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Elezioni: il popolo italiano non può più scegliere i propri rappresentanti

28 Agosto 2019 | Autore:
Elezioni: il popolo italiano non può più scegliere i propri rappresentanti

Come funziona il meccanismo elettorale chiamato Rosatellum e perché i cittadini non hanno la possibilità di scegliere i parlamentari che votano. 

Forse molti non sanno che se si andasse al voto in autunno o l’anno prossimo, con l’attuale meccanismo di funzionamento delle elezioni il popolo italiano non può più scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

Le elezioni di Camera e Senato sono infatti disciplinate da una legge entrata in vigore nel 2017 e con la quale abbiamo votato il 4 marzo 2018 chiamata «Rosatellum» [1] che assegna sia a Montecitorio che a Palazzo Madama il 37% dei seggi con un meccanismo maggioritario e il 61% con il proporzionale (il residuo 2% riguarda il voto degli italiani all’estero). I sistemi elettorali possibili sono essenzialmente due: maggioritario e proporzionale. Il nostro Paese li ha scelti entrambi, facendo una combinazione di essi, un misto di entrambi gli ingredienti, che qualcuno ha definito un pasticcio all’italiana, dettato da una vocazione al compromesso che impedisce di fare scelte decise.

Nei collegi a sistema maggioritario vince il candidato più votato: attualmente si tratta di 232 seggi alla Camera e 116 al Senato. Per i seggi ripartiti con il metodo proporzionale (sono 386 alla Camera e 193 al Senato) c’è anche una soglia di sbarramento del 3% minimo: se un partito non la supera non entra in Parlamento. É possibile formare coalizioni, ma per passare devono superare il 10% ed al loro interno almeno una lista deve ricevere il 3% dei voti.  Il proporzionale puro è rimasto solo per la piccola quota di seggi destinati al voto degli italiani all’estero (12 deputati e 6 senatori).

Ma il vero problema di fondo è: chi sceglie i nomi dei candidati? Non certo i cittadini che vanno poi a votare. Anzi, l’attuale legge elettorale è stata definita da molti come la causa di tutti i mali perché ha ridotto la rappresentatività popolare, praticamente eliminando le possibilità di scelta dei parlamentari con il voto di preferenza. I candidati infatti oggi vengono designati dai vertici dei partiti, che decidono con quali nominativi riempire le liste dei vari collegi elettorali.

Funziona così: nei collegi uninominali in ogni sede ogni partito presenta un candidato, quindi l’elettore se vuole votare quel partito è costretto a scegliere esclusivamente quella persona. Chi prende più voti  è eletto. Analogamente per i deputati e senatori eletti con il riparto proporzionale: qui ogni partito presenta un “listino” contenente da due a quattro nomi, che sono già scritti, sotto il rispettivo simbolo, sulla scheda elettorale prestampata. Si può scegliere, mettendo la croce, solo in questo limitato ambito di possibilità: si tratta infatti di listini bloccati, non aperti.

Qualcuno è arrivato a dire che i parlamentari sono di fatto nominati dai partiti anziché eletti dal popolo, che è stato così espropriato del diritto di scegliere i propri rappresentanti. Così il voto diventa passivo, espressione di una volontà altrui anziché di quella espressa dai cittadini. Una sorta di ratifica di scelte già fatte da altri e per le quali rimane solo la possibilità di prendere o lasciare. La sovranità popolare ne esce davvero molto ridotta.

All’atto pratico, il sistema si è poi incrinato, o meglio rotto, con il fenomeno del “cambio di casacca“, quando alcuni parlamentari eletti con un partito ad un certo punto ne sono fuoriusciti e sono passati, in corso di legislatura, ad un altro, magari impegnato a sostenere una diversa maggioranza di governo. In questo modo è venuto meno l’intento stesso del Rosatellum che era quello di garantire la governabilità a tutti i costi, anche a scapito della rappresentatività popolare.  In effetti questo meccanismo voleva favorire la governabilità attraverso accordi fatti prima delle elezioni e non dopo, ma visto l’andamento attuale non sembra aver funzionato.

In passato con un Parlamento interamente eletto con il sistema proporzionale ogni partito si presentava alle elezioni con un suo programma e con una schiera di candidati e dopo le elezioni si realizzavano gli accordi di maggioranza. A poco a poco si è arrivati ad un sistema che prevede liste chiuse, compilate dai vertici dei partiti senza che i cittadini e futuri elettori abbiano la possibilità di interloquire in queste scelte.

I candidati insomma vengono spesso imposti dall’alto anziché essere espressi dal popolo chiamato a votarli. Scegliendo un partito si accetta automaticamente la lista dei candidati proposti, che è precompilata. In questo modo viene fortemente pregiudicata la possibilità del corpo elettorale di indicare il proprio voto a favore di una specifica persona e si favorisce invece il reclutamento di personaggi che hanno il merito di essere fedeli ai capi che li hanno scelti come candidati a siedersi in Parlamento.

Il preannunciato taglio dei parlamentari (con l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori, arrivando a una Camera composta da 400 deputati e un Senato con 200 senatori) secondo gli esperti non migliora ma aggrava questa situazione: con il nuovo sistema (già battezzato «Rosatellum ter» e che ricalca il precedente quanto al riparto tra maggioritario e proporzionale) ogni parlamentare eletto infatti rappresenterebbe un numero di cittadini molto superiore a quello attuale (151.000 cittadini anziché 96.000: sarebbe la proporzione più alta tra i Paesi dell’Europa). Ci sarebbe cioè ancor più distanza tra cittadini e parlamentari perché mancherebbe il rapporto diretto tra elettori ed eletti.

Si tratta inoltre di un meccanismo che favorisce i partiti più grandi e coesi in danno di quelli più piccoli e meno organizzati sul territorio. Soprattutto al Senato, dove i seggi sono ripartiti su base regionale, i partiti minori sarebbero penalizzati soprattutto nelle Regioni meno popolose. Ad esempio, la soglia per entrare in Senato (con il numero di esponenti dimezzato dopo la riforma) passerebbe in Piemonte e in Veneto dal 3% all’11% ed in Abruzzo e Sardegna arriverebbe al 33%; ci sarebbe il rischio che intere Regioni italiane vengano rappresentate in Parlamento da due o tre partiti al massimo o addirittura da uno solo, che farebbe la parte del leone. Ovviamente la partita in gioco sarebbe tutta tra M5S, Pd e Lega. Gli altri partiti sono quasi a rischio scomparsa.


note

[1] Legge n.165 del 3 novembre 2017, chiamata “Rosatellum” dal nome del relatore della proposta, il deputato del Pd Ettore Rosato.


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