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Molestie sessuali: ultime sentenze

13 Aprile 2022
Molestie sessuali: ultime sentenze

Particolare odiosità delle condotte lesive; rapporti tra i dipendenti pubblici sul luogo di lavoro; danno esistenziale liquidabile equitativamente; espressioni verbali a sfondo sessuale; atti di corteggiamento invasivi e non graditi; misure di sicurezza necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore.

Comportamento mobbizzante del datore di lavoro

Integra il delitto di atti persecutori la condotta di mobbing del datore di lavoro che ponga in essere una mirata reiterazione di plurimi atteggiamenti convergenti nell’esprimere ostilità verso il lavoratore dipendente e preordinati alla sua mortificazione ed isolamento nell’ambiente di lavoro – che ben possono essere rappresentati dall’abuso del potere disciplinare culminante in licenziamenti ritorsivi – tali da determinare un vulnus alla libera autodeterminazione della vittima, così realizzando uno degli eventi alternativi previsti dall’art. 612-bis c.p.; deve comunque sottolinearsi che anche nel caso di stalking “occupazionale” per la sussistenza del delitto art. 612-bis c.p., è sufficiente il dolo generico, con la conseguenza che è richiesta la mera volontà di attuare reiterate condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, mentre non occorre che tali condotte siano dirette ad un fine specifico (nella specie, le modalità di comportamento dell’imputato – datore di lavoro erano state inutilmente mortificanti e aveva oltretutto sottoposto i lavoratori ad una serie di provvedimenti disciplinari culminati anche nel licenziamento, con il fine di incutere terrore tra i dipendenti).

Cassazione penale sez. V, 18/01/2022, n.12827

Recesso per giusta causa

Nel contratto di agenzia la giusta causa di recesso si configura nel caso in cui la parte recedente ponga in essere un comportamento colpevole per impedire in maniera assoluta la prosecuzione del rapporto (ad esempio: omesso pagamento dei contributi previdenziali, molestie sessuali, dequalificazione professionale, ingerenza reiterata e costante del preponente per la conclusione di alcuni affari nella zona di esclusiva dell’agente sottraendo al medesimo le corrispondenti provvigioni, impoverimento del portafoglio dell’agente attraverso la denigrazione di quest’ultimo, ovvero, con riguardo all’agente, l’abuso delle funzioni e la distrazione di somme).

Dunque non si verifica la giusta causa di recesso nell’ipotesi di contrasti e/o situazioni di conflitto che non scaturiscono da finalità dirette a rendere assolutamente impossibile la prosecuzione del rapporto; in tal caso la parte che recede deve rispettare il termine di preavviso, pena il pagamento della relativa indennità.

Corte appello Palermo sez. lav., 28/12/2021, n.1262

Molestie sessuali sul luogo di lavoro e obbligo di tutela a carico del datore di lavoro

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro, incidendo sulla salute e la serenità (anche professionale) del lavoratore, comportano l’obbligo di tutela a carico del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c., sicché deve ritenersi legittimo il licenziamento irrogato a dipendente che abbia molestato sessualmente una collega sul luogo di lavoro, a nulla rilevando la mancata previsione della suddetta ipotesi nel codice disciplinare e senza che, in contrario, possa dedursi che il datore di lavoro è controparte di tutti i lavoratori, sia uomini che donne, e non può perciò essere chiamato ad un ruolo protettivo delle seconde nei confronti dei primi, giacché, per un verso, le molestie sessuali possono avere come vittima entrambi i sessi e, per altro verso, il datore di lavoro ha in ogni caso l’obbligo, a norma dell’art. 2087 cit., di adottare i provvedimenti che risultino idonei a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, tra i quali rientra l’eventuale licenziamento dell’autore delle molestie sessuali.

Tribunale Tivoli sez. lav., 14/09/2020

Licenziamento irrogato ad un dirigente per molestie sessuali

In materia di licenziamenti disciplinari, nell’ipotesi in cui un comportamento del lavoratore, invocato dal datore di lavoro come giusta causa di licenziamento, sia configurato dal contratto collettivo come infrazione disciplinare cui consegua una sanzione conservativa, il giudice non può discostarsi da tale previsione (trattandosi di condizione di maggior favore fatta espressamente salva dall’art. 12 della l. n. 604 del 1966), a meno che non accerti che le parti non avevano inteso escludere, per i casi di maggiore gravità, la possibilità della sanzione espulsiva.

(Nella specie, la S.C. ha confermato il licenziamento irrogato ad un dirigente per molestie sessuali, perchè non sussumibili, stante la gravità del comportamento posto in essere con abuso di qualità, nelle previsioni contrattuali che disponevano la misura conservativa per i meri atti di molestia, anche sessuale).

Cassazione civile sez. lav., 10/07/2020, n.14811

Dipendente pubblico molesta una collega

Nel rapporto di impiego pubblico contrattualizzato, qualora un dipendente ponga in essere sul luogo di lavoro una condotta lesiva (nella specie molestia sessuale) nei confronti di un altro dipendente, il datore di lavoro, rimasto colpevolmente inerte nella rimozione del fatto lesivo e chiamato a rispondere ai sensi dell’art. 2087 c.c. nei confronti del lavoratore oggetto della lesione, ha diritto a rivalersi a titolo contrattuale nei confronti del dipendente, per la percentuale attribuibile alla responsabilità del medesimo, ciò in quanto il dipendente, nel porre in essere la suddetta condotta lesiva, è venuto meno ai doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro, quali sono gli obblighi di diligenza e di fedeltà prescritti dagli artt. 2104 e 2105 c.c., e ai principi generali di correttezza e di buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., letti anche in riferimento al principio di buon andamento della PA di cui all’art. 97 Cost., che devono conformare non solo lo svolgimento dell’attività lavorativa, ma anche i rapporti tra i dipendenti pubblici sul luogo di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 22/03/2018, n.7097

Sgradevolezza della condotta e molestia sessuale

In punto di molestie sessuali, ritenuto che l’esistenza di un legame di amicizia fra il teste ed una delle parti non è di per sé solo motivo per ritenere inattendibili le dichiarazioni del testimone e ciò tanto più ove questi sia stato chiamato a deporre su circostanze direttamente conosciute in ragione dell’attività lavorativa svolta; considerata la particolare odiosità delle condotte lesive, anche perché provenienti dal superiore gerarchico ed attuatesi in presenza di colleghi e collaboratori aziendali, nonché il clima di intimidazione venutosi a creare nell’ambiente lavorativo, il riconoscimento all’attrice -appellata del danno di natura morale ed esistenziale da parte del Tribunale appare del tutto corretto e non meritevole delle censure mosse nell’appello.

Quanto poi alla quantificazione del risarcimento di tali voci di danno il primo giudice ha esplicitato i criteri tramite i quali è pervenuto alla liquidazione equitativa, avendo fatto riferimento alla reiterazione delle molestie, distribuite in un lungo arco temporale, ed al turbamento inevitabilmente sofferto dalla lavoratrice, sicché anche sotto questo profilo la sentenza appare sufficientemente motivata.

Corte appello Torino sez. lav., 01/03/2018, n.121

Licenziamento per molestie sessuali

In tema di presunte molestie sessuali sul luogo di lavoro, esaminando il carattere persecutorio o meno delle condotte, si può dire che le mere volgarità non possono essere qualificate molestie o violenze sessuali, oggettivamente e soggettivamente, quantomeno per totale assenza di dolo; ciò a maggior ragione se la vittima non abbia mostrato alcun serio dissenso se non un consenso. In sostanza, attenzioni non indesiderate, atteggiamenti non aggressivi e non graditi non fanno riscontrare tensione, timore, paura, esasperazione. E non si ravvisa alcun intento doloso. In ipotesi del genere di certo non si può dire che il presunto molestatore si sia comportato correttamente e non meritasse una sanzione disciplinare, ma il licenziamento è sproporzionato.

Tribunale Bologna sez. lav., 21/02/2018, n.150

Allusioni alla moralità della dipendente

L’invio al datore di lavoro della vittima di lettera anonima contenente allusioni alla moralità della dipendente nonché foto e DVD che ritraggono la stessa nuda e nell’atto di compiere un rapporto sessuale costituisce molestia idonea a cagionare un grave e perdurante stato d’ansia nella vittima, in relazione all’ampiezza, alla durata e alla carica dispregiativa della condotta criminosa.

Cassazione penale sez. III, 16/03/2016, n.12208

Espressioni verbali a sfondo sessuale

La contravvenzione prevista dall’art. 660 c.p. (molestie sessuali) è configurabile solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento, invasivi ed insistiti, diversi dall’abuso sessuale (confermata la condanna per violenza sessuale nei confronti di un datore di lavoro che si era strusciato addosso ad una dipendente toccandole il seno e varie parti del corpo).

Cassazione penale sez. III, 07/10/2014, n.24895

Accusa di molestia sessuale a carico del medico

Per l’accusa di molestia sessuale a carico del medico, l’azione penale è obbligatoria – anche se la vittima, per timore, preferisce tacere -, perché il reato è legato, inevitabilmente, alle sue funzioni, nonostante sia stato commesso non durante l’espletamento degli incarichi affidatigli; ciò che conta è la connessione, anche generica, dell’abuso con l’attività esercitata nei confronti di persone in rapporti di dipendenza.

(Nella specie, l’imputato era direttore di un reparto, mentre le due vittime erano l’una un’infermiera e l’altra un’addetta alle pulizie del medesimo reparto, e, quindi, persone soggette alla sua autorità ed al suo controllo).

Cassazione penale sez. IV, 27/10/2011, n.46951

Violenza sessuale e molestia sessuale: differenze

Integra il reato di violenza sessuale e non quello di molestia sessuale (art. 660 c.p.) la condotta consistente nel toccamento non casuale dei glutei, ancorché sopra i vestiti, essendo configurabile la contravvenzione solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale.

(In motivazione la Corte ha precisato che se dalle espressioni verbali si passa ai toccamenti a sfondo sessuale, il delitto assume la forma tentata o consumata a seconda della natura del contatto e delle circostanze del caso).

Cassazione penale sez. III, 12/05/2010, n.27042

Molestia sessuale: com’è punita?

La molestia sessuale, forma particolare di molestia comunque punita come reato dall’art. 660 c.p., è cosa diversa dall’abuso sessuale sia pure nella forma tentata, giacché prescinde da contatti fisici a sfondo sessuale e si estrinseca o con petulanti corteggiamenti non graditi o con altrettante petulanti telefonate o con espressioni volgari nelle quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta.

In definitiva, coincide con tutte quelle condotte, sessualmente connotate, diverse dall’abuso sessuale, che vanno oltre il semplice complimento o la mera proposta di instaurazione di un rapporto interpersonale. Mentre, nel momento in cui dalle espressioni volgari a sfondo sessuale o dal corteggiamento invasivo e insistito si passa a toccamenti non casuali suscettibili di eccitare la concupiscenza sessuale si è fuori della molestia e si realizza quantomeno il tentativo di abuso sessuale.

Cassazione penale sez. III, 05/06/2008, n.27469

Toccamento non casuale e lascivo di una parte del corpo: è molestia sessuale o violenza sessuale tentata?

In tema di reati sessuali, il toccamento non casuale di una parte del corpo non considerata come zona erogena ma suscettibile di eccitare la concupiscenza sessuale, configura il delitto di violenza sessuale tentata e non quello di molestia sessuale (art. 660 c.p.), dovendosi quest’ultimo ritenere integrato solo in presenza di espressioni volgari a sfondo sessuale ovvero di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale.

Cassazione penale sez. III, 06/06/2008, n.27762

Molestia sessuale: come si differenzia dall’abuso?

La molestia sessuale si differenzia dall’abuso – anche nella forma tentata – in quanto prescinde da contatti fisici a sfondo sessuale e normalmente si estrinseca o con petulanti corteggiamenti non graditi o con petulanti telefonate o con espressioni volgari, nelle quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta.

Cassazione penale sez. III, 26/10/2005, n.45957

Tutela delle condizioni di lavoro

La tolleranza da parte dell’amministratore della datrice di lavoro di comportamenti illeciti e la loro prevedibile evoluzione in comportamenti di molestia sessuale costituenti reato comportano ex art. 2049 c.c. una concorrente responsabilità aquiliana della società, che risponde pertanto anche del danno morale.

Tribunale Pavia, 14/12/2002

Atti di molestia sessuale: comportamento omissivo del datore di lavoro 

Il prolungato comportamento omissivo del datore di lavoro a fronte di atti di molestia sessuale costituisce violazione dell’art. 2087 c.c.; è illegittimo il licenziamento intimato alla lavoratrice molestata ove le condotte alla stessa imputate quale giusta causa di recesso siano casualmente ricollegabili al detto comportamento omissivo; ove tale nesso di causalità sussista anche in relazione al danno biologico lamentato dalla lavoratrice, la stessa ha diritto al relativo risarcimento, che è quantificabile in via equitativa.

Tribunale Milano, 28/12/2001

Misure di sicurezza necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore

L’art. 2087 c.c., supportato dal disposto dell’art. 41 comma 2 cost., impone al datore di lavoro non solo di apportare le misure di sicurezza necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore, ma anche di porre in essere tutti gli accorgimenti necessari a tutelare la personalità morale; pertanto, ove il datore di lavoro sappia che un suo dipendente compie atti di molestia sessuale, è tenuto, secondo il tradizionale schema della “massima sicurezza fattibile” a compiere quanto necessario per impedire il reiterarsi delle molestie.

Tribunale Pisa, 06/10/2001

Dimissioni per giusta causa

La pronuncia d’appello che escluda la ricorrenza di un’ipotesi di molestia sessuale e, nel contempo, ricavi dalle medesime circostanze di fatto una giusta causa di dimissioni non è censurabile sotto il profilo dell’illogicità della motivazione, dal momento che una tale valutazione rimane all’interno del libero apprezzamento dei fatti che forma il convincimento del giudice di merito senza contrastare con le leggi della razionalità.

Cassazione civile sez. lav., 08/08/1997, n.7380



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