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Tempi per lasciare la casa coniugale

1 Settembre 2019 | Autore:
Tempi per lasciare la casa coniugale

Entro quanto tempo, dopo una separazione, il coniuge deve lasciare la dimora familiare?

Ti stai separando da tuo marito. Pochi giorni fa avete partecipato a un’udienza davanti al Presidente del tribunale; visto che avete dei bambini piccoli, quest’ultimo ha disposto che vivano con te e ti ha assegnato la casa nella quale avevate vissuto fino ad ora. Il problema è che tuo marito non accenna minimamente ad andarsene, sostenendo di non avere ancora trovato una sistemazione alternativa. Tu hai preso l’iniziativa della separazione proprio perché la convivenza tra voi era diventata intollerabile, anche a causa del suo carattere difficile. Vorresti, quindi, sapere quali sono i tempi per lasciare la casa coniugale e se c’è un modo perché tu possa avere finalmente un po’ di libertà. Questo articolo ti fornirà la risposta.

Una separazione, anche se avviene consensualmente, non è mai facile e comporta una serie di problemi. Tra questi, vi è la necessità di organizzarsi per una vita nuova: uno dei due deve necessariamente fare le valigie e andare ad abitare altrove, portando con sé le proprie cose. Vediamo come, e in quanto tempo, ciò deve avvenire e quali sono i rimedi qualora il coniuge che deve andarsene perda tempo.

Quando è possibile lasciare la casa coniugale?

Un tempo, il coniuge che si allontanava dalla casa familiare commetteva il reato di abbandono del tetto coniugale, e veniva sottoposto a un processo penale. Oggi, questo reato non esiste più: infatti il legislatore si è reso conto del fatto che, a volte, la convivenza tra due coniugi può essere intollerabile, e non mancano i casi di violenze che avvengono tra le mura domestiche. Quindi, non ha senso e non è nemmeno giusto punire chi si allontana da casa perché non riesce più a sopportare un clima di ostilità o soltanto di indifferenza.

Questo non significa, però, che uno dei coniugi possa lasciare l’altro e andare a vivere altrove con leggerezza. Per essere autorizzati a farlo, occorre che tra i due sia intervenuta una separazione. Infatti il matrimonio impone a marito e moglie diversi doveri, tra i quali rientra quello alla coabitazione [1]. Ecco qual è il momento in cui marito e moglie possono, con certezza, cominciare a vivere in luoghi diversi:

  • se la separazione è giudiziale, bisogna attendere l’udienza davanti al Presidente. Quest’ultimo, dopo aver tentato (quasi sempre inutilmente) di riconciliare i coniugi, li autorizza a vivere separati, e assegna la casa coniugale a uno dei due. Da questo momento in poi, l’altro coniuge può e deve andare a vivere altrove;
  • se la separazione è consensuale e avviene in tribunale, i coniugi hanno già concordato a chi dei due vada la casa familiare. Occorre, però, sempre attendere l’udienza davanti al Presidente e l’autorizzazione a vivere separati da parte di quest’ultimo;
  • se la separazione è consensuale, ma avviene al Comune o con l’assistenza di avvocati (cosiddetta “negoziazione assistita“), i coniugi possono vivere separati fin dal momento in cui firmano l’accordo di separazione.

A questo punto, ti chiederai se sono previste conseguenze a carico di chi va via da casa prima di essere autorizzato a farlo “ufficialmente”. In realtà è possibile andarsene da casa anche senza che sia stata avviata la pratica di separazione; tuttavia bisogna prestare attenzione a due cose.

Innanzitutto, se ci si allontana dal coniuge e questo provoca il fallimento dell’unione, si rischia l’addebito della separazione. Questo consiste nell’aver attribuita, da parte del tribunale, la responsabilità della rottura del vincolo coniugale. Le conseguenze dell’addebito sono la perdita dell’eventuale diritto al mantenimento nei confronti dell’altro coniuge, nonché del diritto di ereditare le sue sostanze, se quest’ultimo dovesse morire prima del divorzio. Tuttavia, non può esservi addebito se l’allontanamento dalla casa coniugale è stata la conseguenza, e non la causa del fallimento dell’unione.

Anna e Franco sono coniugi. Franco si invaghisce di un’altra donna e, per questo, lascia la casa coniugale per andare a vivere altrove. La moglie chiede la separazione. In questo caso, Franco rischia l’addebito, perché con il suo comportamento ha causato la fine del suo matrimonio.

Rosa e Luigi sono marito e moglie. Da tempo, il rapporto tra i due si è deteriorato in modo insanabile: in casa si vive un clima di continua tensione, Luigi rimprovera Rosa in continuazione ed è anche arrivato a darle uno schiaffo. Rosa, esasperata, va via da casa. In questo caso, il comportamento della moglie è stato la conseguenza, e non la causa, del fallimento dell’unione: pertanto, la separazione non potrà esserle addebitata.

Andarsene da casa non deve comunque significare abbandonare il coniuge e, meno ancora, gli eventuali figli. Infatti, entrambi i coniugi, finché non cessa il vincolo matrimoniale, sono tenuti alla reciproca assistenza morale e materiale [2], a contribuire ai bisogni della famiglia secondo le proprie capacità economiche e di lavoro [3], ed a mantenere, istruire, educare i figli e ad assisterli moralmente [4].

Pertanto, chi va via da casa dimenticando tali doveri può essere denunciato dall’altro coniuge per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare [5].

Rino e Nella sono marito e moglie; il primo lavora, la seconda è casalinga, ma si è sempre dedicata con impegno al marito e ai figli, ancora piccoli. Purtroppo, però, Nella ha un pessimo carattere e il marito, esasperato, decide di andare a vivere altrove e di chiedere la separazione. Nel contempo, però, egli non versa più alla moglie nemmeno un centesimo per il suo sostentamento e per quello dei figli. Per questo motivo, anche se Rino ha ragione a volersi separare, Nella potrà denunciarlo per violazione degli obblighi di assistenza familiare.

A chi viene assegnata la casa coniugale?

Chi tra i due coniugi avrà diritto ad abitare la casa coniugale dopo la separazione? A tal proposito occorre distinguere, secondo che la coppia abbia o meno figli ancora minori di età.

Se la coppia ha figli minorenni, oppure maggiorenni ma non autosufficienti dal punto di vista economico:

  • in caso di separazione giudiziale, sarà il tribunale a decidere a chi assegnare la casa coniugale. Di solito si tratta del genitore cosiddetto “collocatario”, cioè quello con il quale continueranno a vivere i figli. Infatti si cerca di garantire a questi ultimi un ambiente al quale sono già abituati, per ridurre il più possibile gli effetti del trauma conseguente alla separazione dei genitori;
  • in caso di separazione consensuale, saranno gli stessi coniugi a concordare chi debba vivere nella casa coniugale; tuttavia, i loro accordi dovranno essere controllati dal tribunale, per verificare che non pregiudichino gli interessi dei figli.

Se, invece, la coppia non ha figli, oppure se questi ultimi sono maggiorenni ed autosufficienti, la casa coniugale andrà al coniuge che ne è proprietario. Se l’immobile è di entrambi, vi sono due possibilità:

  • che i coniugi trovino un accordo e che la casa vada a uno di essi (magari in cambio di denaro, di un altro immobile o di altri vantaggi economici);
  • che la coppia sia in disaccordo su chi debba abitare la casa: in tale ipotesi si procederà alla divisione dell’immobile, con la vendita dello stesso e la ripartizione del ricavato tra i due proprietari.

Quando si può imporre al coniuge di andarsene?

Non è possibile “cacciare di casa” l’altro coniuge se non vi è una formale assegnazione della casa coniugale. Ciò si verifica in momenti diversi secondo la forma di separazione alla quale si è fatto ricorso. Precisamente:

  • in caso di separazione giudiziale, occorre attendere l’udienza davanti al Presidente del Tribunale, che darà i provvedimenti opportuni anche in ordine al diritto, da parte di uno dei coniugi, di abitare la casa che è stata la residenza familiare. Il coniuge assegnatario, da questo momento, potrà chiedere all’altro coniuge di andarsene;
  • in caso di separazione consensuale, anche se la coppia ha già concordato chi dei due dovrà abitare la casa coniugale, bisogna aspettare l’udienza davanti al Presidente, che autorizzerà i coniugi a vivere separati;
  • in caso di separazione consensuale al Comune o di negoziazione assistita, bisogna che siano completate le rispettive procedure, la cui durata, peraltro, è molto breve.

A questo punto il coniuge cui non è assegnata la casa coniugale deve andar via: il coniuge assegnatario può pretendere che egli faccia immediatamente le valigie.

Che fare se il coniuge non lascia la casa coniugale?

Se marito e moglie sono riusciti, nonostante la separazione, a mantenere buoni rapporti, potrebbe essere ragionevole concedere al coniuge che deve lasciare la casa un po’ di tempo per organizzarsi. Ma che fare se questi tarda ad andarsene?

Esistono al riguardo due rimedi, uno di carattere civile e l’altro di carattere penale.

La prima soluzione consiste nel fare eseguire forzatamente l’obbligo del coniuge di andarsene. Per raggiungere tale risultato occorre seguire un percorso ben preciso.

Innanzi tutto bisogna notificare all’altro coniuge il titolo esecutivo, cioè il documento dal quale risulta il suo obbligo di lasciare la casa coniugale. Questo titolo varia secondo la forma di separazione:

  • se la separazione è stata giudiziale, esso consiste nel provvedimento del presidente del tribunale che autorizza i coniugi a vivere separati ed assegna l’abitazione familiare a uno dei due;
  • in caso di separazione consensuale davanti al tribunale, il titolo consiste, ancora una volta, nel provvedimento del presidente del tribunale che autorizza a vivere separati;
  • se, infine, la separazione è avvenuta al Comune o mediante negoziazione assistita, il titolo è dato dall’accordo dei coniugi.

La notifica del titolo consiste nella sua formale consegna al destinatario da parte dell’ufficiale giudiziario. Insieme al titolo si può notificare al coniuge l’atto di precetto, che consiste nell’intimazione a lasciare la casa entro dieci giorni. Ciò è consigliabile per abbreviare i tempi: infatti se il precetto non viene notificato contemporaneamente al titolo, occorre attendere dieci giorni per poterlo fare, perché la legge prescrive così.

Anna vuole che suo marito, dal quale è separata, se ne vada da casa. Per raggiungere questo obiettivo, gli fa notificare il provvedimento del presidente del tribunale che le assegna la casa coniugale. Insieme al titolo non fa notificare il precetto. Per poterlo fare deve quindi attendere dieci giorni, trascorsi i quali finalmente richiede la notifica dell’atto di precetto. Avvenuta quest’ultima, occorre attendere altri dieci giorni per costringere il coniuge a lasciare la casa. In tutto Anna ha atteso venti giorni. Se, invece, Anna avesse notificato insieme titolo e precetto, avrebbe dovuto attendere dieci giorni soltanto, decorrenti dalla notifica stessa. Questa è la soluzione più conveniente.

Trascorso inutilmente il termine di dieci giorni, se il coniuge non lascia la casa, è possibile chiedere all’ufficiale giudiziario di costringerlo in maniera forzata, ricorrendo, se necessario, all’aiuto della forza pubblica (polizia o carabinieri).

L’altra soluzione, di carattere penale, consiste nel querelare il coniuge per il reato di mancata esecuzione dolosa di un ordine del giudice: è prevista la pena della reclusione fino a tre anni o la multa da 103 a 1.032 euro.

Questa seconda soluzione è spesso più efficace, visto che per arrivare all’esecuzione forzata spesso occorre attendere mesi.

Ora, sai quali sono i tempi per lasciare la casa coniugale: questa conoscenza può esserti utile sia nel caso che il tuo ex partner stenti ad andar via, sia in quello in cui sia tu a dovertene andare.

note

[1] Art. 143 cod. civ.

[2] Art. 143 cod. civ.

[3] Art. 143 cod. civ.

[4] Art. 147 cod. civ.

[5] Art. 570 cod. pen.


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