Cosa rischia il prestanome di un’azienda

29 Agosto 2019 | Autore:
Cosa rischia il prestanome di un’azienda

Il prestanome di un’azienda non è responsabile dell’evasione di tributi commessa dall’amministratore di fatto se non c’è il suo dolo specifico.

Se un tuo amico o parente ti ha chiesto di fargli da prestanome per amministrare un’azienda potresti essere preoccupato delle conseguenze: non sei tu il vero amministratore, ma potresti essere chiamato a rispondere di una numerosa serie di illeciti societari o fiscali che l’amministratore di fatto potrebbe aver compiuto anche a tua completa insaputa. È una mina vagante che certamente non ti fa stare tranquillo.

Se ti poni questa domanda e ti chiedi cosa rischia il prestanome di un’azienda devi sapere che è arrivata la risposta contenuta in una recentissima sentenza della Cassazione [1] che ha stabilito le condizioni precise di questa responsabilità: ti anticipo subito che ora il prestatore di un’azienda ora rischia meno, perché i criteri per condannarlo sono diventati più rigorosi e non basta avere la qualifica formale per essere chiamato a rispondere di ogni illecito. Finora invece bastava essere genericamente consapevoli che l’amministratore di fatto stava compiendo illeciti e c’erano dunque parecchi rischi penali in cui il prestanome poteva essere coinvolto suo malgrado.

Il caso ora deciso dalla Cassazione riguarda un prestanome che era stato condannato nei precedenti gradi di giudizio per omessa dichiarazione Iva. Si tratta di un reato [2] che punisce con la pena della reclusione da 1 a 3 anni, chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto non presenta la dichiarazione ai fini delle imposte sul reddito o dell’Iva, quando l’imposta evasa supera la soglia di 50.000 euro.

Questo importo sembra notevole ma in realtà è facile a superare anche nelle piccole società, come quella di questo caso, che si occupava di commercio di autovetture. Nella fattispecie, il prestanome era stato condannato dalla corte d’appello a un anno e 6 mesi di reclusione.

Il prestanome  però se l’è cavata in Cassazione dimostrando di essere estraneo alla condotta costituente reato: ha convinto i giudici sostenendo che non c’era una sua volontà di non pagare l’imposta, evitando di presentare la dichiarazione tributaria, perché non era lui a gestire la società, della quale era solo l’amministratore formale, nominato in fase di costituzione senza però mai aver preso parte alle attività dell’azienda.

I giudici hanno rilevato che quando il prestanome aveva accettato la carica di amministratore era consapevole degli obblighi assunti e dei correlativi rischi anche penali connessi ad eventuali inadempienze, ma li aveva accettati in via generale ed eventuale e non aveva certo il dolo specifico (volontà di evadere proprio quell’imposta e attraverso quel comportamento): per la condanna è richiesto invece proprio questo preciso elemento.  Bisogna verificarlo caso per caso e non darlo per scontato in base al solo fatto che quella persona è l’amministratore formale.

Chi risponde allora del reato, che comunque c’è? Gli Ermellini hanno spiegato che il responsabile è colui che effettivamente gestisce la società. Solo lui infatti è in grado di compiere le azioni dovute per rispettare la normativa tributaria, compresa la presentazione delle dichiarazioni periodiche e annuali. D’altronde il prestanome, che è solo un amministratore nominale, non dispone neppure della documentazione contabile necessaria per poter presentare la dichiarazione: il più delle volte tutta l’organizzazione aziendale è nelle mani dell’amministratore effettivo.

Il punto nodale è proprio questo: la Cassazione ha constatato che «il più delle volte il prestanome non ha alcun potere d’ingerenza nella gestione della società per addebitargli il concorso», perché l’intera gestione è concretamente affidata ad altri ed egli rimane completamente estraneo a tali attività.

Non basta, quindi, l’accettazione iniziale della carica a renderlo automaticamente responsabile di ogni illecito che venga compiuto; occorre, piuttosto, «che il giudice di merito individui, al di là della mera assunzione della carica di amministratore di diritto, ulteriori elementi che corroborino, sotto il profilo soggettivo, la sussistenza del dolo specifico normativamente richiesto ai fini della perseguibilità penale della sua condotta». Si richiede quindi, per poter arrivare alla condanna, «il dolo specifico di evasione che, in quanto integrato dalla deliberata ed esclusiva intenzione di sottrarsi al pagamento delle imposte nella piena consapevolezza della illiceità del fine e del mezzo, necessità di rigorosa prova, che non può essere affidata alla semplice, quanto irrilevante, affermazione fondata sul precetto della inescusabilità dell’ignoranza della legge penale».

Il prestanome rimane invece responsabile – o corresponsabile – verso la stessa società per il fatto di ricoprire una “posizione di garanzia[3] in base alla quale deve conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi. Si tratta però di una responsabilità verso la società e non verso il Fisco: nei confronti di quest’ultimo il prestanome può essere responsabile, nel caso di reati tributari, quando risulta che non ha impedito la realizzazione di un evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire.

Dunque, mettendosi nella prospettiva del prestanome di quell’azienda, chiamato a rispondere di un reato tributario, non può darsi per scontato che l’omessa presentazione delle dichiarazioni Iva fosse finalizzata a non versare l’imposta, basandosi solo sulla sua consapevolezza di essere il legale rappresentante della società. Questo elemento da solo è insufficiente a condannare, se non è accompagnato da altre precise circostanze che dimostrino che il prestanome abbia effettivamente preso parte alla gestione sociale. Quando non è così, il prestanome va assolto.

Se ti viene proposto un incarico di amministrazione e vuoi conoscere i compiti ed i possibili rischi, leggi anche l’articolo amministratore di società: cosa c’è da sapere.


note

[1] Cass. sent. n. 36474/2019 del 28 agosto 2019.

[2] Art. 5 D.Lgs. n.74/2000 del 10 marzo 2000.

[3] Art. 2392 Cod. civ.


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