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Causa lavoro per differenze retributive: quali rischi?

2 Settembre 2019
Causa lavoro per differenze retributive: quali rischi?

Rischia il licenziamento il dipendente che avanza rivendicazioni retributive o differenze salariali?

Il tuo datore di lavoro non ti ha pagato lo stipendio da circa due mesi. Non puoi permetterti di restare senza soldi; così hai pensato di diffidarlo facendogli scrivere dal tuo avvocato una lettera di sollecito e messa in mora. La diffida tuttavia non ha sortito alcun effetto e, per come ti ha spiegato il tuo avvocato, l’unica forma di tutela che ti rimane è richiedere in tribunale un decreto ingiuntivo. In alternativa potresti procedere innanzi alla Direzione territoriale del lavoro per tentare una conciliazione ma non è detto che l’azienda si presenti.

Hai timore che, intraprendendo un’azione legale per ottenere l’accredito della busta paga tu possa divenire il bersaglio del tuo capo e perdere il posto. È davvero così? Nell’ipotesi di una causa di lavoro per differenze retributive, quali rischi corre il dipendente?

Una recensente senza della Corte di Appello di Lecce [1] ci ricorda quali tutele ha il lavoratore nel caso in cui, nel corso del rapporto di lavoro, avvii un processo contro l’azienda.

L’azione contro il datore di lavoro per differenze retributive e la prescrizione

Per come ti sarà facile immaginare, è possibile avviare un processo contro il proprio datore di lavoro anche il rapporto è ancora in corso. L’azione legale contro l’azienda che ti eroga lo stipendio non è infatti un atto di insubordinazione o una violazione del rapporto fiduciario: stai facendo valere i tuoi diritti che, peraltro, ti sono garantiti dalla Costituzione. In buona sostanza il rapporto di lavoro non si può interrompere solo perché avanzi delle differenze retributive.

Se però temi che il tuo intervento legale possa pregiudicare i rapporti tra di voi e renderti intollerabile la futura convivenza all’interno dell’azienda, non devi preoccuparti dei termini di prescrizione: per agire contro il datore di lavoro che non ti ha pagato lo stipendio o che te lo ha versato in misura inferiore o che non ti ha inquadrato correttamente hai cinque anni di tempo che decorrono dalla cessazione del rapporto di lavoro. Questo significa, in termini molto pratici, che se anche hai ancora 30 anni di lavoro davanti a te prima di pensionarti, puoi attendere quel momento per avviare il giudizio contro il tuo capo.

Sia che il rapporto di lavoro cessi per licenziamento che per dimissioni o risoluzione consensuale del contratto, è da quel momento che iniziano a decorrere i cinque anni della prescrizione.

Il licenziamento ritorsivo

In ogni caso, è bene che tu sappia che, se anche avanzerai un’azione giudiziale contro l’azienda, resterai tutelato dalle eventuali ritorsioni che il capo potrebbe successivamente commettere ai tuoi danni. Ritorsioni che resteranno punibili con gli strumenti ordinari. Se, ad esempio, dovessi essere mutato di mansioni o trasferito, potrai impugnare il provvedimento se non giustificato da ragioni produttive o organizzative. Se, ad esempio, dovessi essere “demansionato” o mobbizzato potrai chiedere il risarcimento del danno. Se, infine, dovessi essere licenziato, potrai contestare la risoluzione del rapporto di lavoro. E qui viene il bello: perché, in caso di licenziamento ritorsivo – tale è appunto quello scaturito da una richiesta giudiziale di pagamento dello stipendio – il giudice dichiara tale recesso nullo e ordina l’azienda a reintegrare il dipendente nel proprio posto. Insomma, la tutela è massima.

Come fare a dimostrare che il licenziamento è stato fatto per ritorsione?

In una eventuale causa contro l’azienda, la parte più difficile per il lavoratore può consistere nell’onere della prova: ossia nel dover dimostrare che il licenziamento, intervenuto magari dopo qualche mese o anche un anno dall’azione legale contro l’azienda per il pagamento delle differenze retributive, è stato in realtà determinato proprio da tale scontro giudiziale.

Secondo la Corte di Appello di Lecce però il giudice può presumere che vi sia l’intento ritorsivo quando il licenziamento è a ridosso della precedente rivendicazione del lavoratore. Se la successione temporale fra l’iniziativa del dipendente e il recesso dell’azienda è molto stretta, tutte le motivazioni adottate dal datore di lavoro possono apparire delle semplici scuse.

Da un punto di vista pratico la posta in gioco è elevata. Difatti, se risulta che il licenziamento è stato emesso per assenza di motivi o per motivo discriminatorio, il dipendente non è tenuto ad accontentarsi solo di un semplice risarcimento ma può rivendicare anche la restituzione del proprio posto (la cosiddetta reintegra sul lavoro).


note

[1] C. App. Lecce, sent. n. 31/2019.


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