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Mettersi in malattia finché non viene pagato lo stipendio

1 Settembre 2019
Mettersi in malattia finché non viene pagato lo stipendio

Malattia, ferie, sospensione dell’attività lavorativa: tutte le mosse che il dipendente può adottare in attesa di vedersi accreditata la busta paga.

Il tuo datore di lavoro non ti sta pagando lo stipendio da oltre un mese e mezzo; gli hai inviato l’ennesimo sollecito tramite un messaggio sul cellulare. Lui sostiene che ti farà il pagamento tra 10 giorni. «Prendere o lasciare» è stato il suo ultimatum, quasi volesse così sollecitare un tuo atto di dimissioni volontarie. Che voglia liberarsi di te senza rischiare di licenziarti? Ti chiedi quale sia il comportamento strategicamente più conveniente da adottare in attesa di verificare l’eventuale accredito sul conto corrente. Non vuoi, da un lato, lavorare gratuitamente, ma dall’altro non intendi dargli gioco facile, compiendo un atto – le dimissioni – di cui poi potresti pentirti. Ti serve, insomma, prendere tempo. Nello stesso tempo, sta per scadere l’affitto e hai urgente bisogno di soldi. Ti viene suggerito da un collega di metterti in malattia finché non viene pagato lo stipendio: ma è possibile e lecito un comportamento del genere?

Ecco alcuni suggerimenti che fanno al caso tuo.

Mettersi in malattia in attesa dello stipendio: quali rischi?

Le assenze per malattia devono essere innanzitutto giustificate da un certificato medico. Ammesso e non concesso che vi sia un medico curante disposto a dichiarare il falso o a certificare un’assenza pur senza eseguire una visita personale sul paziente, il lavoratore dovrebbe comunque rimanere a casa per sottostare alla visita fiscale, eventualmente sollecitata dallo stesso datore di lavoro. Il medico dell’Inps potrebbe poi accertare l’assenza di malattie imponendo al lavoratore il rientro in azienda.

La falsità del certificato medico, l’attestazione di una malattia inesistente o l’assenza da casa del “malato immaginario” all’arrivo del medico fiscale possono essere causa di licenziamento per giusta causa.

Il dipendente, insomma, rischia grosso a dichiarare una malattia che non esiste. Non è possibile, quindi, né giustificabile mettersi in malattia solo per prendere tempo in attesa del pagamento dello stipendio.

Certo è che, anche in caso di licenziamento disciplinare, il dipendente potrebbe rivolgersi subito dopo all’Inps per richiedere l’assegno di disoccupazione (la cosiddetta Naspi), riconosciuta anche in caso di licenziamento per giusta causa.

Dimissioni per giusta causa se lo stipendio tarda ad arrivare

Il dipendente a cui non sia stata versata la busta paga potrebbe decidere di dimettersi per giusta causa, accampando così il diritto a chiedere l’assegno di disoccupazione. La scelta sarebbe irretrattabile (salvo entro determinate ipotesi elencate in Revoca delle dimissioni).

Tuttavia, bisogna tenere in debito conto la circostanza per cui non basta il semplice ritardo nel pagamento di una mensilità a configurare la giusta causa di dimissione. Secondo la giurisprudenza, infatti, devono essere scadute almeno due mensilità di stipendio. Diversamente, si corre il rischio di non vedersi riconoscere la Naspi dall’Inps.

Proprio perché motivate da una “giusta causa”, le dimissioni non richiedono il preavviso. Puoi cioè, dall’oggi al domani, interrompere il tuo rapporto di lavoro comunicandolo – con effetto immediato – all’azienda.

Mettersi in ferie in attesa di ricevere lo stipendio

Sicuramente, molto meno rischiosa è la possibilità di ricorrere al diritto alle ferie già maturate che il datore di lavoro non può negare salvo ricorrano particolari ragioni aziendali. Chiaramente, le ferie verranno decurtate dal calcolo annuale e di ciò si dovrà tenere conto se il rapporto di lavoro dovesse proseguire.

Interrompere il lavoro in attesa dello stipendio

Ultima questione da analizzare: ci si può astenere dall’andare al lavoro in attesa del pagamento dello stipendio? È consentito cioè “sospendere” la propria prestazione lavorativa, senza né consumare le ferie né presentare un certificato di malattia falso, solo come strumento di autotutela dall’inadempimento dell’azienda?

Il Codice civile consente, nei contratti a prestazioni corrispettive di durata (quelli cioè ove entrambe le parti sono tenute a eseguire una attività ripetuta nel tempo), l’interruzione della propria prestazione finché perdura l’inadempimento della controparte. Pensa al caso della sospensione della luce se non paghi le bollette.

Una cosa del genere può avvenire nell’ambito di un rapporto di lavoro subordinato? In altri termini, se il datore non paga lo stipendio, il dipendente può smettere di lavorare e restare a casa, almeno finché non vede accreditata la busta paga sul proprio conto corrente? La questione va valutata con estrema attenzione visto che il rifiuto ingiustificato del lavoratore di prestare la propria attività può essere causa di licenziamento per giusta causa.

Un ritardo di pochi giorni nel versamento dello stipendio non consente l’astensione dal lavoro; opposta soluzione deve invece ammettersi quando l’azienda ha sospeso i pagamenti da diversi mesi. Per evitare però facili contestazioni e un licenziamento in tronco, il dipendente deve prima:

  • inviare una lettera di diffida al datore di lavoro in cui gli dà un termine essenziale (non meno di cinque giorni) per pagare il dovuto, avvisandolo che, in caso contrario, il dipendente sospenderà la propria prestazione, ossia si asterrà dall’andare al lavoro;
  • nel momento in cui intende sospendere la prestazione lavorativa e non presentarsi in azienda dovrà comunicare in anticipo tale intenzione al datore affinché questi possa organizzare l’attività e sostituirlo.

Leggi anche Se il datore di lavoro non paga lo stipendio posso stare a casa?



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