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Diritti degli animali

26 Agosto 2019 | Autore:
Diritti degli animali

Reati contro gli animali: quali sono? Quali sono i doveri degli uomini nei confronti degli animali da affezione? Tutela degli animali: cosa dice la legge?

L’ordinamento giuridico italiano non tutela soltanto le persone, i loro diritti e il loro patrimonio, ma anche gli animali. Nonostante non siano soggetti giuridici come gli uomini, col tempo la legge ha concesso agli animali, da affezione e non, una serie di diritti che, se violati, fanno incorrere i trasgressori in sanzioni anche piuttosto severe. Possiamo dunque sostenere che, così come esistono dei diritti dell’uomo, esistono anche i diritti degli animali.

In realtà non c’è una vera e propria “costituzione” dedicata agli animali, oppure un codice apposito che raccoglie tutte le norme più importanti in materia di tutela degli animali; ci sono però diverse disposizioni rintracciabili nella legge italiana che, messe insieme, formano un quadro piuttosto completo. Da un punto di vista sistematico, è all’interno del codice penale che possiamo rinvenire un’intera parte dedicata ai delitti contro il sentimento degli animali: si tratta di una serie di reati che puniscono le condotte che mettono in pericolo la vita degli animali oppure la loro integrità fisica.

Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme quali sono i diritti degli animali e quali sanzioni prevede la legge nel caso di loro violazione.

Reati contro gli animali

Cominciamo il nostro viaggio all’interno dei diritti degli animali cominciando ad analizzare i reati contro gli animali previsti dal Codice penale. Come anticipato, si tratta di un corpus normativo abbastanza completo, volto a tutelare non solo l’integrità fisica, ma anche la dignità stessa dell’animale.

Come già detto nell’introduzione, sebbene gli animali non siano soggetti di diritto (nel senso che non possono essere titolari di posizioni giuridiche come l’uomo), essi godono di una particolare tutela per via del sentimento d’affetto nei loro confronti e del ruolo sempre più importante che rivestono all’interno della vita delle persone.

Vediamo allora quali sono i principali diritti degli animali in relazione ai reati contro gli stessi, così come previsti dal codice penale.

Il diritto alla vita degli animali

Ovviamente, il primo diritto degli animali ad essere contemplato è quello alla vita: la legge punisce con la reclusione da quattro mesi a due anni chi, per crudeltà o senza necessità, provoca la morte di un animale [1].

Sanzionando l’uccisione crudele di un animale, la legge ne riconosce implicitamente il diritto alla vita. Purtuttavia, il diritto alla vita degli animali non può essere equiparato a quello che spetta agli uomini: mentre, infatti, la morte di un uomo, quando provocata da altri, è sempre punita (salvo il ricorrere di cause di giustificazione, come ad esempio la legittima difesa), indifferentemente a titolo di dolo o di colpa, la morte di un animale provocata accidentalmente non è punibile, così come quella cagionata per evitare all’animale ulteriori, inutili sofferenze [2].

Tant’ è confermato dal fatto che, mentre in Italia l’eutanasia applicata alle persone non è legale, lo è quella effettuata agli animali.

Il diritto degli animali a non soffrire

Non solo la vita, ma anche l’integrità fisica è un diritto degli animali, tant’è che la legge punisce espressamente il maltrattamento di animali. Il codice penale punisce con la reclusione da tre a diciotto mesi o con la multa da cinquemila a trentamila euro chiunque, per crudeltà o senza necessità, provoca una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o a fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche. La pena è aumentata della metà se da questi fatti deriva la morte dell’animale. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi [3].

Con questo reato, la legge intende punire tutte le condotte che, crudelmente (cioè, senza una vera necessità), oltraggiano l’animale, sia nel fisico che nella propria indole. Ovviamente, è difficile parlare di un vero e proprio diritto alla dignità dell’animale, il quale presupporrebbe una coscienza di sé non inferiore a quella dell’uomo.

In effetti, la legge punisce non tanto la violazione della dignità degli animali, quanto la lesione del sentimento di pietà che gli uomini provano verso di essi. Secondo i giudici, i comportamenti insopportabili imposti all’animale idonei ad integrare il reato di maltrattamenti di animali sono quelli incompatibili con il comportamento proprio della specie di riferimento dello stesso, così come ricostruito dalle scienze naturali [4].

Il diritto a non essere addestrati con sofferenza

A proposito del reato di maltrattamento di animali ci si è domandati a lungo se l’utilizzo del collare elettrico per cani potesse integrare questa fattispecie di  delitto, anche se utilizzato col fine di addestrare l’animale.

Secondo la Suprema Corte, l’abuso nell’uso del collare elettronico antiabbaio integra il reato di maltrattamento di animali, visto che ogni comportamento che produce sofferenze non giustificate nell’animale è idoneo a configurare il suddetto delitto [5].

Più di recente, però, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’utilizzo del collare che sprigiona scosse elettriche è sì illegale, ma il suo utilizzo integra la semplice contravvenzione di abbandono di animali [6], reato all’interno del quale è sanzionata anche la condotta di chi detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze [7]

Il diritto degli animali ad essere curati

Secondo una pronuncia della Corte di Cassazione [8], gli animali che sono stabilmente detenuti dalle persone hanno il diritto ad essere curati e a vivere in un ambiente adeguato alle loro esigenze. Secondo i giudici, infatti, ai fini della condanna per maltrattamento di animali assumono rilievo non soltanto i comportamenti di violenza fisica, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale stesso, procurandogli dolore e afflizione.

Nello specifico, una persona veniva imputata perché, nella sua qualità di titolare di un’azienda agricola, deteneva alcuni asini in condizioni incompatibili con la loro natura, arrecando loro gravi sofferenze: gli asinelli presentavano evidenti difficoltà deambulatorie e addirittura uno di essi non era più in grado di reggersi sulle zampe.

Per tale condotta il proprietario degli animali veniva processato e condannato per il reato di maltrattamenti, in quanto, pur non ponendo in essere una condotta violenta, cagionava alle povere bestie una sofferenza contraria al comune sentimento di pietà verso gli animali che la legge tutela.

Possiamo, quindi, dire che la sofferenza rilevante ai fini del reato di maltrattamenti non comporta necessariamente che si cagioni una lesione all’integrità fisica dell’animale, potendo la sofferenza consistere in meri patimenti interiori dello stesso.

Il diritto degli animali a non essere oggetto di spettacoli

Un altro diritto degli animali è quello a non subire spettacolarizzazioni che comportino sevizie o strazio per gli animali; le pene sono quella della reclusione da quattro mesi a due anni e la multa da tremila a quindicimila euro, con possibilità di aumento da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in relazione all’esercizio di scommesse clandestine o al fine di trarne profitto per sé od altri ovvero se ne deriva la morte dell’animale [9].

Il divieto di combattimenti tra animali

Gli animali hanno il diritto di non essere posti l’un contro l’altro per il mero diletto delle persone, le quali ad esempio organizzano tali spettacoli per guadagnare sulle scommesse clandestine: si tratta del divieto di combattimenti tra animali.

Secondo il Codice penale, chi promuove, organizza o dirige combattimenti o competizioni non autorizzate tra animali che possono metterne in pericolo l’integrità fisica è punito con reclusione da uno a tre anni e la multa da cinquantamila a centosessantamila euro, aumentata da un terzo alla metà al ricorrere di altre gravi circostanze (ad esempio, se nell’organizzazione sono coinvolti minorenni oppure se dei combattimenti è fatta ripresa).

Il Codice, inoltre, punisce chiunque, allevando o addestrando animali, li destina sotto qualsiasi forma e anche per il tramite di terzi alla loro partecipazione ai combattimenti. La pena è la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da cinquemila a trentamila euro. La stessa pena si applica anche ai proprietari o ai detentori degli animali impiegati nei combattimenti e nelle competizioni di cui al primo comma, quando consenzienti.

A completamento della tutela c’è, infine, la norma che punisce anche gli organizzatori e gli scommettitori di combattimenti tra animali. La pena è la reclusione da tre mesi a due anni e la multa da cinquemila a trentamila euro [10].

Il diritto a non essere abbandonati

Come anticipato, tra i diritti degli animali c’è anche quello a non essere abbandonati dai propri padroni: il divieto è ovviamente rivolto in special modo agli animali da affezione, cioè a quelli che abitualmente fanno da compagnia agli uomini.

Il reato scatta solamente se a commettere l’abbandono è il proprietario formale dell’animale, ovvero colui che, pur non avendo dichiarato ufficialmente di possedere un animale (ad esempio, provvedendo all’iscrizione all’interno dell’anagrafe canina), lo ha tenuto in cattività o, comunque, se n’è abitualmente occupato.

Secondo la giurisprudenza, non costituisce abbandono di animali il caso del mancato ritiro di un cane dal canile municipale cui era stato in precedenza affidato dal proprietario [11]. Al contrario, un’altra pronuncia ha sancito che la stessa condotta (cioè, quella del mancato ritiro da parte del proprietario) costituisca reato nel caso in cui sia prevedibile (a causa della notoria negligenza e inaffidabilità,) che il canile cui l’animale era stato affidato proceda all’abbandono dello stesso nel caso di inadempimento del padrone [12].

Sempre la Suprema Corte ha condannato una signora che teneva numerosi gatti in precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione, rinchiusi all’interno di gabbiette poste in un’abitazione dalla quale si propagavano odori nauseabondi [13].

Il diritto a vivere in ambiente adeguato

La legge conferisce agli animali anche il diritto a vivere in un ambiente adeguato alle loro esigenze: secondo la legge, rischia l’arresto fino ad un anno o l’ammenda da mille a diecimila euro colui che possiede animali e li fa vivere in condizioni inadeguate per igiene, spazio e, in generale, in riferimento alla loro natura.

Si tratta di violazione del diritto degli animali a vivere in un ambiente a loro adeguato quando il cane di grossa taglia è costretto a vivere in una cuccia di piccole dimensioni oppure quando più cani sono obbligati a vivere in un recinto striminzito.


note

[1] Art. 544-bis cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 44822 del 24.10.2007.

[3] Art. 544-ter cod. pen.

[4] Cass., sent. n. 5979 del 07.02.2013.

[5] Cass., sent. n. 15061 del 13.04.2007.

[6] Art. 727 cod. pen.

[7] Cass., sent. n. 21932/2016.

[8] Cass., sent. n. 14734 del 4 aprile 2019.

[9] Art. 544-quater cod. pen.

[10] Art. 544-quinquies cod. pen.

[11] Cass., sent. n. 14421 del 08.04.2008.

[12] Cass., sent. n. 13338 del 10.04.2012.

[13] Cass., sent. n. 49298 del 19.12.2012.

Autore immagine: Pixabay.com


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