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Controlli fiscali: le ultime sentenze più importanti

29 Agosto 2019 | Autore:
Controlli fiscali: le ultime sentenze più importanti

Dal redditometro ai conti in banca, dalla notifica agli acquisti di immobili con mutuo, ecco le principali sentenze intervenute in materia di controlli fiscali.

La giustizia tributaria non si ferma neppure d’estate e negli ultimi mesi, anche a luglio e ad agosto, ha continuato ad emettere pronunce che cercano di ristabilire i diritti dei contribuenti in caso di controlli fiscali.  Infatti, nonostante le norme introdotte per cercare di stabilire un clima di collaborazione tra le parti, il rapporto tra Fisco e contribuenti è ancora caratterizzato dallo scontro più che dal dialogo e spesso si richiede l’intervento del giudice per fermare gli atti impositivi lesivi dei diritti dei cittadini.

Ad intervenire in questi casi c’è la giurisprudenza di legittimità, cioè la corte di Cassazione, ma prima ancora quella di merito, le Commissioni tributarie provinciali e regionali. Vediamo allora quali sono le ultime sentenze più importanti emesse di recente da questi organi e quali argomenti hanno toccato.

Redditometro: va personalizzato e così il reddito si abbassa

Quando un soggetto condivide la proprietà di un appartamento con altri, l’accertamento con redditometro va ridotto perché anche costoro contribuiscono al pagamento delle spese di gestione. L’immobile “fa reddito” perché occorrono soldi non solo per acquistarlo inizialmente ma anche per mantenerlo successivamente. Il caso deciso dalla Cassazione [1] riguardava il nudo proprietario di un appartamento di oltre 200 mq concesso in uso ai familiari che lo abitavano. I costi di gestione andavano suddivisi con loro anziché, come aveva fatto l’Agenzia delle Entrate, essere attribuiti interamente a lui. Di conseguenza il suo “vero” reddito non poteva essere così alto come quello calcolato ed accertato dall’Ufficio, ma era inferiore. La regola di fondo espressa dalla Corte è che gli accertamenti standardizzati, come il redditometro, devono essere sempre personalizzati alla realtà concreta del contribuente.

Documenti non esibiti al Fisco: possono essere utilizzati a difesa

Di regola se non esibisci al Fisco gli atti, documenti, libri e registri contabili che ti vengono richiesti, non puoi più utilizzarli a tuo favore nel processo tributario. Questo a meno che tu non sia stato informato della circostanza oppure non ti sia stato concesso un termine sufficientemente ampio per produrli: per la Ctr Molise [2]  un termine di soli 15 giorni è insufficiente a garantire il diritto di difesa. Non c’è quindi colpa del contribuente, «considerati i tempi e le lungaggini burocratiche ai fini acquisitivi della documentazione stessa»: bisogna, però, provvedere a depositare quei documenti che non erano stati esibiti al Fisco in allegato al ricorso introduttivo del giudizio e sottolineare l’impossibilità di non aver potuto farlo prima.

Inoltre, come ha sottolineato anche la Ctr Calabria [3] la preclusione ad utilizzare in sede giudiziaria i documenti non esibiti in sede amministrativa opera solo nei casi in cui il Fisco abbia fatto al contribuente una richiesta riferita a specifici documenti; se invece c’era stata solo una generica richiesta di notizie, il divieto non vale e il contribuente potrà produrre in Commissione tributaria tutta la documentazione ritenuta utile alla sua difesa.

Agevolazione prima casa

Spetta anche a chi è già proprietario

Di solito le agevolazioni prima casa non sono concesse se l’acquirente è già proprietario di un immobile nel medesimo Comune, a meno che esso non sia idoneo come abitazione. Secondo la Corte di Cassazione [4] infatti occorre guardare l’aspetto sostanziale di non possedere già un altra abitazione e non quello formale: se si ha un fabbricato ma esso non è un «alloggio concretamente idoneo a sopperire ai bisogni abitativi, che non sia in grado, per dimensioni e complessive caratteristiche, di soddisfare dette esigenze», l’agevolazione spetta. Ovviamente la valutazione della non idoneità dell’immobile già posseduto a soddisfare le esigenze abitative deve essere seria ed obiettiva.

Non si perde se ci si separa e vende la casa

Il beneficio fiscale resta anche se i coniugi si separano e vendono prima dei 5 anni previsti la casa per cui avevano fruito delle agevolazioni all’acquisto. Per la Cassazione [5] l’agevolazione prima casa vale quindi anche per i coniugi separati e se si vende anzitempo, perché bisogna considerare lo «spirito di sistemazione» dei rapporti patrimoniali espresso dai coniugi in sede di separazione e così l’agevolazione di cui avevano fruito durante il matrimonio non decade dopo la sua cessazione.

Evasione: va considerato tutto e non solo ciò che conviene

In un caso di ricavi in nero accertati a carico di un’impresa, il Fisco aveva preso a base 6 compravendite dove c’era comprovata evasione ma aveva esteso quella percentuale a tutti gli altri rapporti aziendali per calcolare in analoga maniera l’ammontare dell’evasione realizzata. La Cassazione [6] ha detto no a questo metodo: le transazioni commerciali non possono essere “isolate” ma devono essere rapportate all’attività complessiva dell’impresa. In altre parole, anche l’aver provato l’evasione su un aspetto non legittima il Fisco ad estendere automaticamente questo risultato all’intera attività ed a tutte le operazioni svolte dal soggetto accertato. Ogni pretesa tributaria va provata, non ci si può concentrare solo su un campione rappresentativo perché la sua efficacia probatoria è quella di una presunzione e non si estende agli altri casi (a meno che manchino del tutto contabilità e dichiarazioni fiscali, nel qual caso il Fisco è legittimato a procedere con l’accertamento induttivo).

L’accertamento sui ricavi deve considerare anche i costi

Quando il contribuente non fa la dichiarazione il Fisco ha mano libera perché può accertare i ricavi in qualsiasi maniera, ma deve tenere sempre presenti i costi sostenuti dal contribuente; potrà anche determinarli induttivamente, ma dovrà comunque considerarli. Così ha stabilito la Cassazione [7] decidendo il caso di una società che aveva omesso la presentazione della dichiarazione, esponendosi all’accertamento fiscale. Non è possibile cioè tassare i ricavi lordi senza determinare anche i relativi costi, in modo da arrivare al risultato netto, questo sì imponibile (è l’utile netto a dover essere tassato). Dunque anche i costi non registrati possono essere riconosciuti a favore del contribuente in questi casi.

Verbale non firmato? Accertamento nullo

Se il contribuente non aveva firmato il verbale di constatazione (che precede l’avviso di accertamento) e dal verbale stesso non emerge un suo rifiuto a sottoscriverlo (che lo renderebbe valido) l’accertamento è nullo. Questa la decisione della Ctp di Torino [8] in un caso in cui il verbale non risultava firmato. Non basta però semplicemente non firmare per cavarsela: il motivo dell’annullamento è stato che nell’atto mancava qualsiasi indicazione del motivo della mancata sottoscrizione. Se il verbale avesse fatto menzione di un rifiuto espresso del contribuente a firmare, sarebbe stato perfettamente valido. Il motivo di fondo è che il contribuente deve essere sempre messo in condizioni di partecipare alle indagini tributarie e la firma apposta sul verbale (copia del quale gli viene consegnato) è la garanzia che ciò è avvenuto.

Niente sanzioni se le norme sono incerte

Quando ci sono «obiettive condizioni di incertezza» sulla portata effettiva di una norma tributaria non possono essere applicate sanzioni. Il principio deriva dallo Statuto del contribuente oltre che da un’elementare esigenza di chiarezza sull’ambito applicativo delle norme, specialmente di quelle in materia tributaria che sono spesso notevolmente complesse. La Cassazione lo ha più volte ribadito e lo ha fatto anche di recente [9] in un caso di beni da assoggettare ad Ici dove era difficile calcolare la base imponibile, tant’è che la stessa Amministrazione finanziaria era dovuta intervenire a disciplinare la materia, ma lo aveva fatto a distanza di anni, quando il contribuente aveva ormai già liquidato la sua imposta in base agli elementi che in quel momento conosceva. Non si tratta di ignoranza, che non scusa, ma piuttosto dell’impossibilità di individuare in maniera sicura la normativa applicabile.

Notifica accertamento nulla

Se è fatta a mezzo posta privata

Per la Ctr Abruzzo [10] è indispensabile che la raccomandata venga inviata tramite Poste italiane: quindi la notifica effettuata attraverso un’agenzia privata di recapito non è valida. Quando invece è il contribuente a notificare un atto al Ministero delle Finanze o a un Comune (ad esempio un ricorso avverso un avviso di accertamento o una multa) può avvalersi delle poste private perché questo tipo di recapito equivale alla consegna diretta dell’atto agli sportelli, con l’unica precisazione che la notifica si considera eseguita al momento della ricezione dell’atto da parte dell’ufficio e non a quello, precedente, della spedizione. Vale dunque il momento in cui la lettera viene recapitata al destinatario.

Se ha la firma digitale ma è notificato per posta

E’ nullo l’avviso di accertamento firmato digitalmente ma notificato a mezzo del servizio postale. A questa conclusione è giunta la Ctr della Campania [11] che ha ritenuto tale atto privo di sottoscrizione: l’atto notificato in forma cartacea richiede la sottoscrizione autografa del funzionario incaricato. Pertanto, se è firmato digitalmente dovrà essere inviato per Pec e non per posta. Se ti arriva col postino un atto con firma digitale anziché manuale, per questa via potresti ottenerne l’annullamento.

Quando le dichiarazioni possono essere utilizzate nel processo tributario

Nel processo tributario non c’è prova testimoniale, ma questo non significa che le dichiarazioni di terzi non riescano ad entrarvi per altra via, ad esempio con atti notori depositati in giudizio. Per la Cassazione [12] questi elementi hanno valore presuntivo ed indiziario e quindi possono concorrere a formare il convincimento del giudice, purché siano assistiti da altri elementi. Anche il contribuente può avvalersene, al pari dell’amministrazione finanziaria e quindi può produrre queste dichiarazioni raccolte fuori dal processo, per far valere le sue ragioni. Nella fattispecie si trattava di dichiarazioni di parenti che dimostravano che le somme contestate dal Fisco erano nient’altro che regali donati dal padre al figlio e dunque non costituivano reddito imponibile, per come appariva dagli accertamenti bancari svolti dall’Agenzia. Nel caso deciso, il contribuente ha avuto torto solo perché i movimenti erano di valore esorbitante.

Il Fisco non può cambiare le carte in tavola durante il giudizio

Un’associazione sportiva dilettantistica aveva superato il limite di 250.000 euro previsto per il riconoscimento delle agevolazioni degli enti no profit. A seguito delle contestazioni del contribuente, però, l’Agenzia Entrate modificava il calcolo e per altra via – diversa dalle ragioni esposte nell’avviso di accertamento che l’associazione aveva impugnato – rappresentava che il limite era stato comunque superato. I giudici della Ctr Liguria [13] hanno dato torto all’ufficio finanziario perché in questo modo aveva oltrepassato i confini della lite: le ragioni dell’accertamento non possono essere modificate durante il contenzioso processuale perché la difesa del contribuente si basa su quanto illustrato nella motivazione dell’atto impugnato. Se fosse consentito all’Amministrazione finanziaria di cambiare le carte in tavola in corso di giudizio, il contribuente sarebbe compromesso nel proprio diritto di difesa. In tali casi il Fisco dovrebbe ritirare l’atto ed emetterne, se del caso, uno nuovo, diversamente motivato e avverso al quale il contribuente potrà difendersi in un separato giudizio tributario.

Le pronunce interessanti non si fermano qui. Oltre a quelle che abbiamo riportato sin qui in sintesi, ve ne sono poi ancora molte altre alle quali abbiamo dedicato una trattazione estesa: ad esempio il caso degli accertamenti fiscali nulli con raccomandata o dell’accertamento dell’Agenzia Entrate sull’acquisto di immobili .


note

[1] Cass. sent. n.20338/2019 del 26 luglio 2019.

[2] Comm. Trib. Reg. Molise, sent. n. 85/1/2019 del 21 gennaio 2019.

[3] Comm. Trib. Reg. Calabria, sent. n. 4414/1/2018 del 19 dicembre 2018.

[4] Cass. ord. nn. 18091 e 18092 del 5 luglio 2019.

[5] Cass. ord. n. 7966/2019 del 21 marzo 2019.

[6] Cass. ord. n. 16693 del 21 giugno 2019.

[7] Cass. sent. n. 19191 del 17 luglio 2019.

[8] Comm. Trib. Prov. Torino, sent. n. 851/6/2018 del 3 ottobre 2018.

[9] Cass. ord. n.10126 del 11 aprile 2019.

[10] Comm. Trib. Reg. Abruzzo, sent. n. 655/7/2019 del 2 luglio 2019.

[11] Comm. Trib. Reg. Campania, sent.n. 3848/26/2019 del 7 maggio 2019.

[12] Cass. ord. n,13174 del 16 maggio 2019.

[13] Comm. Trib. Reg. Liguria, sent. n. 710/01/19 del 4 giugno 2019.


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