.

La sentenza n. 12617 del 18 giugno 2015 della Cassazione ha ribadito come, se è possibile provare il nesso di causalità fra l’inadempimento dello Stato e lo stato di dissesto economico

dell’azienda, la parte inadempiente deve ristorare tutti i danni in cui l’impresa sia incorsa (in questo caso sarebbe la sentenza in favore dell’imprenditore a dimostrare tutto).

Diverse potrebbero essere le voci di danno interessate, utili a quantificare il danno arrecato all’impresa:

  • la perdita di avviamento commerciale,
  • la dispersione dei segreti aziendali e del know-how,
  • i costi della procedura,
  • i danni morali dell’imprenditore,
  • i mancati guadagni che avrebbero potuto essere conseguiti, laddove lo Stato avesse adempiuto in termini.

Per tali motivi, il consiglio al lettore è di valutare attentamente la possibilità di perseguire tale soluzione, al fine di sopperire all’ingiusta dichiarazione di fallimento, con un cospicuo risarcimento del danno.

Articolo tratto da una consulenza dell’avv. Salvatore Cirilla



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