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Le tappe della crisi di governo

20 Agosto 2019 | Autore:
Le tappe della crisi di governo

Dalla rottura sul voto alla Tav alle comunicazioni del premier e alle dimissioni di Conte. Come si è arrivati alla fine dell’esecutivo gialloverde.

Tutto ha inizio il 7 agosto. La goccia che fa traboccare il vaso della crisi di governo è il voto in Parlamento sulla Tav. La Lega si scosta dal Movimento 5 Stelle e vota a favore della realizzazione della linea ad alta velocità, fortemente osteggiata dall’alleato. Il giorno prima, i pentastellati avevano contribuito a far diventare legge il decreto sicurezza-bis voluto da Matteo Salvini. Il capo della Lega ammette la sera del 7 agosto a Pescara che «qualcosa si è rotto». Non ci vuole molto a capire che Salvini sta per dare la spallata al governo.

E, infatti, è solo questione di qualche ora. L’8 agosto, Salvini si reca dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per comunicargli la sua intenzione di interrompere l’esperienza di governo per capitalizzare il consenso. In pratica, gli fa capire che vuole la crisi e le elezioni anticipate.

Il giorno dopo, il 9 agosto, la Lega presenta al Senato una mozione di sfiducia contro il premier Conte: «Troppi no – spiegano i vertici del Carroccio – fanno male all’Italia, che invece ha bisogno di tornare a crescere e quindi di andare a votare in fretta». Tra le altre accuse rivolte al presidente del Consiglio, quella di non essersi presentato in Aula al momento del voto sulla Tav. Conte comunica la propria volontà di dare delle comunicazioni in Senato.

Il 13 agosto, il Senato vota il calendario della crisi, ma dice di no alla proposta della Lega (e alla richiesta manifestata in Aula da Forza Italia) di anticipare il voto sulla mozione di sfiducia al Governo. Il Movimento 5 Stelle insiste sulla necessità di votare prima il taglio di 345 parlamentari.

A sorpresa, Salvini fa una proposta che spiazza gli altri gruppi: la Lega accetta di votare il taglio dei parlamentari, ma pretende che subito dopo si vada al voto. Nel frattempo, viene fissato per il 20 agosto alle 15 l’appuntamento in Aula al Senato per le comunicazioni di Conte.

Ed eccoci al 20 agosto. Conte fa un durissimo discorso, pur con toni pacati, in cui passa a rassegna tutti quelli che ritiene gli errori di Salvini commessi non nelle ultime settimane ma negli ultimi mesi che hanno portato alla rottura tra Lega e Movimento 5 Stelle. Lo accusa di avere provocato la crisi di governo per inseguire degli interessi personali e di partito. Di non essere stato in Aula a riferire sullo scandalo Russiagate, ma di averlo lasciato da solo davanti ai senatori per poi criticare quello che gli è toccato riferire in base alle informazioni di cui disponeva. Di aver fatto venire meno la compattezza dell’Esecutivo convocando per conto suo al Viminale le parti sociali. Di accostare gli slogan politici ai simboli religiosi. E si dice preoccupato per il modo di fare del – fino a quel momento – suo ministro dell’Interno: «Hai chiesto pieni poteri per governare e ti ho sentito convocare le piazze. Questa tua concezione mi preoccupa. Bisogna garantire l’equilibrio del nostro sistema e precludere le vie autoritarie».

Quindi, l’annuncio: «Mi recherò, alla fine del dibattito, dal presidente della Repubblica per comunicargli l’interruzione dell’esperienza di governo e rassegnare nelle sue mani le dimissioni da presidente del Consiglio». Fine degli indugi. E del governo.

La replica di Salvini è altrettanto determinata, più colorita, ma piena di concetti già sentiti nelle ultime settimane. Si rammarica ironicamente per avere costretto il premier a sopportarlo durante un anno: «Bastava un Saviano, non ci voleva un presidente del Consiglio». Attacca i «signor no» e difende il suo operato prima del colpo di teatro: «Non mi vergogno di affidare al cuore immacolato di Maria gli italiani». Infine, la proposta già avanzata al M5S una settimana prima: votiamo il taglio dei parlamentari e poi si va alle urne.

Concluso l’intervento del leader della Lega, tocca ai rappresentanti degli altri gruppi parlamentari. Matteo Renzi, del Pd, esprime soddisfazione per la fine di questo governo che saluta «con rispetto e senza ironie». E, tra le altre cose, invita un Salvini che aveva appena fatto la sua professione di fede a leggere il passaggio del Vangelo («secondo Matteo, ovviamente», precisa ironicamente Renzi) in cui si invita ad aiutare il prossimo. Uno modo per chiedergli di fare sbarcare gli immigrati bloccati sulla Open Arms davanti a Lampedusa da settimane. Cosa che avviene qualche ora dopo. Ma non per merito di Salvini.

Dal canto suo, il Movimento 5 Stelle con Nicola Morra, fa leva sulle inadempienze di Salvini come ministro dell’Interno con la commissione Antimafia, lamentando come il ministro si fosse prima impegnato a intervenire per poi venire meno: «Una presa per i fondelli», sentenzia Morra. Salvini, però, non era più in Aula: finito l’intervento di Renzi se n’era andato via seguito da un nutrito gruppo di suoi senatori. Luigi Di Maio, invece, rimane accanto a Conte per tutta la seduta.

Prima della controreplica di Conte, le agenzie battono la notizia del ritiro della mozione di sfiducia a Conte da parte della Lega. Primo, perché ormai Conte aveva annunciato che si sarebbe dimesso. E secondo, perché il partito di Salvini tenta così l’ultimo disperato (e dichiarato) tentativo di aggrapparsi ad un eventuale accordo per tenere in piedi il Governo. Insomma, ritira la mozione per tempo e lascia che sia Conte a dire l’ultima parola prima di salire al Colle.

E l’ultima parola, infatti, Conte la pronuncia. Riservando a Salvini la stilettata finale. Proprio a proposito del ritiro della mozione di sfiducia: «Se a Salvini manca il coraggio, me lo assumo io. Vado al Quirinale».

Detto e fatto: il capo del Governo lascia il Senato verso le 20:30 e si reca al Colle per consegnare le dimissioni al presidente della Repubblica. Le dimissioni vengono accolte senza riserva: significa che non c’è alcuna possibilità di rinviare Conte alle Camere per un’estrema verifica della fiducia. Alle 21:07 lascia il Quirinale.

Ora tocca a Mattarella. Le consultazioni prendono il via mercoledì 21 agosto alle 16. I primi colloqui in programma sono quelli con l’ex Presidente Giorgio Napolitano e con i presidenti del Senato e della Camera. Giovedì alle 11 sarà al Quirinale la delegazione del Partito Democratico mentre nel pomeriggio, alle 16 sarà il turno della Lega e alle 17 del Movimento 5 Stelle.

Il Capo dello Stato dovrà capire se c’è una maggioranza in grado di sostenere un eventuale nuovo Governo (tecnico o istituzionale che sia) oppure se deve allargare le braccia, sciogliere le Camere e convocare le elezioni anticipate.



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