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Sentenza ingiusta

2 Settembre 2019
Sentenza ingiusta

Malagiustizia: che fare quando il giudice sbaglia? C’è possibilità di riaprire il processo?

Non c’è avvocato che, nel corso della propria professione, non abbia ricevuto almeno una persona che si dica vittima di una sentenza ingiusta. In realtà, si tratta di un’eventualità tutt’altro che rara se è vero che, quando si inizia un processo, ciascuna delle parti in buona fede ritiene di avere ragione (se così non fosse, difficilmente si arriverebbe allo scontro giudiziario). Dall’altro lato, il giudice è chiamato comunque a riconoscere o negare l’esistenza del diritto conteso, ragion per cui uno dei due soggetti in giudizio si riterrà sempre leso da una decisione errata.

Proprio per evitare che l’attribuzione della ragione in causa sia frutto di una svista o di malagiustizia, la nostra legge prevede la possibilità di un’impugnazione. Sopraggiunge così la possibilità di fare appello contro la sentenza ingiusta e, se anche questo non dovesse garantire la rettifica dell’errore, di avviare un ricorso per Cassazione.

Il più delle volte, però, la parte si presenta presso lo studio legale quando non c’è più alcuna soluzione. Questo perché il nostro ordinamento consente di rimettere in discussione il provvedimento del giudice solo entro un termine prefissato, onde evitare che il diritto controverso resti incerto per troppo tempo, pregiudicandone poi l’esercizio.

Ecco allora alcuni chiarimenti per chi si dice vittima di una sentenza sbagliata. Se anche tu ritieni di essere incappato in una “giustizia ingiusta” ti conviene leggere questa breve guida.

Sentenza ingiusta: cosa fare?

La legge consente di contestare gli errori commessi dal giudice in un processo, sia che si trattino di errori sulla forma (ad esempio il mancato rispetto delle regole di procedura) che sulla sostanza (ad esempio una non corretta interpretazione della normativa).

La “contestazione” può avvenire principalmente tramite l’appello. L’appello, però, è sottoposto a termini perentori. Per poter impugnare la sentenza di primo grado ci sono infatti:

  • 30 giorni di tempo se l’avvocato della parte vincitrice notifica la sentenza all’avvocato della parte soccombente. Il termine inizia a decorrere, quindi, dal giorno successivo in cui detta sentenza viene notificata. La notifica può avvenire sia tramite l’ufficiale giudiziario che sulla Pec (posta elettronica certificata) del legale. Per sapere, quindi, se tale adempimento è stato posto in essere devi rivolgerti al tuo difensore. Nel calcolo dei trenta giorni, non si tiene conto del periodo di sospensione feriale dei termini (dal 1° al 31 agosto); con la conseguenza che tutte le sentenze notificate dopo il 2 luglio e fino al 30 agosto hanno, in realtà, un termine più ampio di 30 giorni per procedere con l’appello (in quanto agosto non si calcola);
  • 6 mesi di tempo se l’avvocato della parte vincitrice non notifica la sentenza all’avvocato della parte soccombente. I sei mesi decorrono dalla data della “pubblicazione” della sentenza, ossia quando la stessa viene depositata in cancelleria (data indicata con un poto timbro alla fine del provvedimento). È bene, infatti, sapere che detta notifica non è un adempimento obbligatorio e serve solo per accelerare i termini per l’impugnazione della decisione.

La notifica della sentenza fatta direttamente alla parte sconfitta (e non al suo avvocato) non fa decorrere i termini per l’appello. Serve solo ad anticipare l’esecuzione forzata. Senza di essa, quindi, il pignoramento non potrebbe avvenire.

Che succede se scadono i termini per l’appello?

Se scadono i termini per l’appello, non hai più la possibilità di impugnare la sentenza, per quanto ingiusta possa essere. Si dice, in questo caso, che la sentenza “passa in giudicato”, ossia diventa definitiva. Sarai, quindi, tenuto a rispettarla, salvo alcuni casi in cui ti è consentito difenderti da una sentenza ingiusta, anche se passata in giudicato.

In ogni caso, se vi sono i presupposti per una responsabilità del magistrato potrai eventualmente pensare di agire contro di questi, ma anche qui ci sono condizioni molto rigide (sul punto leggi Cosa fare quando la giustizia sbaglia e la guida sulla Responsabilità civile dei giudici).

Se c’è un errore dell’avvocato

Se la sentenza è giusta, ma è stata determinata da un errore dell’avvocato puoi chiedere a quest’ultimo il risarcimento del danno (tieni conto che l’avvocato deve essere assicurato). Puoi agire contro di lui nel termine di 10 anni, ma fai attenzione: il risarcimento ti è dato solo se, in assenza dell’errore, tu avresti vinto il processo. Viceversa, se anche eliminando idealmente lo sbaglio professionale l’esito della causa sarebbe stato lo stesso, non puoi rivendicare alcunché.

Se il tuo avvocato ha omesso di fare appello, non hai diritto al risarcimento del danno se risulta verosimile che l’impugnazione sarebbe stata rigettata per infondatezza della tua domanda.

Appello ingiusto: cosa fare?

Più difficile è impugnare un appello ingiusto. Difatti, contro di questo non c’è un altro grado di giudizio. È, tuttavia, consentito il ricorso per Cassazione che, tuttavia, a differenza dell’appello stesso, non può essere proposto per qualsiasi tipo di vizio della decisione. In Cassazione, si possono sollevare solo specifiche contestazioni. Detto in parole molto semplici, la Cassazione non può rivedere la valutazione dei fatti o delle prove eseguita dai giudici di grado inferiore, ma può solo accertare che le norme applicate siano state interpretate nel modo corretto o che non vi siano state gravi violazioni di procedura. Ecco perché, ad esempio, in Cassazione non si possono presentare nuove prove o non si può chiedere una rivisitazione dell’intero processo.

Anche per il ricorso in Cassazione ci sono termini perentori:

  • 60 giorni in caso di notifica della sentenza (valgono le stesse regole previste per l’appello);
  • 6 mesi in caso di omessa notifica (anche qui valgono le stesse regole dell’appello).

Il processo si è tenuto senza che io ne sapessi nulla

Potrebbe succedere che la causa si sia tenuta senza che tu ne sapessi nulla. Si tratterà, probabilmente, di un vizio di notifica. In questo caso, se ti viene notificata la sentenza devi appellarla. Se neanche la sentenza ti è stata notificata e ne vieni a conoscenza dopo molto tempo, puoi esperire un mezzo di impugnazione detto opposizione di terzo.

Lo stesso rimedio è consentito tutte le volte in cui un processo, tenutosi tra due soggetti, finisce per ledere i diritti di un terzo che non ha partecipato alla causa (si pensi al processo che decide sulla proprietà di un terreno tra due persone mentre questa è, invece, di un’altra persona che non era stata citata).

Sentenza definitiva: si può contestare?

Come anticipato, solo in alcuni casi eccezionali, è possibile contestare una sentenza passata in giudicato ossia divenuta definitiva. Il mezzo di impugnazione si chiama revocazione straordinaria ed è consentito solo quando:

  • la sentenza è l’effetto del dolo di una parte in danno dell’altra (si deve trattare di una macchinazione fraudolenta, un artificio o raggiro diretto e idoneo a paralizzare la difesa della controparte e ad impedire al giudice l’accertamento della verità, mediante il travisamento dei fatti e della situazione reale);
  • si è giudicato in base a prove dichiarate false dopo la sentenza oppure che la parte soccombente ignorava essere state riconosciute o dichiarate tali prima della sentenza;
  • dopo la sentenza si trovano uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per forza maggiore o per colpa dell’avversario; chi propone la revocazione ha l’onere di dimostrare che la propria ignoranza in merito all’esistenza dei documenti non è derivata da sua colpa fino all’assegnazione della causa a sentenza;
  • la sentenza è effetto del dolo del giudice, accertato con sentenza passata in giudicato.

Il termine per proporre revocazione straordinaria è di 30 giorni che decorre:

  • in caso di dolo di una parte: dalla scoperta del dolo;
  • in caso di falsità della prova: dalla scoperta della falsità;
  • in caso di ritrovamento di documenti decisivi: dal giorno in cui la parte ha avuto notizia dell’esistenza del documento assunto come decisivo;
  • in caso di dolo del giudice: dal passaggio in giudicato della sentenza che abbia accertato il dolo.


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