Cartella di pagamento senza codice fiscale: è valida?

29 Agosto 2019 | Autore:
Cartella di pagamento senza codice fiscale: è valida?

La cartella può essere valida anche senza codice fiscale se non c’è incertezza sul destinatario e sulla pretesa tributaria. A volte basta il ruolo per chiarire.

Succede di tutto in questo strano Paese, anche che arrivi una cartella di pagamento a te indirizzata ma senza l’indicazione del codice fiscale. A questo punto, la domanda sorge spontanea: è valida oppure no? A questa domanda ha fornito risposta la corte di Cassazione [1] che ha giudicato il ricorso di un contribuente della Campania il quale sosteneva di aver ricevuto una cartella priva dell’indicazione del codice fiscale.

Gli Ermellini hanno, però, respinto il ricorso ed hanno ritenuto che «l’omissione del codice fiscale non inficia la sicura riferibilità del ruolo al contribuente in assenza di elementi che possano indurre ad incertezza». In altre parole, i documenti di causa in quel caso rendevano certo che il soggetto “colpito” da quella cartella esattoriale fosse proprio lui e non altri; non c’era possibilità di dubbio e tutto era già stato chiarito nei precedenti gradi di giudizio.

Rimaneva, però, da valutare un altro aspetto: il contribuente ha sempre il diritto di controllare che la procedura di riscossione attivata nei suoi confronti sia legittima e, dunque, completa di tutti gli elementi necessari. Questo è un principio consolidato espresso dalla Cassazione stessa e ribadito anche nella pronuncia di oggi. Come si fa a ritenerla tale se manca proprio la “targa” di riconoscimento del soggetto, che è appunto il codice fiscale?

Oltretutto il contenuto della cartella di pagamento non è libero, ma è vincolato già a partire dalla forma che questo atto tipico deve avere: non è consentita cioè una cartella “libera” redatta secondo qualsiasi schema, bensì tutti i componenti sono precisamente individuati da un’apposita norma [2] che vincola l’Agente della Riscossione a determinati dati da inserire e riportare nel documento affinché la cartella sia valida.

La Cassazione, però, è riuscita a superare anche questi aspetti, sottolineando che quella norma che impone il contenuto vincolato della cartella è “meno che perfetta” in quanto «non è assistita da alcuna sanzione di nullità dell’atto».

Il punto merita una sottolineatura perché l’ordinamento giuridico considera “perfette” quelle norme che, oltre al precetto, cioè la descrizione del comportamento da tenere, contengono anche la sanzione in caso di inosservanza; molte norme giuridiche, però, si limitano a formulare solo i precetti senza stabilire le correlative sanzioni. Inoltre, nel regime tributario le nullità degli atti sono tassative, cioè devono essere espressamente previste da una determinata norma per poter operare, altrimenti non funzionano e non possono essere invocate dai contribuenti.

Questo comporta una conseguenza radicale: anche se vi è una violazione di una norma di legge o regolamentare, quando essa è imperfetta nel senso che non prevede una specifica sanzione si applica, stando alla Cassazione, il «generale principio di irrilevanza dei vizi di invalidità del provvedimento» disciplinato dalla legge generale sui procedimenti amministrativi [3] e, dunque, non succede nulla, l’atto rimane valido. Come un piccolo fallo in una partita di calcio dove l’arbitro lascia proseguire il gioco.

Nel caso dell’omessa indicazione del codice fiscale sulla cartella ha influito sulla decisione della Corte anche il fatto che non poteva esserci incertezza in quanto l’estratto di ruolo (che conteneva la sintesi della pretesa tributaria espressa nella cartella impugnata), lo riportava esattamente e questa circostanza era stata già accertata dai giudici di merito della Commissione tributaria regionale. Su questo accertamento di fatto, la Cassazione, in quanto giudice di legittimità, non poteva influire.

La Cassazione ha, però, parola in punto di diritto, e su questo è intervenuta per sottolineare che «quel che rileva ai fini della validità del ruolo o della cartella esattoriale è l’indicazione di circostanze univoche ai fini dell’individuazione della pretesa e delle sue causali».

Questo significa che la pretesa tributaria che il Fisco intende riscuotere attraverso la formazione dei ruoli e l’emissione delle cartelle di pagamento deve essere completa, precisa e adeguatamente motivata. Una cartella “ben fatta” dovrà, dunque, esporre tutte le ragioni che hanno determinato l’Amministrazione finanziaria a richiedere al contribuente il pagamento di un determinato tributo e ad applicare le correlative sanzioni in mancanza di pagamento spontaneo.

Poco importa – rimane da dire – se manca il codice fiscale, quando i dati identificativi del contribuente erano desumibili altrove e così si è dovuta constatare « la mancanza di elementi che possano indurre ad incertezza»; del resto nel giudizio svoltosi la stessa Cassazione non aveva potuto esaminare la cartella in questione, che non era stata prodotta, mentre i giudici avevano a disposizione il suo “riassunto” nell’estratto di ruolo dove il codice fiscale del contribuente compariva. Così il diritto di difesa del contribuente è stato considerato garantito e la cartella esattoriale emessa è stata ritenuta legittima e valida.


note

[1] Cass. ord. n. 13047/2019 del 15 maggio 2019.

[2] Art. 6 D.M. n.321/99 del 3 settembre 1999.

[3] Art. 21 octies della Legge n. 241/1990 del 7 agosto 1990.


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