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Associazioni professionali: ultime sentenze

9 Settembre 2019
Associazioni professionali: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: associazioni professionali; principio di libertà di organizzazione sindacale; divieto per i militari di costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali; riconoscimento ai militari del diritto di costituire tra di loro associazioni sindacali; condizioni e limiti all’esercizio del diritto e all’azione sindacale.

Associazioni professionali tra militari a carattere sindacale

Ai fini dell’applicazione dell’articolo 1475, comma 1, Codice dell’ordinamento militare, alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 120 del 13 giugno 2018, relativamente al rilascio del preventivo assenso del Ministro della difesa per la costituzione di associazioni professionali tra militari a carattere sindacale, il divieto di rieleggibilità immediata al termine di uno o più mandati non sembra giustificato tanto dall’esigenza di garantire il carattere democratico delle associazioni, come indicato nel contesto, perché allo scopo corrisponde pienamente la natura elettiva delle cariche, quanto, piuttosto, da una possibile preoccupazione sulla formazione di un ceto sindacale sostanzialmente permanente, tale anche da sottrarre gli interessati al proprio servizio nella forma più compiuta e per periodi molto prolungati; sarebbe, in effetti, una preoccupazione fondata, ma ad essa si dovrebbe corrispondere con la legge, perché un tale limite imposto in via amministrativa potrebbe non essere compatibile con i principi dell’ordinamento e, in particolare, con il principio di libertà di organizzazione sindacale, di cui all’articolo 39, comma 1, della Costituzione, che può essere condizionato e limitato solo nella misura necessaria a garantire, in appropriato equilibrio, anche il rispetto degli altri valori tutelati dalla Costituzione e rilevanti nel caso in questione.

Consiglio di Stato sez. II, 23/11/2018, n.2756

Società tra avvocati 

L’entrata in vigore dell’articolo 10 della legge n. 183 del 2011 ha determinato, fino al 1° gennaio 2018, la coeva vigenza di due differenti cornici di riferimento: – l’una generale, ex comma 4 dell’articolo 10 citato, che prevede la possibilità di costituire società, anche di capitali, tra professionisti (in genere) e soci non professionisti (sia pure con alcune peculiari disposizioni concernenti i rapporti di essi, le maggioranze all’interno della società e l’esercizio dell’attività professionale con i relativi obblighi deontologici); – l’altra speciale, ex articoli 16 e seguenti del Dlgs n. 96 del 2001, riferita ai soli avvocati (e non anche ad altri professionisti) e da ritenersi sia – grazie alla clausola di salvaguardia di cui al comma 9 dell’articolo 10 citato, che fa “salve le associazioni professionali, nonché i diversi modelli societari già vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge” – ancora vigente, sia – in forza del principio lex posterior generalis non derogato priori speciali – l’unica applicabile alle società con partecipazione di avvocati.

Cassazione civile sez. un., 19/07/2018, n.19282

Associazioni tra professionisti e obbligo di assicurazione antinfortunistica

Le associazioni tra professionisti, così come il singolo professionista, non sono assoggettate agli obblighi dell’assicurazione antinfortunistica.

Cassazione civile sez. lav., 27/06/2017, n.15971

Reddito delle società di persone ai fini Irpef

Le società di persone (nonché le associazioni professionali e le imprese familiari) non hanno un’autonoma soggettività passiva tributaria: il loro reddito è imputato, ai fini Irpef, direttamente ai soci in misura proporzionale alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, in via indipendente rispetto alla loro effettiva percezione. Vi è, dunque, una presunzione legale di avvenuta percezione di questi utili: questa può essere superata solo attraverso un’adeguata prova contraria.

La presunzione opera anche in caso di accertamento a carico della società di utili non iscritti a bilancio: il reddito di partecipazione costituisce un reddito di tipo personale del socio indipendentemente dalla mancata contabilizzazione dei ricavi e dai metodi adoperati dalla società per realizzarli.

Comm. trib. prov.le Milano sez. XXIV, 07/06/2017, n.4037

Militari e legittimità alla costituzione di associazioni professionali

È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1475, comma 2, d.lg. 15 marzo 2010, n. 66 (a tenore del quale « i militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali »): a) per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione agli artt. 11 e 14 Cedu, come da ultimo interpretati dalle sentenze in data 2 ottobre 2014 Cedu, sez. V, nei casi « Matelly c. Francia » (ricorso n. 10609/10) e « Adefdromil c. Francia » (ricorso n. 32191/09); b) per contrasto con l’art. 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 5, terzo periodo, della Carta sociale europea riveduta, firmata in Strasburgo in data 3 maggio 1996 e resa esecutiva in Italia con legge 9 febbraio 1999, n. 30; compete, infatti, al Giudice delle leggi stabilire se effettivamente sussista tale contrasto, previo accertamento che la norma di diritto internazionale convenzionale tratta dall’art. 5 della Carta sociale europea riveduta sia idonea ad integrare parametro di legittimità costituzionale ai sensi dell’art. 117, comma 1, Cost., in considerazione dell’impatto che tale regula juris avrebbe sul distinto, confliggente e fondamentale interesse dell’ordinamento a disporre di Forze armate concretamente in grado di apprestare una pronta, efficace ed affidabile difesa militare dello Stato.

Consiglio di Stato sez. IV, 04/05/2017, n.2043

Associazioni professionali: legittimazione ad agire in giudizio

E’ correttamente negata la legittimazione ad agire in giudizio delle associazioni professionali quando l’interesse azionato non è riferibile alla categoria unitariamente intesa, ma concerna solo una parte degli iscritti e sia pertanto capace di dividere la categoria in posizioni disomogenee.

Consiglio di Stato sez. V, 24/11/2016, n.4957

Criteri di determinazione del compenso 

I criteri di determinazione del compenso spettante ai prestatori d’opera intellettuale sono dettati dall’art. 2233 c.c. secondo una scala preferenziale che indica al primo posto l’accordo delle parti, in subordine le tariffe professionali ovvero gli usi e, infine, la decisione del giudice, previo parere obbligatorio, ma non vincolante, delle associazioni professionali, per cui quando è provato l’accordo fra le parti circa la corresponsione di una determinata somma, è precluso al giudice il ricorso ai criteri sussidiari (tariffe professionali, usi, decisione giudiziale).

Tribunale Roma sez. XI, 10/11/2016, n.20992

Contraffazione e imitazione

In punto di elevata capacità distintiva per effetto di secondary meaning, per poter valutare e affermare che tale rafforzamento sia realmente avvenuto occorre far riferimento al elementi concreti, quali la quota di mercato detenuta dai propri prodotti o servizi, l’intensità e l’estensione geografica, la durata e l’uso del marchio, investimenti pubblicitari di marketing e di sponsorizzazione, indagini demoscopiche in grado di individuare la percentuale dei consumatori capaci di ricollegare quei prodotti o servizi come provenienti da detta impresa, e le dichiarazioni della Ca. di Co. e dell’Industria o di altre associazioni professionali.

L’art. 22 c.p.i. richiede, come ulteriore requisito per la configurabilità della denunciata contraffazione, anche l’identità dei prodotti dei servizi contraddistinti. Nella fattispecie in esame, questo presupposto non è in concreto ravvisabile. Ed invero, come si evince dai rispettivi oggetti sociali e dalla documentazione sul punto, versata in atti, le società parti in causa occupano segmenti di mercato diversi, svolgendo attività che non possono essere ritenute identiche o affini, nel senso di attività idonee a soddisfare medesimi bisogni.

Tribunale Bologna sez. IV, 14/07/2015, n.2242

Giustizia amministrativa e associazioni di categoria

Le associazioni di settore, nel cui ambito vanno ricomprese anche le associazioni scientifiche e professionali, sono legittimate a difendere in sede giurisdizionale gli interessi di categoria dei soggetti di cui hanno la rappresentanza istituzionale ogniqualvolta si tratti di perseguire il conseguimento di vantaggi, sia pure di carattere puramente strumentale, giuridicamente riferibili alla categoria, con l’unico limite derivante dal divieto di occuparsi di questioni concernenti i singoli iscritti, ovvero capaci di dividere la categoria in posizioni disomogenee; in sostanza le associazioni sindacali di categoria possono agire in giudizio per far valere interessi propri ed esclusivi dell’associazione, ma non degli associati, e sono in ogni caso prive di legittimazione ad agire per azioni in cui l’interesse dedotto in giudizio riguardi solamente una parte dei singoli associati.

Consiglio di Stato sez. III, 27/04/2015, n.2150

Conseguimento dell’interesse pubblico e corretto svolgimento delle professioni

Ai sensi dell’art. 2229 c.c. le associazioni professionali organizzano le professioni, curano la tenuta degli albi ed esercitano il potere disciplinare sotto la vigilanza dello Stato, salvo che la legge disponga diversamente; di conseguenza è del tutto corretto che la sottoposizione delle stesse alla vigilanza del Ministero della giustizia si collochi in linea con le finalità di vigilanza dello Stato che, in questo caso mira al conseguimento dell’interesse pubblico allo svolgimento corretto delle professioni.

Consiglio di Stato sez. IV, 31/03/2015, n.1685

Annullamento della nomina della commissione giudicatrice e della procedura concorsuale 

Nell’art. 35, comma 3, lett. e) d.lg. 30 marzo 2001 n. 165, secondo il quale la composizione delle commissioni di concorso pubblico deve avvenire “esclusivamente con esperti di provata competenza nelle materie di concorso, scelti tra funzionari delle amministrazioni, docenti ed estranei alle medesime, che non siano componenti dell’organo di direzione politica dell’amministrazione, che non ricoprano cariche politiche e che non siano rappresentanti sindacali o designati dalle confederazioni ed organizzazioni sindacali o dalle associazioni professionali”, il termine “rappresentanti sindacali” deve essere interpretato nel suo significato letterale di “coloro che ricoprono cariche sindacali”.

Consiglio di Stato sez. V, 28/07/2014, n.3972

Associazioni professionali: interesse collettivo

L’interesse collettivo delle associazioni professionali, in quanto enti esponenziali o collettivi, deve identificarsi nell’interesse di tutti gli appartenenti alla categoria unitariamente considerata, e non con interessi di singoli associati o gruppi di associati, e ciò anche nel caso in cui un provvedimento porta vantaggi ad alcuni e asseriti pregiudizi ad altri.

Consiglio di Stato sez. III, 23/06/2014, n.3164

Limitazioni all’esercizio del diritto di associazione e divieto di sciopero

È costituzionalmente illegittimo l’art. 1475, comma 2, d.lgs. 15 marzo 2010, n. 66, in quanto prevede che «I militari non possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale o aderire ad altre associazioni sindacali» invece di prevedere che «I militari possono costituire associazioni professionali a carattere sindacale alle condizioni e con i limiti fissati dalla legge; non possono aderire ad altre associazioni sindacali».

Il divieto di costituire tali associazioni, contenuto nella disposizione censurata, è incompatibile con la Carta sociale europea e con l’art. 11 della CEDU, che, nel significato attribuitole dalla Corte EDU, cui l’art. 32 della Convenzione riserva il potere interpretativo, porta ad escludere che la facoltà riconosciuta agli Stati contraenti, di introdurre restrizioni all’esercizio dei diritti sindacali dei militari, possa spingersi fino a negare in radice il diritto di costituire associazioni a carattere sindacale.

Pertanto, alla stregua di entrambi i parametri, vincolanti ai sensi dell’art. 117, comma 1, Cost., va riconosciuto ai militari il diritto di costituire associazioni professionali a carattere sindacale, la cui portata e il cui ambito vanno, tuttavia, precisati alla luce dell’intero contenuto delle norme internazionali evocate, che fanno entrambe seguire all’affermazione di principio della libertà sindacale il riconoscimento della possibilità che siano adottate dalla legge restrizioni nei confronti di determinate categorie di pubblici dipendenti.

Le specificità dell’ordinamento militare giustificano la esclusione di forme associative ritenute non rispondenti alle conseguenti esigenze di compattezza ed unità degli organismi che tale ordinamento compongono, con conseguente non fondatezza della questione nella parte che investe il divieto di «aderire ad altre associazioni sindacali», divieto dal quale consegue la necessità che le associazioni in questione siano composte solo da militari e che esse non possano aderire ad associazioni diverse. Inoltre, fondamentale è il principio di democraticità dell’ordinamento delle Forze armate, evocato in via generale dall’art. 52 Cost., che non può non coinvolgere anche le associazioni fra militari.

Sotto altro profilo tale principio viene in evidenza nella prospettiva del personale interessato, quale titolare della libertà di associazione sindacale sancita dal primo comma dell’art. 39 Cost., il cui esercizio è infatti possibile solo in un contesto democratico. Altresì rilevante è il principio di neutralità previsto dagli artt. 97 e 98 Cost. per tutto l’apparato pubblico, e valore vitale per i Corpi deputati alla “difesa della Patria”, che anch’esso ha come necessario presupposto il rigoroso rispetto della democrazia interna all’associazione.

La verifica dell’esistenza di questi requisiti comporta in particolare l’esame dell’apparato organizzativo, delle sue modalità di costituzione e di funzionamento, spiccando tra tali modalità per la loro rilevanza il sistema di finanziamento e la sua assoluta trasparenza.

Quanto ai limiti dell’azione sindacale, va anzitutto ricordato il divieto di esercizio del diritto di sciopero, affermato con immediata attuazione dall’art. 40 Cost., ma giustificato dalla necessità di garantire l’esercizio di altre libertà non meno fondamentali e la tutela di interessi costituzionalmente rilevanti. Con riguardo agli ulteriori limiti, invece, è indispensabile una specifica disciplina legislativa.

Tuttavia, per non rinviare il riconoscimento del diritto di associazione, nonché l’adeguamento agli obblighi convenzionali, in attesa dell’intervento del legislatore, il vuoto normativo può essere colmato con la disciplina dettata per i diversi organismi della rappresentanza militare e in particolare con quelle disposizioni (art. 1478, comma 7, d.lg. n. 66 del 2010) che escludono dalla loro competenza «le materie concernenti l’ordinamento, l’addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale e l’impiego del personale». Tali disposizioni infatti costituiscono, allo stato, adeguata garanzia dei valori e degli interessi prima richiamati (sent. n. 31 del 1969).

Corte Costituzionale, 13/06/2018, n.120


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