Licenziamento per chi sul lavoro controlla la mail privata

30 Agosto 2019 | Autore:
Licenziamento per chi sul lavoro controlla la mail privata

Collegarsi a internet per fini privati in orario di lavoro può costare il posto, specialmente se entra un virus nella rete aziendale e il datore scopre tutto. 

Può costare molto caro farsi i fatti propri durante l’orario di lavoro in ufficio: una lavoratrice dipendente ha subito il licenziamento perché controllava la sua mail privata e navigava su internet per motivi che non avevano nulla a che fare con le sue mansioni di impiegata amministrativa, usando il computer aziendale per scopi personali.

Troppo il tempo perso a collegarsi in rete anziché lavorare, anche se nessuno se n’era accorto fino a quando il suo computer, imbattendosi in qualche sito o mail sospetta, era stato infettato da un virus che si era propagato ed aveva contagiato tutta la rete aziendale, rovinando buona parte dei file e bloccando l’attività degli uffici: così il datore di lavoro era intervenuto per ripristinare il sistema, scoprendo i collegamenti abusivi, risalendo a chi li aveva effettuati e constatando che non avevano niente a che vedere con il lavoro che quell’impiegata avrebbe dovuto svolgere.

È risultato che la lavoratrice, dalla postazione d’ufficio, aveva consultato spesso e a lungo la propria casella email personale, leggendo ed inviando messaggi privati. Inoltre gli accessi ad internet compiuti durante gli orari lavorativi erano stati veramente tanti, molto prolungati come tempi di connessione ed avevano riguardato una serie di siti sicuramente estranei all’attività lavorativa: agenzie immobiliari per consultare le offerte di appartamenti in vendita in determinate zone della città, offerte di mutui e agevolazioni per acquisto prima casa e ristrutturazioni, cure mediche, prodotti farmaceutici, diete e prodotti per ottenere la pancia piatta.

Così è scattato il licenziamento, per violazione del codice disciplinare interno che impediva di usare gli strumenti informatici aziendali per fini extralavorativi; tutto questo ha costituito una giusta causa tale da impedire la prosecuzione del rapporto di lavoro.

La dipendente aveva proposto ricorso ma, dopo una lunga causa, il licenziamento è stato infine confermato nella sentenza dei giudici della corte d’Appello di Roma, alla quale l’azienda aveva reclamato perché il tribunale aveva nel frattempo reintegrato la lavoratrice ritenendo eccessiva la sanzione.

Il collegio giudicante ha osservato che la prestazione lavorativa era stata gravemente compromessa: la dipendente non poteva certo svolgere le sue mansioni mentre era impegnata a controllare la propria posta elettronica oppure a navigare su internet per soddisfare i propri interessi personali. I giudici hanno ritenuto che questo comportamento violava gli obblighi di correttezza del lavoratore e ledeva il rapporto di fiducia con il datore di lavoro, giustificando così il licenziamento adottato.

L’impiegata si era difesa sostenendo che il datore di lavoro non avrebbe potuto prelevare i dati dei suoi collegamenti personali (erano stati acquisiti dalla cronologia del browser Google Chrome) ma il Garante privacy alla quale si era rivolta aveva consentito l’utilizzazione di quei dati proprio in sede giudiziaria, autorizzandone la conservazione a tali fini e vietando solo ogni trattamento ulteriore.

A quel punto la lavoratrice aveva eccepito la violazione della normativa dei controlli a distanza (i pc dei dipendenti sono controllabili?) ma i giudici hanno rilevato che in quel caso non si trattava di sorveglianza effettuata durante il lavoro bensì di un’operazione successiva che si era resa necessaria per risolvere il problema del virus che aveva infettato il sistema; solo in quel momento era stata avviata un’«indagine retrospettiva» dalla quale erano emersi gli accessi abusivi ad internet compiuti dalla dipendente utilizzando gli apparecchi aziendali.

Sulla decisione finale del licenziamento ha influito anche la recidiva: la donna, due anni prima, era stata già sanzionata per aver abbandonato il posto di lavoro, andando spesso a fare la spesa al mercato rionale. Stavolta – come hanno osservato i giudici in sentenza – l’abbandono era avvenuto virtualmente anziché realmente, ma  comunque si era trattato di «frammentazione della giornata lavorativa in intermittenti parentesi» che avevano nuociuto alla quantità e qualità del lavoro prestato.

La linea dei giudici della corte d’Appello di Roma era emersa qualche tempo fa anche in Cassazione: in proposito puoi leggere l’articolo su che rischia il dipendente che usa la connessione internet del lavoro.


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