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Cosa vuole il M5S che non piace a PD e Lega?

23 Agosto 2019 | Autore:
Cosa vuole il M5S che non piace a PD e Lega?

Ecco quali sono i punti che dividono e ostacolo il raggiungimento di un accordo per un nuovo Governo: c’è poco tempo per trovare un’intesa, altrimenti si vota.

Ieri sera, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dato un ultimatum a tutte le forze politiche, concedendo 5 giorni di tempo, fino a martedì prossimo, per trovare un’intesa sulla formazione di un nuovo Governo, altrimenti ci sarà inevitabilmente lo scioglimento delle Camere con elezioni anticipate.

Il capo dello Stato ha preso atto che durante le consultazioni con partiti e movimenti sono emersi segnali positivi e la disponibilità ad un accordo, ma vuole che si concretizzino in fretta. A questo punto, le forze in campo sono costrette a dialogare e confrontarsi, individuando i programmi condivisi che il nuovo Governo dovrà realizzare.

Ora, il primo punto da risolvere non è il nome del futuro premier e della sua compagine di ministri, ma quello del programma da concordare tra forze politiche che hanno posizioni molto diverse su temi fondamentali. Finché manca la musica da suonare, non ha senso trovare l’interprete adatto. Gli ostacoli ci sono, ma potrebbero essere superabili cogliendo le aperture che a ben vedere non mancano. Concentriamoci, quindi, sulle divisioni da superare e vediamo  cosa vuole il M5S che non piace a PD e Lega.

Il Movimento ieri, appena uscito dall’incontro di consultazione con il presidente Mattarella, ha presentato i propri 10 punti, definiti da Luigi di Maio «obiettivi prioritari per gli italiani». Il primo è il taglio dei parlamentari, al quale manca solo un voto per l’approvazione definitiva e a cui il Movimento non intende affatto rinunciare (lo aveva indicato come prima cosa da fare già l’8 agosto al momento dell’apertura della crisi).

Su questo, la Lega non ha problemi, mentre il Pd nutre perplessità: uno dei suoi 5 punti programmatici (anch’essi esposti all’uscita delle consultazioni con il presidente della Repubblica dal segretario Zingaretti) è il riconoscimento della democrazia rappresentativa, ossia la centralità del Parlamento che secondo la linea dei Dem non può essere depotenziato, a partire dal numero dei suoi attuali esponenti.

A prescindere dalla soluzione che si probabilmente troverà sul punto specifico del taglio dei parlamentari – il Pd è tutt’ora contrario, ma lancia un’apertura a condizione di modificare la legge elettorale  – il vero nodo da sciogliere e che distanzia maggiormente le posizioni pentastellate da quelle del Pd è il riconoscimento della democrazia rappresentativa.

Sembrerebbe un punto di principio, ma non lo è affatto perché il Movimento propugna da sempre la linea della democrazia diretta dei cittadini, senza intermediazioni e nella visione pentastellata il Parlamento nella sua formulazione attuale costituisce appunto un ostacolo: Grillo aveva lanciato l’idea di parlamentari non eletti, ma estratti a sorte; Davide Casaleggio, ne ha profetizzato addirittura la scomparsa nel giro di un decennio o due, dicendo che non sarebbe servito più e sarebbe stato sostituito da piattaforme in stile Rosseau dove la gente potrebbe «partecipare direttamente».

Le divisioni proseguono anche su altri punti essenziali: il Movimento vuole una manovra finanziaria «equa» che dovrà comprendere il blocco dell’aumento dell’Iva, il salario minimo («va dichiarato illegale uno stipendio di 2 o 3 euro l’ora»), il taglio del cuneo fiscale e misure a sostegno delle famiglie, della natalità, dei disabili e per l’emergenza abitativa.

Qui, la divergenza maggiore è con la Lega, che insiste per il taglio delle tasse a cittadini e imprese. Salvini – anche lui all’uscita delle consultazioni con Mattarella – ha detto che «abbiamo idee che con il M5S nn era possibile realizzare, a partire dalla flat tax. Il Pd si accontenta di sterilizzare l’Iva, a noi non basta, le tasse vanno abbassate». Però ,a ben vedere, neppure Salvini chiude le porte al dialogo su questo tema: «Ragioniamo perchè i no diventino sì, sono un uomo concreto e non porto rancore. In questi giorni, ho scoperto tanti che sarebbero favorevoli a una manovra economica coraggiosa».

Per il segretario del Pd Zingaretti, invece, il primo punto del confronto è la manovra finanziaria che dovrà essere di grossa entità per scongiurare l’aumento dell’Iva (servono 23 miliardi) e sui modi per farlo sembra esserci possibilità di accordo con la linea del Movimento 5 Stelle (l’urgenza di farlo e l’impopolarità dell’aumento sono così forte da poter mettere tutti d’accordo, almeno su questo punto), a condizione che vengano “rispettate” le misure di sostegno sociale come il Reddito di cittadinanza introdotto dai 5 Stelle e che la Lega, invece, qualora avesse le mani libere, sarebbe pronta a tagliare senza esitazioni. Anche i punti del Pd relativi alle politiche di redistribuzione del reddito e allo sviluppo degli investimenti potrebbero avvicinarsi a quelli dei 5 Stelle (legalità e lotta all’evasione fiscale, piano di investimenti per il Sud, riforma del sistema bancario con separazione delle banche d’investimento da quelle commerciali).

Ci sono, infine, due punti che invece uniscono pentastellati e Pd, almeno in linea di intenti, mentre isolano la Lega: il primo è l’Europa ed il secondo è l’ambiente.

I pentastellati, dal momento in cui hanno dato il loro voto a sostegno di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione Europea hanno aperto la loro politica a posizioni molto più europeiste rispetto al passato; in questo sono ora più vicini al Pd che non alla Lega, che mantiene il proprio orientamento sovranista nazionale (secondo alcuni l’argomento che avrebbe fatto maggiormente irritare Salvini inducendolo ad aprire la crisi sarebbe stato proprio il voto favorevole espresso dal M5S insieme al PD sulla von der Leyen, visto come un “tradimento” dell’allora alleato di governo).

Anche lo sviluppo sostenibile ora messo in programma dal Pd  (“sostenibilità ambientale come nuovo modello di sviluppo”) corrisponde a un tema sostenuto dal Movimento sin dalle sue origini con Beppe Grillo e ribadito fino ad oggi nel punto programmatico che riguarda la tutela dell’ambiente: i pentastellati vogliono un’Italia al 100% rinnovabile, che affronti anche il nodo del climate change, il cambiamento climatico del pianete. «Basta inceneritori, no alle trivelle e sì sugli investimenti alla mobilità sostenibile» ha detto Di Maio.

Si tratta ora di vedere come i partiti ed i movimenti in dialogo svilupperanno queste indicazioni. In ogni caso, c’è un terreno di confronto da cui partire. Se si decideranno i brani da suonare, allora si potranno trovare gli interpreti, cioè il nuovo presidente del Consiglio e i suoi ministri; altrimenti, il concerto verrà annullato e rinviato all’esito del voto elettorale. Nel frattempo, però, qualcuno dovrà traghettare l’Italia durante il periodo di scioglimento delle Camere e delle elezioni. Un governo provvisorio, forse anche tecnico più che politico, ma chiamato in ogni caso a formulare la manovra finanziaria che entro l’autunno dovrà essere varata.



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