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Colloquio Zingaretti-Di Maio: cosa si sono detti?

23 Agosto 2019 | Autore:
Colloquio Zingaretti-Di Maio: cosa si sono detti?

I leader del Pd e del M5S parlano della leadership del prossimo governo, ma non c’è accordo. Perché potrebbe saltare la trattativa?

Emerge il primo strappo nella trattativa tra il Partito Democratico ed il Movimento 5 Stelle per formare un nuovo Governo che eviti le elezioni anticipate. Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio si sono appena trovati e non hanno trovato un accordo sul nome del possibile premier. Di Maio ha proposto di riconfermare Giuseppe Conte alla guida dell’Esecutivo, Zingaretti ha detto no: «Serve discontinuità», le parole del segretario del Pd. Secondo fonti dei Dem, il confronto dei due continuerà nelle prossime ore.

Viene, intanto, smentita da fonti M5S l’ipotesi secondo cui Di Maio avrebbe chiesto a Zingaretti un Governo Conte-bis in cambio della nomina dell’ex premier Paolo Gentiloni a commissario Ue. Il leader pentastellato si sarebbe limitato a porre come condizioni per continuare la trattativa la Presidenza del Consiglio in mano a Conte ed il taglio dei parlamentari.

Va tutto bene. Anzi, mica tanto. Forse per niente. Salta l’accordo M5S-Pd? Dagli umori che si sono sentiti nelle ultime ore, non si esclude. Si fa l’accordo M5S-Pd? Può darsi, ma non sarà così facile. Davvero le due parti vogliono fare un accordo per sostenere un Governo di legislatura? Non è detto. E le insistenti sollecitazioni della Lega possono essere una reale e seria interferenza per far saltare l’accordo M5S-Pd? È quello che ha dichiarato su Facebook Matteo Salvini. Cioè, lo stesso che ha fatto cadere l’Esecutivo perché non voleva più governare col M5S. Ma che ora vorrebbe ricomporre l’alleanza pur di non far tornare il Pd a Palazzo Chigi. Forse è il caso di fare un po’ di chiarezza, in base a quello che è successo oggi, all’indomani dalla decisione del Quirinale di concedere alle consultazioni i tempi supplementari a partire da martedì 27 agosto.

Perché può saltare l’accordo M5S-Pd?

Partiamo dal Pd. All’uscita dal primo incontro tra i capigruppo del Partito Democratico al Senato e alla Camera, Adriano Marcucci e Graziano Delrio, sono state spese delle parole molto ottimistiche: «Non ci sono degli ostacoli insormontabili nelle 10 richieste del Movimento 5 Stelle», hanno detto ai cronisti. Tutto bene, dunque? I Dem sono ottimisti. Pure sul taglio dei parlamentari, condizione numero uno posta dai grillini per continuare a trattare ma visto con una certa diffidenza dal segretario dei Democratici Nicola Zingaretti, che vorrebbe congelare l’attuale provvedimento in attesa dell’ultimo voto per rivederlo in un’altra chiave. Cosa ribadita anche oggi: va bene ridurre il numero di deputati e senatori – hanno chiarito i capigruppo del Pd – purché si rispettino le garanzie costituzionali.

Le principali ostilità – ed ecco perché può saltare l’accordo M5S-Pd – sono arrivate dal Movimento 5 Stelle.  Salta all’occhio che nel mezzo di una delicatissima trattativa proposta al presidente della Repubblica per salvare la legislatura (e, quindi, non chiesta a loro da nessuno) i big pentastellati attacchino senza mezzi termini il loro interlocutore. Ci pensa, per primo, Luigi Di Maio, che dice: o si fa come diciamo noi, o non si fa nulla. Comprensibile per chi vuol far valere il doppio dei voti ottenuti rispetto al Pd alle ultime elezioni. Ma non è certamente un messaggio molto tenero nei confronti di chi si è appena seduto a un tavolo con te per cercare di salvare il salvabile e di evitare una tornata elettorale he consegnerebbe il Paese all’avversario.

Ci si mette, poi, lo stesso Beppe Grillo in persona. Prima dà del «traditore indecente» a Renzi, poi osanna Giuseppe Conte, che secondo i Democratici ha già dato e non deve condurre un eventuale prossimo Governo. Inevitabile la reazione nel Pd: «Così salta tutto», si è sentito dire al Nazareno.

Non bastasse, arriva Alessandro Di Battista ad agitare le acque non solo del Partito Democratico ma anche quelle di casa sua. Entra non con una ma con tutte le due gambe tese in un modo talmente determinato che non riuscirebbe così bene nemmeno a Sergio Ramos. Chiede ai suoi di alzare la posta il più possibile. Pretende – questo il termine che ha usato – il taglio dei parlamentari e la revoca della concessione delle autostrade a Benetton. Suggerisce che Zingaretti ha paura di Renzi. Ma il calcio che fa più male alla trattativa è questo: «Le nuove aperture della Lega al M5S sono una buona cosa». La frase è suonata talmente male tra i grillini che qualcuno di loro si è chiesto: «A che titolo parla?» È suonata meglio a Di Maio: «Il suo concetto non solo è legittimo ma anche sano di democrazia».

Ai più maligni viene un dubbio: non che ci sia l’inciucio cotto a fuoco lento col Pd, ma che sia stato preparato con la ricetta della Cettina del «Medico in famiglia», cioè veloce-veloce all’interno dello stesso Movimento 5 Stelle. Immagina per un attimo che, dopo lo strappo di Salvini, Di Maio abbia cercato di presentarsi al Quirinale come quello che non vuole le elezioni subito (in realtà ora non gli conviene) ma che vuole tentare di salvare la legislatura per completare le riforme promesse agli italiani. Ottima figura, per carità.

Ora: governare con il Pd, acerrimo nemico fino a ieri, potrebbe costargli un bel po’ di voti tra la base del Movimento. Non resterebbe che una sola mossa: apriamo una trattativa con i Democratici, forziamo la mano, mettiamo delle condizioni perché siamo legittimati dal voto del 4 marzo, tentiamo di far saltare i nervi al Pd (Grillo e Di Battista oggi ce l’hanno messa tutta) e delle due, una: o andiamo avanti a governare dicendo ai nostri che portiamo avanti il programma o si va alle elezioni perché il Pd ha fatto saltare la trattativa. E, nel frattempo, si guadagna qualche consenso da una Lega che ha provocato la crisi e da un Pd che non ha accettato un accordo per il bene del Paese. Ma sono solo ipotesi dei più maligni, per carità.

Le interferenze della Lega

E poi c’è lui. I sondaggi che parlano di un calo di 3 punti della Lega dall’inizio della crisi di governo non intimoriscono Matteo Salvini, che oggi è tornato alla carica su Facebook. In modo molto più esplicito di quanto non abbia fatto al Senato e subito dopo le consultazioni al Quirinale.

La strategia, però, è quella di sempre. Posta su Facebook prima una sua foto nel suo ufficio al Viminale, poi un video in cui fa sapere che «pur di impedire i porti aperti in cui sono tornate in massa le navi delle Ong, le porte e le vie del Signore e della Lega sono infinite, perché rivedere al Governo Renzi e Boschi è inaccettabile». Lo dice dalla poltrona di ministro dell’Interno, non da quella di segretario federale della Lega.

Salvini, insomma, lancia il suo ultimo (ma forse non ultimo da qui a martedì) appello a Di Maio: «Facciamo insieme una nuova squadra e un nuovo progetto, altrimenti si va al voto. A meno che vogliate fare fare un Esecutivo con un partito Bibbiano».

Quello che il leader della Lega ancora non ha chiarito (nemmeno a chi, come il suo braccio destro Giancarlo Giorgetti, continua a non capire come si sia finiti in questo groviglio politico) è dove voglia arrivare. Da una parte, propone al Movimento 5 Stelle, nonostante le parole poco generose spese nelle ultime settimane, di andare avanti a governare, magari con Di Maio a Palazzo Chigi ma, comunque, lasciando il centrodestra all’opposizione. Dall’altra, vuole elezioni subito riscattando tutto o parte del centrodestra dall’opposizione e mandando in minoranza il Movimento 5 Stelle, con il quale oggi non esclude di governare. Insomma, c’è da grattarsi il capo così tanto da perdere i capelli.



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