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Come recuperare un credito con una semplice fattura

10 Dicembre 2013
Come recuperare un credito con una semplice fattura

Se non si ha un contratto scritto o una dichiarazione del debitore con cui ammette il proprio debito, è possibile ottenere un decreto ingiuntivo nei suoi confronti con la semplice emissione di una fattura: il documento, però, non fa prova più se il debitore propone una opposizione.

Per recuperare un credito relativo all’attività commerciale non c’è bisogno di impiantare una causa ordinaria, coi suoi lunghi tempi. È sufficiente presentare una “prova scritta” in tribunale (per i crediti di importo fino a 5.000 euro si va, invece, dal giudice di pace) per ottenere un decreto ingiuntivo. Si tratta di un procedimento molto più veloce e semplice, che consente, nel giro di pochi mesi – senza neanche bisogno di una udienza – di notificare al debitore una intimazione di pagamento da parte  del giudice. Il procedimento, per legge, dovrà essere curato e seguito da un avvocato.

Il debitore avrà poi 40 giorni di tempo, dalla notifica del decreto, per scegliere se:

a  – pagare;

b – presentare una opposizione al decreto ingiuntivo e, così, avviare una causa ordinaria.

Se il debitore non compie nessuna delle due scelte, al termine dei 40 giorni il decreto ingiuntivo diventa definitivo, non può essere più messo in discussione, e consente al creditore di iniziare l’esecuzione forzata contro il moroso (previa notifica di un altro atto, detto “precetto”).

Cosa si considera “prova scritta”?

Come detto, la condizione per ottenere questo procedimento “abbreviato” e “semplificato” è avere in mano una prova scritta. Essa può essere, per esempio, una dichiarazione firmata dal debitore, con cui questi ammette il proprio debito; può essere un contratto; può essere un ordinativo inviato dal debitore e da questi sottoscritto. Si tratta, però, di ipotesi marginali nella comune pratica commerciale, dove – nel 90% dei casi – i contratti sono conclusi oralmente.

Ecco perché la legge consente di ottenere il decreto ingiuntivo anche solo con la semplice emissione di una fattura. In altre parole, il creditore deve emettere la fattura, inviarla ovviamente al debitore con la richiesta di pagamento e, in caso di morosità persistente, può procedere – già solo con la fattura stessa – a presentare ricorso per decreto ingiuntivo.

Lo svantaggio di questo sistema, per come è ovvio, è che il creditore, dovendo emettere il documento fiscale, andrà ad anticipare le tasse dovute per una prestazione il cui recupero è ancora incerto.

Le fatture commerciali non accettate dal debitore, pur essendo prove idonee per ottenere l’emissione del decreto ingiuntivo, non sono una piena prova del credito in esse indicate. Pertanto, se il debitore propone opposizione al decreto ingiuntivo, il creditore non si può adagiare sulle prove già depositate nel ricorso per decreto ingiuntivo, ma dovrà nuovamente dimostrare il proprio credito, facendo ricorso ad altre e diverse prove rispetto alla fattura (per esempio: testimoni, certificati, ecc.).

Insomma, nel processo ordinario che segue all’opposizione a decreto ingiuntivo, la fattura non costituisce fonte di prova, in favore della parte che l’ha emessa, dei fatti che la stessa vi ha dichiarato. Diversamente, infatti, il decreto ingiuntivo verrebbe usato, da qualsiasi creditore, come arma per onerare il debitore della prova contraria del proprio debito (prova che risulterebbe assolutamente difficoltosa).

 

In una causa “che si rispetti”, infatti, la prova di un credito non può essere fornita con la semplice esibizione di una fattura predisposta dallo stesso creditore, non accettata ed anzi contestata nelle sue appostazioni dal debitore.  


note

Autore immagine: 123rf.com


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